Uno scorcio di Impero: il maharajah ribelle PDF Stampa E-mail
L'Arte, la storia e la cultura - Cenni di Storia
Sabato 10 Dicembre 2011 07:34

Il diario di una nobildonna anglo-irlandese, ricomparso dopo decenni di oblio, riaccende le luci su di un clamoroso - e per l'epoca ancora del tutto inedito - atto di pubblica insubordinazione da parte di un principe indiano verso l'impero britannico.

Lei ne fu testimone: Lilah Wingfield riportò i dettagli dell'accaduto nel suo diario di viaggio in India, durante il quale scattò anche numerose, bellissime fotografie. Di fronte a lei e a più di 100.000 altre persone il Gaekwad di Baroda, odierna Vadodara, in Gujarat, altrimenti noto come il Maharajah Sayyaji Rao III, si inchinò impropriamente e frettolosamente davanti ai monarchi inglesi, per poi volgere loro le spalle e andarsene ridacchiando. Una leggerezza che oggi può far sorridere noi, ma che all'epoca apparve come un atto di sfida clamoroso, compiuto da uno dei regnanti indiani più ricchi ed influenti, secondo solo al Nizam di Hyderabad, durante un evento che venne descritto dai contemporanei come mille volte più grandioso di qualunque matrimonio reale si sia tenuto a Londra negli ultimi 60 anni. Si trattava dell'incoronazione di Giorgio V come Imperatore d'India, durante il Delhi Durbar del 12 Dicembre 1911: un'assemblea di massa alla quale prese parte l'intero gotha britannico dell'India coloniale, così come quasi tutta la nobiltà locale che governava i circa 600 principati dell'epoca. Per l'occasione, in città venne allestita una tendopoli che ospitò 250.000 persone, tra invitati, ospiti e il personale che li accompagnava, e che fungeva da terminal per una linea ferroviaria appositamente costruita. E quando si dice tendopoli, si intende un'immensa superficie attrezzata, dove i maharaja si sitemarono in meravigliosi palazzi mobili - in un caso persino completo di sala di preghiera in marmo bianco - ricostruiti con ogni possibile lusso e comfort sotto tende sostenute da pali ricoperti d'argento.  

Secondo l'etichetta, il principe indiano doveva manifestare la propria sottomissione inchinandosi tre volte davanti al re-imperatore e poi arretrare senza mai volgere le terga al sovrano. Grazie al diario di viaggio della nobildonna, ritrovato in un negozio di libri usati a Norflock dopo quasi un secolo di oblio e rispedito agli eredi, sua nipote Jessica Douglas-Home ha potuto ricostruire gli eventi e dare nuova interpretazione alle molte fotografie che aveva ereditato dalla nonna, il tutto raccolto ora nel volumetto che ha accompagnato una mostra intitolata A Glimpse of Empire, tenutasi all'Imperial Hotel di New Delhi in occasione del centenario dell'arrivo in India dell'allora 23enne Lilah, il 29 Novembre del 1911. Nei suoi scritti, la bella nobildonna irlandese descrive anche come l'invito al Durbar in India le fosse apparso come un'opportunità di fuggire dalla sua vita insopportabilmente claustrofobica, e come questa intrepida ragazza, una volta terminate le celebrazioni imperiali nella nuova capitale indiana, avesse viaggiato fino al Khyber Pass al confine afghano, poi in Rajasthan e nei luoghi della rivolta dei Sepoy e come avesse poi concluso la sua permanenza in India con un soggiorno presso la Begum di Bhopal, l'unica donna allora regnante in India. Le sue origini irlandesi e la sua educazione inglese la rendevano con ogni probabilità più sensibile alle problematiche della vita coloniale e al desiderio di indipendenza degli Indiani rispetto agli altri notabili del Regno Unito.

Il Maharajah che si allontana dando le spalle all'Imperatore Giorgio VEd é forse per questa ragione che Lilah annotò con precisione quanto accaduto quel giorno al cospetto del novello Imperatore, un episodio di insubordinazione che causò sgomento tra i presenti e che costò al principe il sostanziale ostracismo da parte delle autorità britanniche fino alla sua morte, avvenuta nel 1939, nonostante una lettera di scuse che il maharajah aveva inviato in seguito ai sovrani e nonostante il fatto che venisse parzialmente riabilitato nel 1919 col conferimento dell'onorificenza Knight Grand Commander per il sostanziale apporto economico offerto alla Gran Bretagna durante la Prima Guerra mondiale. Secondo quanto riportato dalla nobildonna nel suo diario, il maharajah era arrivato in alta uniforme e ricoperto dagli storici e favolosi gioielli della sua casata, come richiesto dalla solennità dell'evento, dei quali però si era spogliato prima di presentarsi al cospetto della coppia imperiale, di fronte alla quale aveva compiuto solo un breve inchino, per poi rigirarsi su se stesso - come si può vedere nel video d'epoca allegato a pié di pagina - e allontanarsi, facendo volteggiare il suo bastone da passeggio dal pomo d'oro, manifestando pure, si disse, palese ilarità.

