L'India nella Prima Guerra Mondiale PDF Stampa E-mail
L'Arte, la storia e la cultura - Cenni di Storia
Domenica 27 Luglio 2014 21:31

Tra tutti contingenti inviati dalle colonie di Gran Bretagna e Francia, il contributo offerto nella Prima Guerra Mondiale in termini di uomini dall'India - che comprendeva allora gli odierni Pakistan, Bangladesh, Myanmar, Nepal e Sri Lanka - fu senza pari: alla fine del conflitto, oltre un milione e mezzo di uomini avevano combattuto a fianco degli Alleati su più fronti, e circa 75mila di loro vi avevano perso la vita.

Vignetta d'epoca: il baffo indiano straccia quello teutonico

Il primo a cadere fu il naik - caporale - Laturia, originario del distretto di Kangra, odierno Himachal Pradesh, in servizio col 57° Wilde's Rifles, colpito a morte il 22 Ottobre del 1914 e ricordato al Menin Gate Memorial di Ypres, in Belgio, mentre il più celebrato é l'artigliere Khudadad Khan, sepoy - soldato semplice - del 129° Baluchis, che ebbe la fortuna di morire molti anni dopo nel suo letto, nell'odierno Punjab pakistano, ma che fu il primo asiatico della storia ad essere insignito dalla Corona britannica con la Victoria Cross per gli straordinari atti di coraggio e disciplina compiuti durante la sanguinosa battaglia di Ypres, che l'aveva visto resistere a oltranza, rimasto ormai solo e ferito, consentendo così alle forze del BEF di mantenere la posizione contro i Tedeschi fino al sopraggiungere dei rinforzi. Ma forse la prodezza che doveva portare agli esiti più duraturi, seppur privati, fu quella compiuta dal Subedar - luogotenente - Manta Singh, del 15° Ludhiana Sikh Infantery, gravemente ferito mentre portava in salvo il suo capitano Henderson, a sua volta colpito durante la battaglia di Neuve Chapelle, Marzo 1915, nella quale le truppe Inglesi e Indiane prima conquistarono la strategica località, ma poi dovettero fronteggiare un soverchiante contrattacco tedesco che costò alle truppe indiane in soli 3 giorni oltre 5.000 caduti.

Manta Singh venne poi portato a Brighton, in Gran Bretagna, all'ospedale militare appositamente allestito per le truppe provenienti delle Indie Orientali, ma rifiutò di subire l'amputazione di entrambe le gambe colpite ormai da cancrena, a causa dell'insopportabile prospettiva di dover tornare nel suo Punjab come un peso per la famiglia e i figli che là lo attendevano. Morì poco dopo di setticemia, non senza aver stretto nel frattempo un'amicizia fraterna col Capitano inglese che aveva salvato sul campo di battaglia; il caso volle che i figli di entrambi si ritrovassero poi a combattere fianco a fianco nella Seconda Guerra Mondiale e che da allora i figli dei figli e le due famiglie siano sempre rimaste in permanente contatto, ponte di imperitura amicizia tra le due nazioni.

khuddadad khanMa é naturalmente da parte britannica che l'amicizia e la riconoscenza verso gli uomini dell'Indian Army dovevano perpetuarsi e persino rafforzarsi nonostante il passare del tempo, perché effettivamente, tra tutte le colonie e domini di Gran Bretagna e Francia, il contributo offerto nella Prima Guerra Mondiale in termini di uomini dal subcontinente indiano - che comprendeva allora Pakistan, Bangladesh, Burma, Nepal e Sri Lanka - fu senza pari: un milione e mezzo di uomini, tra soldati e unità ausiliarie, in larghissima maggioranza volontari che combatterono a fianco degli Alleati rappresentando in principio un terzo delle forze dispiegate sul Fronte occidentale.

Herbert Kitchener, nominato comandante in capo dell'Indian Army nel 1902, aveva riformato e unificato gli eserciti delle 3 Presidencies del Raj - Bombay, Calcutta e Madras - mentre siglava accordi coi Principati indipendenti affinché fornissero alla bisogna le loro armate in qualità di truppe al servizio dell'Impero. Il nuovo ordinamento dell'Indian Army, che si divideva ulteriormente in Northen Army e Southern Army, presentò così all'alba del primo conflitto mondiale nove Divisioni, ognuna delle quali forte di circa 13.000 uomini e formata da una Brigata di Cavalleria e tre di Fanteria, affiancate da altre tre Brigate indipendenti di Cavalleria, una Divisione birmana e una Brigata Aden, di stanza nell'odierno Yemen. Ogni brigata di Cavalleria a sua volta era formata da un reggimento di Britannici e due di Indiani, mentre quelle di Fanteria erano composte da tre battaglioni indiani e uno britannico. All'interno dei battaglioni, comandati ognuno da una trentina di ufficiali, le Compagnie erano poi prevalentemente suddivise per casta, etnia o religione, per semplicità di gestione, maggiore cameratismo e spirito di corpo. Ben venti reggimenti erano formati di soli Ghurka e militari reclutati nell'area himalayana, ma un quinto di tutte le restanti truppe era composto da Sikh.

