Aurangzeb: davvero il peggior sovrano d'India? PDF Stampa E-mail
L'Arte, la storia e la cultura - Cenni di Storia
Sabato 12 Settembre 2015 13:00

Odiato più di ogni altro sovrano musulmano dai sostenitori dell'Hindutva e oggetto di numerose leggende nere, Aurangzeb, sesto e ultimo Gran Moghul degno di questo titolo, rischia ingiustamente di essere colpito ora anche dalla Damnatio Memoriae a livello nazionale.

Shoaib Daniyal spiega su Scroll il perchè.

Aurangzeb road, New DelhiCome accade sempre più spesso dall'ascesa di Narendra Modi al potere, la Storia torna a irrompere nell'attualità politica indiana. La giunta comunale di New Delhi ha recentemente proposto di sostituire dopo oltre un secolo il nome dell'elegante Aurangzeb Road, nella Delhi di Lutyen, con quello di APJ Abdul Kalam - l'amatissimo ex-presidente della Repubblica indiana scomparso lo scorso Luglio, allo scopo non troppo mascherato di contrapporre la memoria di un Musulmano Buono a quella di un Musulmano Cattivo, NdT -. La proposta ha subito incontrato ampio sostegno tanto tra i membri del BJP quanto tra quelli dell'AAP, mentre quelli del Congress hanno mantenuto a riguardo un prudente riserbo. La mozione di Delhi ha dato nuovo impulso anche a un'altra istanza di lunga data del partito Shiv Sena, in Maharashtra: ribattezzare la città di Aurangabad, un tempo capitale Moghul del Deccan, col nome del figlio dell'eroe maratha Shivaji. La città, fondata da Malik Ambar, Peshwa del Sultanato di Ahmednagar, si prepara così a diventare presto Shambhaji Nagar. 

Molti danno per scontato che la Storia sia costituita solo da un impersonale elenco di eventi passati, una noiosa lista di fatti e figure. Ma mentre i dati nudi e crudi forniscono certamente una componente basilare per la storiografia, ancora più determinante per la stessa può essere il modo in cui gli storici interpretano quei dati, come descritto dallo storico e diplomatico britannico E. H. Carr: "La Storia consiste in un corpus di fatti accertati. I fatti sono disponibili per gli storici nei documenti, nelle epigrafi etc., come il pescato sulla bancarella di un pescivendolo. Lo storico sceglie, porta a casa, cucina e poi serve quei pesci secondo la ricetta che più gli aggrada". La pietanza ottenuta, in sostanza, dipende non solo dalle qualità di pesce disponibili in pescheria, ma anche da quali vengono scelte dal cuoco e da come questi decide poi di cucinarle.

Molta storiografia ufficiale indiana, per esempio, sceglie di sorvolare del tutto sulla devastante invasione operata dai Maratha nel Bengala Occidentale negli Anni 40 del XVIII secolo; nella narrazione indiana, i Maratha vengono infatti descritti prevalentemente come una forza nazionale, ignorando il fatto che, come ogni altro esercito medievale, all'epoca i Maratha non avessero alcun concetto di nazionalismo e che fossero quindi principalmente spinti dalla conquista e dal saccheggio. Con un'immagine speculare, i Pakistani hanno battezzato i loro missili col nome del sovrano afghano Mahmud di Ghazni, scegliendo di ignorare che il condottiero avesse accumulato le sue fortune razziando soprattutto i territori che appartengono oggi proprio alla loro nazione.

Tutto ciò non significa che una Storia del Bengala che non includa l'invasione dei Maratha sia di per sè falsa: dopotutto, la storia di qualsiasi regione finisce per forza per omettere un evento o l'altro per renderne la narrazione fluida e concisa; si tratta tuttavia di un esempio utile ad introdurre il concetto stesso di narrazione e del potere che questa può avere nel forgiare il nostro concetto di Storia. Per quanto riguarda Aurangzeb, la narrazione più diffusa a livello popolare è quella che lo descrive come una sorta di Voldemort moghul, un tiranno talmente feroce da rendere la sola menzione del suo nome minacciosa per la nazione e che come tale dev'essere quindi cancellato da ogni angolo del paese.

Naturalmente è impossibile confutare (o confermare) con un solo articolo una narrazione popolare così radicata, ma ad ogni modo ecco cinque punti che dovrebbero contribuire a metterla perlomeno seriamente in dubbio:

1 - Aurangzeb ha costruito più templi di quanti ne abbia distrutti.