Nessuno poteva allora immaginare che poco più di tre decenni dopo l'intero edificio coloniale britannico sarebbe collassato: l'evento a Delhi era stato minuziosamente pianificato come massima dimostrazione di forza e potere da parte dei britannici, durante la quale tutte le famiglie nobili indiane avrebbero dovuto omaggiare il loro re-imperatore. Ma se comprensibilmente gli Inglesi fecero di tutto per rimuovere dalla memoria l'atto di straordinaria spavalderia commesso dal Maharajah di Baroda, va detto che nemmeno i nazionalisti indiani diedero in seguito grande rilievo all'accaduto, che infatti venne sostanzialmente dimenticato: durante la lotta per l'Indipendenza, i principi indiani vennero associati in blocco alla decadenza, ai peggiori eccessi del Raj britannico e questa immagine di complicità con l'oppressore è rimasta pressochè invariata fino ai giorni nostri nella narrazione epica della liberazione indiana, nonostante anche, per esempio, l'immensa ammirazione personale che riscosse durante tutta la sua vita la nipote di quel principe ribelle: la bellissima Gayatri Devi, scomparsa nel 2009, che nella sua autobiografia pubblicata nel 1976 menzionava l'episodio, giustificandolo però come frutto di semplice ignoranza del protocollo da parte dell'avo, troppo altolocato per aver preso parte a qualsivoglia genere di prove generali. Una visione tanto improbabile quanto comprensibile, da parte di una donna fortemente conservatrice e che fu anche politica di grande successo, acerrima avversaria delle politiche socialiste della dinastia Nehru-Gandhi.

Tuttavia, qualsiasi fosse stato il motivo del gesto, quel che è certo è che Sayyaji Rao III costituì più che un'eccezione nel panorama decadente delle corti indiane del Raj britannico: fu uno dei più grandi riformatori della sua epoca e uno dei più brillanti amministratori che l'India pre-indipendenza doveva conoscere. Figlio di un ramo cadetto non destinato al trono, con il consenso legale dell'amministrazione britannica era stato adottato in tenera età dai regnanti della casata maratha a cui apparteneva alla lontana e nel 1875 era asceso al trono. Nel 1906 fu il primo regnante indiano a rendere obbligatoria e gratuita l'istruzione nei suoi territori, appoggiò l'emancipazione femminile, vietò i matrimoni infantili e legiferò a favore dell'abolizione delle discriminazioni di casta. Si adoperò con eccezionale successo nello sviluppo dell'industria tessile e del sistema creditizio nel suo regno: la Bank Of Baroda, da lui fondata, esiste ancora oggi ed è il pilastro in patria e all'estero per le operazioni economiche della comunità gujarati. Ma il motivo per cui il Maharaja di Baroda è principalmente ricordato in India, fu quello di aver saputo riconoscere il talento e la determinazione fra i suoi sudditi più svantaggiati, sponsorizzandone l'istruzione. E' grazie al sostegno di Sayyaji Rao III che l'intoccabile BR Ambedkar si laureò a Bombay, trovò impiego nell'amministrazione statale di Baroda per poi approfondire gli studi presso la facoltà di Scienze Politiche della Columbia University di New York e alla London School of Economics, da dove rientrerà nel 1917: qualche decennio più tardi sarà lui l'architetto della Costituzione Indiana ed è a tutt'oggi l'indimenticato, amatissimo leader del movimento per la liberazione degli Intoccabili in tutto il paese.

Alla morte di Sayyaji Rao III, nel 1939, ascese al trono di Baroda il nipote Pratap Singh Gaekwad, anch'egli destinato a far parlare parecchio di sè, in patria e all'estero, ma sfortunatamente per questioni che nulla ebbero a che fare con la nobile indipendenza e l'illuminato governo di suo nonno. 

 

 

 
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