Il 28 Luglio del 1914 l'Impero Austro-ungarico dichiarò guerra al Regno di Serbia; a seguito dell'invasione tedesca di Lussemburgo e Belgio, il 4 Agosto 1914 il governo britannico dichiarò a sua volta guerra agli Imperi Centrali. Dopo pochi giorni, due Divisioni di Fanteria, la 3^ Lahore e la 7^ Meerut, affiancate dalle rispettive truppe di supporto logistico e di artiglieria, salparono da Bombay verso l'Europa seguite dalla Brigata Secunderabad di Cavalleria, sbarcando a Marsiglia in Settembre e raggiungendo in Ottobre il Fronte Occidentale, dove già le attendeva la furiosa battaglia di Ypres, nelle Fiandre. Dopo un breve ritiro dalle trincee, nel Marzo del 1915 l'Indian Army, che da subito aveva sofferto pesantemente l'inappropriato equipaggiamento, oltre a lamentare la sostituzione degli ufficiali britannici caduti con nuove leve inviate da Londra, che spesso non comprendevano però né la lingua né le usanze delle truppe indiane, fu di nuovo protagonista della battaglia di Neuve Chapelle, nella regione francese dell'Artois, fornendo ai Britannici circa la metà delle loro forze d'attacco e resistendo eroicamente nonostante le ingentissime perdite subite. Già in Aprile la Divisione Lahore venne rimandata al contrattacco nella Seconda Battaglia di Ypres, e poi ad Aubers Ridge e Festubert in Maggio, mentre crescevano tra gli alleati le speranze che la svolta fosse vicina, per poi già scemare durante l'estate, quando fu chiaro che la fine del conflitto non era affatto all'orizzonte.

6° Gurkha Rifles - trincea a Gallipoli

Le truppe dell'Indian Army soffrirono ulteriori ingenti perdite combattendo nella battaglia di Loos in Settembre, dove l'8° Battaglione Ghurka combatté perdendo fino al suo ultimo uomo, e a seguito della quale, con l'eccezione della Cavalleria, i contingenti indiani vennero dislocati in Mesopotamia, odierno Iraq, lungo il Fronte ottomano. Mentre la Cavalleria indiana rimase infatti a presidiare il Fronte occidentale fino alla primavera del 1918, subito affiancata dalle compagnie del Genio - circa 50mila uomini - che cominciarono a giungere dall'India per svolgere vitali e spesso pericolosissime attività di logistica fino a dopo l'Armistizio, le divisioni di Fanteria vennero spostate sul delicato Fronte mediorientale, dove si pensava da un lato di poterle approvvigionare e rinforzare più facilmente direttamente dal Raj, e dall'altra di proporzionare loro condizioni climatiche e ambientali più consone, mentre difendevano dalle armate ottomane le risorse petrolifere dell'area, indispensabili al prosieguo della guerra.  

Il Maharaja di Patiala Bhupinder Singh in visita alle truppeMano a mano che il conflitto dilagava e le truppe scarseggiavano, le autorità britanniche pensarono di imporre la leva obbligatoria nei territori del Raj, per poi optare per un più strategico sistema di Quote: a partire dal 1916 gli ufficiali dell'Indian Army furono infatti incaricati di arruolare ognuno un dato numero di uomini nel proprio distretto d'origine o residenza, pena il congedo. Moltissimi furono i volontari tra le etnie indiane di tradizione militare e molti altri si fecero certamente tentare dal pur modesto introito mensile che l'arruolamento rappresentava per le loro famiglie, ma al fine di ottenere le quote richieste parecchi furono anche i casi di corruzione e di coercizione, che seminarono malcontento e risentimento in diverse zone del Raj; nonostante tutto ciò, l'Indian Army viene ancora oggi ricordata come la più grande armata di volontari della storia del mondo: alla fine del conflitto, quasi 600.000 uomini provenienti da tutte le regioni del subcontinente indiano avevano infatti raggiunto il fronte ottomano in Mesopotamia, tra ufficiali - 7.182 - militari di vario rango - 287.753 - e ausiliari - 293.152 - mentre altre migliaia vennero inviati a combattere in Africa orientale, a Suez, nel Sinai e in Palestina, a Gallipoli e a Salonicco, per un totale di circa 827.000 uomini, oltre alle truppe già salpate per il Fronte occidentale nel 1914-15, a cui vanno sommate anche le altre decine di migliaia di militari che presidiarono la Frontiera occidentale del Raj, nell'odierno Afghanistan, insidiato dalle cospirazioni turco-tedesche che puntavano alla sollevazione anti-britannica nell'area. 

