La Battaglia di Kohima e Imphal PDF Stampa E-mail
L'Arte, la storia e la cultura - Cenni di Storia
Lunedì 23 Giugno 2014 14:42

Votata recentemente come la più gloriosa mai sostenuta dall'esercito britannico, la battaglia di Kohima e Imphal, combattuta tra il 4 Aprile e il 22 Giugno del 1944, segnò la svolta nella guerra degli Alleati contro il Giappone nel Sudest asiatico, eppure in India si stenta a ricordarla: forse anche perché i militari indiani, che ne furono eroici protagonisti, combatterono per entrambi gli schieramenti in campo.

Truppe Indo-Britanniche, battaglia di Kohima e ImphalI luoghi ove si svolsero gli scontri, in quelli che oggi sono gli Stati del Nagaland e del Manipur, a poche miglia dalla frontiera con il Myanmar, sono rimasti praticamente identici, probabilmente anche a causa del lungo isolamento riservato alla regione dal governo centrale indiano per vari motivi di sicurezza interna e di confine. Trincee, bunker, piste d'atterraggio, qualche carro armato: tutto è rimasto come allora, solo corroso dalla giungla e da settant'anni di monsoni. Il curatissimo cimitero militare terrazzato che domina da un'altura la città collinare di Kohima, oggi capitale del Nagaland, accoglie 1420 sepolture e un grande monumento commemorativo per i 917 militari hindu e sikh che vi furono invece cremati. Quel memoriale, uno dei molti dell'area, venne edificato proprio su uno dei primi e più tragici teatri di quella battaglia, quando per due settimane le truppe giapponesi cercarono invano di oltrepassare il fronte, costituito dai pochi metri di un campo da tennis in cemento che le separava da quelle indiane e britanniche, finendo regolarmente falciate e perdendo così buona parte della loro migliore armata di stanza in Birmania.

La cerimonia conclusiva delle commemorazioni indette per il 70° anniversario della battaglia di Kohima e Imphal si terrà proprio in quel cimitero il 28 Giugno, al cospetto di rappresentanti militari e civili provenienti dalla Gran Bretagna, dagli USA, dall'Australia, dal Giappone e forse anche da New Delhi. Forse: perché quella eroica battaglia in realtà è stata abbondantemente rimossa dalla memoria nazionale indiana, da un lato perché i militari indiani che la combatterono e che persero qui la vita in gran numero erano non solo spesso volontari, ma anche ancora sudditi dell'Impero Britannico e in questo remoto angolo dell'India nordorientale, dove da decenni vari gruppi tribali conducono proteste e guerriglia per ottenere l'autonomia dei loro territori, la celebrazione di memorie storiche legate a un dominio estero potrebbe sempre assumere un tono ambiguo. Dall'altro, perché gli Indiani combatterono quella battaglia contemporaneamente anche a fianco degli invasori nipponici, ponendo così qui l'India nella curiosa posizione di Paese vincitore e vinto allo stesso tempo. Dopo la caduta della Malesia britannica e di Singapore, le truppe indiane prigioniere dei Giapponesi avevano infatti scelto di aderire in gran numero all'INAIndian National Army, rifondato dall'esilio da Chandra Bose, il nazionalista bengalese che aveva puntato sull'alleanza con l'Asse per cacciare dall'India i Britannici e ottenere così l'Indipendenza, affiancando in quell'occasione l'esercito giapponese con ben novemila unità.

Lo scontro, che pose fine all'avanzata giapponese nel Sudest asiatico cambiando il corso della storia, ebbe luogo all'incirca due anni dopo che i Nipponici avevano sconfitto i Britannici anche in Birmania, nel 1942. Il generale Renya Mutaguchi, che aveva guidato il Giappone alla vittoria birmana, aveva convinto i suoi superiori della necessità di attaccare gli Alleati anche in territorio indiano, allo scopo di colpire la loro vitale base logistica e capolinea ferroviario di Dimapur, a un'ottantina di Km oltre il confine, per prevenire così ogni possibile contrattacco nell'area. Ma il generale giapponese aveva in realtà pianificato di andare ben oltre e di irrompere nel Raj britannico per tentarne l'occupazione, approfittando delle lotte per l'Indipendenza che stavano scuotendo il subcontinente: forte dell'appoggio di Bose e dell'INA, sperava infatti di provocare una sollevazione dell'intero Bengala in chiave antibritannica. 

