Kashmiriyat, l'unicità mutilata del Kashmir PDF Stampa E-mail
L'Arte, la storia e la cultura - Cenni di Storia
Sabato 19 Gennaio 2013 09:42

Il 19 Gennaio è ricordato dai Pandit kashmiri come il Giorno della Memoria, data culmine di un lungo periodo di terrore che li costrinse alla fuga, minacciati di morte dalle componenti jihadiste di una regione un tempo pervasa dalla Kashmiriyat, la tradizionale armonia, tolleranza e civilità del Kashmir.

Kashmir Pundit, 1895Quella del Kashmir contemporaneo è come noto una storia tragica, che per certi versi ricorda quella della Palestina; ma se i Palestinesi comprensibilmente commemorano il 15 Maggio come Nakba, la catastrofe, il giorno in cui cioè nel 1948 vennero espulsi a centinaia di migliaia dai loro villaggi e città e da allora costretti all'esilio perpetuo dal poderoso Israele, meno facile da comprendere è come mai nell'ambito dell'Unione Indiana, a larghissima maggioranza induista, i Pandit shivaiti kashmiri commemorino 19 Gennaio 1990 come il giorno in cui, all'apice di una campagna di terrore perpetrata ai loro danni da frange estremiste islamiche, dovettero anch'essi abbandonare in massa le loro terre ancestrali per rifugiarsi in campi profughi nel Jammu, dove in moltissimi vivono tuttora in condizioni miserande, o per trasferirsi per sempre altrove, mentre da allora i loro ex-compaesani vengono sottoposti al massiccio e spesso brutale controllo dell'esercito indiano.

Secondo uno studio effettuato nel 2012 dal Revenue and Relief Department del Jammu e Kashmir, i Pandit kashmiri abbandonarono nella fuga di quei giorni oltre 23mila edifici, tra abitazioni, negozi, stalle e magazzini, e più di 10mila acri di terreni agricoli e frutteti, certi all'epoca di poter tornare alle loro proprietà dopo pochi mesi. Ma delle circa 140mila persone della genìa che abitavano la valle negli Anni 80, oggi ne restano solo poco più di 3000, mentre i programmi di ritorno e reinsediamento per il momento si sono arenati uno dopo l'altro, tra veti politici incrociati, attacchi brutali ad orologeria contro i pochi tra loro ancora residenti nella regione e il sostanziale disinteresse generale. Disinteresse forse ormai condiviso anche dai più fortunati tra i Pandit di nuova generazione, con ogni probabilità poco inclini all'idea di trasferirsi dalle metropoli indiane dove sono cresciuti negli ultimi anni alle montagne più militarizzate al mondo e nel mezzo di un conflitto sempre latente, mentre le case e le terre familiari abbandonate sono comunque nel frattempo crollate, bruciate o occupate da estranei.

Certo è che i politici kashmiri non hanno mai lesinato pubbliche esortazioni al ritorno dei Pandit alle loro case, rifiutando invece l'idea dell'istituzione di nuovi insediamenti protetti nella regione, come pianificato a più riprese dai governi centrali negli anni scorsi, temendo l'instaurarsi in Kashmir proprio del modello delle colonie israeliane nei territori palestinesi, così come è certo che i pochi Pandit ancora residenti vivano oggi nell'incertezza in quelle terre che non vollero lasciare, pur non avendo mai identificato i militanti armati con il grosso dei loro compatrioti musulmani e relegando le ingiustizie e brutalità subite più all'ambito criminale che a quello dell'odio religioso. E con ragione, apparentemente: secondo uno studio effettuato nel 2007 dal Centre for the Study of Developing Societies di New Delhi, l'84% degli abitanti di Srinagar vorrebbe che i Pandit tornassero a vivere tra loro, mentre un altro sondaggio effettuato lo stesso anno dalla Ipsos Mori aveva rilevato che il 92% degli abitanti del Kashmir sarebbe stato contrario a qualsiasi suddivisione della valle su base religiosa o etnica. Eppure, nonostante l'imponente presenza militare nella regione, l'ultima tragica mattanza di Induisti in Kashmir risale solo a dieci anni fa: 24 morti, tra i quali 11 donne e 2 bambini, sui circa 55 Pandit che ancora abitavano nel villaggio di Nadimarg. I responsabili vennero poi indicati dalle autorità indiane come genericamente appartenenti ad alcuni gruppi della variegata costellazione jihadista con base in Pakistan, senza ulteriore identificazione o indagine. 