Nonostante il dilagare delle istanze indipendentiste nel subcontinente, si sperava infatti - seppur invano - che l'appoggio offerto ai Britannici per lo sforzo bellico avrebbe favorito in prospettiva la causa dell'Indipendenza, spingendo la Corona a concedere all'Hindustan lo stato di Dominio, contro quello dell'epoca di colonia. Così, non solo i principi indiani fecero a gara a offrire sostegno economico e militare alla Gran Bretagna, ma anche il Nepal inviò 100mila dei suoi Gurkha e persino il Dalai Lama dell'epoca inviò dal Tibet 1000 soldati della sua guardia.

Le cifre ufficiali indicano che circa 64.500 di quei volontari persero la vita sui campi di battaglia - 8.550 solo sul Fronte occidentale - che altri 67.000 vennero feriti con varia gravità e che numerosissimi vennero fatti prigionieri, come i circa 8.000 della 6^ divisione Poona, catturati dall'esercito ottomano a Kut-el-Amara, odierno Iraq, a seguito della disfatta sofferta dal Generale Charles Townshend nell'Aprile del 1916 per mano del comandante Nur-ud Din Pasha, portando alla fine del conflitto il totale dei caduti di origine indiana a circa 75.000. L'elenco completo dei loro nomi è riportato sull'India Gate di New Delhi, costruito su progetto di Edwin Lutyens, la cui prima pietra venne posata nel 1921 per venire poi inaugurato dall'allora viceré, Lord Irwin, nel 1931. Sotto il celebre arco, dal 1972 brucia permanentemente la fiamma in onore del Milite Ignoto, Amar Jawan Jyoti, su iniziativa di Indira Gandhi a seguito della guerra contro il Pakistan che diede origine al Bangladesh.

India Gate, New Delhi, i nomi di tutti i caduti

Ma i soldati del subcontinente indiano che persero la vita in quel primo conflitto globale, moltissimi dei quali non poterono ricevere alcuno dei riti funebri prescritti dalle loro religioni e spesso neppure una sepoltura nota, sono ricordati anche in numerosi altri memoriali sparsi sui teatri di battaglia di mezzo mondo, come quello eretto in uno stile che ricorda Sanchi a Neuve Chapelle, in Francia, al Menin Gate Memorial di Ypres, in Belgio, o al Chattri di Brighton, in Gran Bretagna, e nei cimiteri di guerra di Gallipoli, la turca Çanakkale, teatro di una clamorosa disfatta degli Alleati, e poi a Salonicco, odierna Grecia, a Dar Es Salaam, oggi Tanzania, al Kranji Memorial di Singapore e nell'attuale Iraq, nel grande monumento eretto nel 1929 nei pressi del porto di Maqil, a circa 8 Km da Basra, in memoria degli oltre 40.500 soldati delle forze alleate che persero la vita in Mesopotamia tra l'autunno del 1914 e l'agosto del 1921, i cui luoghi di sepoltura o di cremazione rimasero ignoti, se mai ci furono.

Nel 1997, per questioni logistiche il memoriale fu smantellato e spostato dalle autorità irachene lungo la strada per Nasiriyah, con notevolissimo dispiego di uomini, mezzi tecnici ed economici, e interamente ricostruito nella sua nuova sede per volere di Saddam Hussein. Su una delle sue ali si può leggere scolpita nella pietra una dedica terribile nella sua semplicità: "Per il Subedar Mahanga, e altri 1770 soldati indiani", senza altra indicazione, ma solo in quelle lande in realtà furono circa 30.000 i soldati indiani morti o dispersi.

Alla fine del conflitto, furono quasi 13.000 le decorazioni guadagnate dagli uomini dell'Indian Army sui campi di battaglia e ben 11 i valorosi che ricevettero la Victoria Cross, dopo la prima assegnata a Khudadad Khan: Shahamad Khan, dell'89° Punjabis, Lala, del 41° Dogras, Ganju Lama, del 7° Gurkha Rifles, Dawan Negi e Gabbar Negi, entrambi del 39° Garhwal Rifles, Karanbahadur Rana, del 4° Prince of Wales's own Gurkhas, Bladu Singh, del 14° Murray's Jat Lancers, Chatta Singh, del 9° Bhopal Infantery, Kulbir Thapa, del 4° Prince of Wales's own Gurkhas, Gobind Singh, del 28° Light Cavalry e Mir Dast, del 55° Coke's Rifles.

 

Per saperne di più: ForeverIndia

 

 

 

Le lettere indiane dal fronte europeo

 
Guida India feed

Cerca su GuidaIndia

Mappa interattiva

Free template 'Colorfall' by [ Anch ] Gorsk.net Studio. Please, don't remove this hidden copyleft!