Le forze che presidiavano il confine nordorientale indiano erano guidate dal generale William Slim, un brillante stratega che aveva riorganizzato l'Armata Orientale dopo la bruciante sconfitta subita in Birmania e che godeva nell'area anche dell'appoggio dall'aeronautica statunitense comandata dal generale Joseph W Stilwell. Quando gli Alleati scoprirono che l'incursione giapponese contro Dimapur era imminente, il generale Slim ordinò la creazione di postazioni difensive sulle colline che circondano la valle di Imphal, sperando di attirare così il nemico su di un fronte lontano dalle sue linee di approvvigionamento. Nessuno dei comandanti britannici poteva però immaginarsi che i Giapponesi avessero deciso di attraversare in forze e su tre fronti contemporanei le colline ricoperte di giungla impenetrabile che caratterizzano la regione e così, quando il 4 Aprile 1944 quasi 15mila uomini armati fino ai denti spuntarono dalla vegetazione a Kohima, la cittadina era difesa a malapena da 1500 unità, tra Indiani e Britannici.

Il soverchiante attacco giapponese isolò dai rinforzi quello sparuto gruppo di soldati, costringendoli rapidamente a rifugiarsi e poi a resistere in un'area minuscola nei pressi del campo da tennis annesso al compound della prefettura locale, lungo e attorno al quale si consumò la battaglia campale che Lord Mountbatten ebbe a definire in seguito Le Termopili indobritanniche. Ma effettivamente, come previsto da Slim, anche i Giapponesi erano rimasti isolati dai loro già scarsi approvvigionamenti: decimati dalla furiosa resistenza corpo a corpo opposta dagli Indo-britannici a Kohima e stremati dalla fame e da un monsone precoce e particolarmente intenso, all'arrivo dei rinforzi degli Alleati furono costretti a ritirarsi e a cercare di raggiungere il resto delle loro truppe, che si erano dirette verso Imphal. Solo il 22 Giugno gli Alleati riuscirono a mettere fine all'assedio giapponese, liberando completamente l'unica strada che univa le due località e queste con la base di Dimapur, dopo che i Giapponesi erano riusciti a presidiarla per oltre due mesi. La XV Armata giapponese, che aveva cercato di invadere l'India con un totale di 85mila uomini, era stata distrutta: 53mila caduti, tra morti e dispersi, mentre ferite e malattie si portarono via in seguito anche buona parte dei superstiti; gli Alleati contarono invece tra le loro fila 16.500 caduti.

Eletta recentemente come la Più Gloriosa Battaglia di Sempre sostenuta dall'esercito britannico attraverso un sondaggio condotto dal National Army Museum, battendo persino ben più celebri pietre miliari della storia quali Waterloo o il D-Day, la battaglia di Kohima e Imphal è specularmente ritenuta dai Giapponesi la loro Peggiore Sconfitta di Sempre, come ricorda Robert Lyman nel suo saggio Japan’s Last Bid for Victory: The Invasion of India 1944. "La battaglia di Kohima e Imphal non è mai stata dimenticata in Giappone - spiega anche Yasuhisa Kawamura, capo missione diplomatica dell'ambasciata giapponese a New Delhi, che intende partecipare alla commemorazione - gli storici militari la annoverano tra le più fiere battaglie mai combattute nella storia del mondo".

Negli ultimi tempi New Delhi ha un po' ammorbidito la morsa di controllo operata da decenni su queste regioni, dove nel frattempo fragili tregue sembrano sbocciare di tanto in tanto fra i contendenti tribali; gli storici sperano dunque che uno dei più straordinari combattimenti della II Guerra Mondiale possa presto riacquistare la visibilità e la notorietà che gli spetta anche nella nazione ove si svolse. Rana T.S. Chhina, segretario del Center for Armed Forces Historical Research di New Delhi, conferma però che le massime gerarchie militari indiane quest'anno saranno già sufficientemente impegnate con le commemorazioni dedicate al centenario della I Guerra Mondiale, per recarsi anche a quelle di Kohima. "Suppongo che dovremo lasciare Imphal e Kohima decantare ancora per qualche tempo, prima di poterle affrontare serenamente ", dichiara. Nonostante il cambio politico avvenuto nel frattempo a New Delhi, certamente ora più vicina alle posizioni che furono di Chandra Bose rispetto a quelle tradizionali nehruviane, fino ad ora infatti solo funzionari locali e un ex generale hanno confermato la loro presenza alla cerimonia: apparentemente, nemmeno ai più devoti nazionalisti induisti sembra dunque far piacere ricordare quella storica vittoria degli Alleati, ma forse ancora meno la catastrofica sconfitta subita dall'INA, alleato del Giappone e della Germania nazista.

Ningthoukhangjam Moirangningthou, 83 anni, vive ancora oggi in una casa nei pressi di Imphal, ai piedi di quelle colline che furono teatro di furiose battaglie. Ricorda chiaramente i carri armati degli Alleati che avanzavano lentamente distruggendo i bunker costruiti dai Giapponesi: "Li chiamavamo gli Elefanti di Ferro - racconta - Non avevamo mai visto prima nulla di simile". 

 

Fonte: TheNewYorkTimes

 

 

 

La pubblicazione britannica diffusa in occasione del 60° anniversario della battaglia

 

 

 

 
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