Molti, tra i Pandit esiliati, non esitano a parlare di Genocidio o di Pulizia Etnica, riguardo alle atrocità subite in Kashmir; e sebbene il numero relativamente esiguo di vittime ufficiali - circa 650 tra il 1985 e il 2005 - forse non autorizzi pienamente ad impiegare termini così definitivi, tuttavia non ci può essere dubbio alcuno sul più che motivato panico che spinse all'esodo di massa una popolazione altrimenti visceralmente legata alla propria terra da millenni. Terrorizzati dagli episodi di brutalità perpetrati impunemente ai loro danni, improvvisamente bombardati da inauditi messaggi di odio e di minaccia incessantemente diffusi dagli altoparlanti di alcune moschee integraliste, identificati ed elencati famiglia per famiglia in volantini affissi su case e angoli di città e villaggi, i Pandit kashmiri, memori degli orrori verificatisi altrove durante la Partition del 1947, cominciarono a lasciare la regione alla spicciolata già dalla seconda metà degli Anni 80, fino al definitivo esodo di massa compiuto nell'inverno 1989-90, paradossalmente proprio mentre nel resto dell'India prendeva corpo la campagna degli estremisti induisti che poi portò nel 1992 alla distruzione della moschea Babri di Ayodhya

Rimane infatti irrisolto il quesito riguardo a come tutto ciò abbia potuto accadere in una regione certamente a larga maggioranza musulmana, ma teoricamente sotto pieno controllo del governo centrale indiano, per quanto allora sottoposto a forti scossoni politici, dotata di governatore nominato da Delhi e di un governo locale diretto dall'immancabile dinastia degli Abdullah, premier del Kashmir di padre in figlio, nipote o cognato sin dal 1947, salvo brevi intervalli. Nei racconti di chi visse quei giorni, spicca infatti l'incredulità della popolazione, fino all'ultimo momento certa che il governo e l'esercito non avrebbero mai consentito che quanto minacciato dagli estremisti venisse messo in pratica. Comitati religiosi, confraternite e singoli cittadini cercarono di fermare come poterono l'esodo o almeno di rassicurare e proteggere quelli che erano stati i loro colleghi, amici e vicini di casa induisti da generazioni, ma la maggioranza della popolazione, Forze dell'Ordine comprese, assistette invece impotente o indifferente al crescendo di minacce e violenze e al dilagare del panico. Il governatore Jagmohan, per bocca di Delhi, semplicemente si premurò di informare i Pandit del fatto che il governo non sarebbe stato in grado di garantire loro alcuna protezione e che campi profughi appositamente allestiti in Jammu li stavano già attendendo. Nel Gennaio del 1990 i Pandit vi si rifugiarono quindi in massa, con la certezza che lo Stato avrebbe presto posto fine all'emergenza assicurando alla giustizia i responsabili di quanto accaduto, consentendo loro il ritorno alla normalità, alla Kashmiriyat.

Da parte induista, all'epoca si accusò Benazir Bhutto di aver incitato alla violenza le frange più estremiste con discorsi incendiari divulgati dal Kashmir pakistano ed è certo che a partire dal 1987 l'ulteriore riduzione dell'autonomia sancita da Delhi per l'area avesse fortemente inasprito le proteste contro il governo centrale, mentre da oltre confine cominciavano a rientrare numerosissimi militanti addestrati e armati dalle forze jihadiste pakistane. Ma da parte musulmana si insinuò invece che fosse stato proprio il governo centrale a favorire l'esodo dal Kashmir dei Pandit terrorizzati; si sarebbe trattato in sostanza di una manovra propedeutica all'imminente repressione militare già pianificata da Delhi contro l'insorgenza indipendentista, operazione che non avrebbe concesso certo sottigliezze quali l'accurata identificazione di ogni presunto Nemico da parte di un esercito istruito ad operare a mani libere e possibilmente al riparo dagli sguardi di quella parte di popolazione induista tanto integrata nella patria himalayana quanto rispettata nel resto del Paese, e che contemporaneamente avrebbe prodotto con danno relativamente lieve delle utilissime vittime del fondamentalismo islamico kashmiro da potersi poi spendere sul piano politico interno e internazionale.   

I Pandit del Kashmir, shivaiti autoctoni della regione di antichissimo lignaggio, godevano infatti di una particolarità piuttosto rara, rispetto al resto della popolazione induista del Paese: non si distinguevano praticamente in nulla dai loro compatrioti musulmani, se non per alcune saltuarie caratteristiche esteriori; il motivo di ciò è che Hindu e Musulmani kashmiri appartenevano effettivamente tutti allo stesso popolo e cultura, omogenei, integrati e imparentati tra loro da secoli. Nessuna delle due comunità era vegetariana, per esempio, ma col tempo il consumo di carne bovina era diventato tabù per entrambe, rendendo così normale consuetudine la condivisione di banchetti e celebrazioni in occasione di matrimoni e festività varie. Si trattava di una popolazione rimasta sostanzialmente isolata e preservata anche dalle invasioni subite da altre aree più accessibili del subcontinente indiano, salvo durante alcune epoche circoscritte, e che per le stesse ragioni geografiche era stata invece meta privilegiata di mistici e missionari di ogni fede e provenienza sin dalla notte dei tempi: saggi illuminati che poi là si stabilirono, affascinati dal leggendario splendore di quella terra e trattenuti dall'accoglienza e benevolenza della popolazione.

Forgiata in tolleranza in primo luogo dall'avvento del Buddhismo Mahayana, che qui ebbe grande splendore e livellò per sempre le caste precedentemente istituite dall'Induismo, e poi da quello del Sufismo, che nella valle del Kashmir si fuse in perfetta armonia coi culti locali dando vita alla Rishiyyah, l'Ordine dei Rishi, fondato da Baba Nur ad-Din (1377-1438) mistico musulmano che fu soprannominato col termine vedico rishi, profeta veggente, e che rappresenta ancora oggi l'equivalente del Santo Patrono del Kashmir, la popolazione kashmira si era dunque sempre distinta nei secoli per spiritualità, tolleranza, civiltà e ospitalità; non stupisce che tanto popolari quanto inconsistenti leggende a proposito della permanenza ed inumazione persino di Gesù Cristo a Srinagar abbiano attecchito qui con tanta facilità.

Dopo la conquista moghul, avvenuta per mano di Akbar nel 1567, i Kashmiri finirono per convertirsi in maggioranza a quella forma sincretica e ampiamente tollerante di Islam promossa dal grande imperatore, il quale, riconoscendo anche l'affidabilità, la sapienza e l'integrità di quei kashmiri rimasti invece fedeli alla fede shivaita degli avi, affidò loro alte responsabilità nell'amministrazione e nel governo dello Stato, facendo di loro i Pandit del Kashmir, appunto, i Maestri, come vennero da allora in poi globalmente identificati gli induisti di stirpe kashmira. Ed è in questo contesto che si consolida quella che verrà chiamata secoli dopo Kashmiriyat, la Kashmirità, la particolare armonia religiosa, linguistica e culturale senza conflitti di casta nè di credo che doveva diventare dal 1939 il manifesto politico di Sheikh Mohammed Abdullah, il Leone del Kashmir, fondatore della All Jammu and Kashmir National Conference, partito con il quale Abdullah divenne il primo Premier del Kashmir dopo aver guidato la rivolta contro il dominio locale del Maharaja di Jammu e per l'Indipendenza indiana, ancora oggi tra i principali partiti politici della regione.

Grazie anche alla divulgazione effettuata allora di una traduzione del Rajatarangini, le straordinarie cronache dei sovrani kashmiri delle origini, composte in versi sanscriti dal brahmano Kalhana nel 1138, si fece risalire l'idea di Kashmiriyat agli albori della Storia, allo scopo di rivendicare l'unicità della cultura locale e motivare così la popolazione tutta all'indipendenza, dopo che dal 1846 era stata soggetta all'ottuso e rapace dominio della dinastia dei Dogra del Jammu, che ne aveva acquistato in contanti i diritti dai Britannici, entrati in possesso della regione dopo la prima guerra anglo-sikh; un dominio arrogante, che umiliava tanto i suoi sudditi musulmani quanto induisti e che tanti danni doveva provocare alla regione, con conseguenze che durano ancora oggi. Nel tentativo di mantenere invariati i propri possedimenti, l'allora Maharaja Hari Singh, non contento di aver già provocato una sommossa nell'attigua regione del Poonch ed aver cercato vanamente poi di soffocarla nel sangue, aveva finito infatti per chiedere aiuto militare all'India per sconfiggere i ribelli, scatenando gli eventi che portarono alla Prima Guerra Indo-Pakistana del 47/48 e all'occupazione del Pakistan di parte della regione, relegando contemporaneamente all'eterno oblio il referendum allora previsto per determinare a quale delle due neonate nazioni la popolazione kashmira intendeva aderire.

Nella narrazione della tragedia del Kashmir, alle migliaia di kashmiri musulmani spariti nel nulla dal 1989 a oggi, torturati, violentati e uccisi, oltre ai militari caduti negli attentati, nelle guerre e negli scontri di confine, vanno dunque sempre aggiunti anche i Pandit, compresi gli esiliati o i depauperati che da allora conducono una vita da rifugiati nel loro stesso Paese, mentre la loro preziosa cultura svanisce poco a poco per isolamento e oblio; governi, partiti e movimenti politici continuano a sfruttare all'occorrenza il loro nome e il loro dramma, senza però poi fare nulla di concreto a favore del pacifico reinserimento in Kashmir di questa genìa nobile e antichissima, in assenza della quale il concetto stesso di Kashmiriyat non avrà mai più alcun significato.

 

 
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