La questione della distruzione dei templi ha assunto caratteristiche particolarmente sensibili a seguito dei violenti moti guidati dal BJP che negli Anni 80 e 90 del Novecento portarono alla distruzione della secentesca Babri Masjid, nella convinzione che al suo posto si ergesse precedentemente un tempio dedicato al dio Rama. Curiosamente, però, non vi è praticamente costanza di lagnanze dell'epoca da parte induista che riguardino la distruzione di templi, quando cioè si suppone che quei fatti siano avvenuti, e nemmeno in seguito, nel XVIII secolo, quando il potere moghul era ormai praticamente svanito (in caso qualcuno fosse tentato di sospettare una sorta di censura moghul a riguardo). Come ha dimostrato lo storico Richard Eaton, la distruzione di templi da parte dei Moghul in Hindustan fu infatti un evento estremamente raro e principalmente politico, compiuto cioè allo scopo di reprimere l'insubordinazione di un governante recalcitrante, piuttosto che di un'affermazione religiosa. Nonostante la sua attuale terribile reputazione, anche Aurangzeb aderì infatti a quel modello: Eaton calcola che i templi distrutti da Aurangzeb furono al massimo 15 e in ogni caso sempre per ragioni politiche. Per esempio, non prese mai di mira i templi del Deccan, sebbene il suo enorme esercito avesse campeggiato nella regione per buona parte del suo lungo regno. Nel Nord, invece, effettivamente attaccò dei santuari, come per esempio il tempio Keshava Rai di Mathura, ma solo perchè i Jats della regione gli si erano ribellati. Sempre ai fini della Ragion di Stato, al contrario Aurangzeb patrocinò frequentemente l'edificazione di santuari come ricompensa verso i regni hindu che gli dimostravano lealtà. Come sottolinea Katherine Butler, del King's College di Londra, "Aurangzeb costruì molti più templi di quanti ne distrusse". Studiosi quali Catherine Asher, M. Ather Ali e Jalaluddin hanno inoltre individuato numerose rendite esentasse conferite dall'imperatore a santuari hindu e in particolare quelle assegnate al Jangam Bari Math di Varanasi, al Balaji di Chitrakoot, al Someshwar Nath Mahadev di Allahabad, all'Umanand di Gauhati e a molti altri. Va comunque ricordato che la distruzione dei santuari era una pratica comune nella politica indiana dell'epoca e nella quale non si distinguevano solo i Musulmani. Nel 1791, per esempio, l'esercito Maratha saccheggiò e danneggiò il tempio Shankaracharya di Sringeri, in quanto patrocinato da Tippu Sultan di Mysore, loro nemico, il quale in seguito lo fece restaurare e riconsacrare.

2 - La musica fiorì in India durante il regno di Aurangzeb.

Una delle parti cruciali dell'intera narrazione sull'Aurangzeb tiranno riguarda il fatto che l'imperatore avesse proibito la musica. Si tratta  di una questione profonda, in Hindustan, che davvero potrebbe da sola chiudere il caso: peccato che sia totalmente falsa. Lungi dall'essere bandita nell'impero, come già ampiamente dimostrato da Katherine Butler Scholdfield la musica non venne vietata nemmeno alla corte dell'imperatore, dove non solo l'anniversario della sua ascesa al trono veniva regolarmente celebrato con musiche e danze, ma grazie al patrocinio offerto direttamente da Aurangzeb all'arte vennero composti numerosi Dhrupad in suo nome. Lui stesso, d'altronde, sembra essere stato un esperto di un certo livello: nel Mirat-e-Alam, Bahktawar Khan scrisse che l'imperatore "Possedeva conoscenze musicali da perfetto intenditore". Il Rag Darpan, trattato sulla musica composto dal nobile moghul Faqirullah, contiene l'elenco completo dei musicisti e dei cantanti preferiti da Aurangzeb. Il figlio prediletto dell'imperatore, Azam Shah, si spinse anche oltre, durante la vita di suo padre, diventando egli stesso un eccellente musicista. In sostanza, si può tranquillamente affermare che la musica fiorì durante il regno di Aurangzeb, al contrario di quanto popolarmente creduto e che anzi, come scrive Schfield, "Durante il suo regno vennero composti in Persiano più trattati sulla musica che nei precedenti 500 anni di dominio musulmano in Hindustan e nei quali si trovano regolarmente significativi riferimenti contemporanei alla pratica della stessa". Tuttavia, nonostante la sua passione per la musica, al tramonto della sua vita la fede religiosa di Aurangzeb si fece effettivamente molto più austera e smise quindi di goderne. Ma, dati i presupposti, supporre che questa sua scelta personale abbia potuto portare a delle politiche restrittive nell'intero impero moghul sembra assai azzardato.

3 - Aurangzeb impiegò più Hindu (compreso Shivaji) di qualsiasi altro Moghul.

E' un fatto ben noto che il numero di Hindu impiegati nell'amministrazione dall'imperatore fu all'epoca il maggiore della storia Moghul: il numero dei burocrati, ufficiali e amministratori hindu durante il suo regno crebbe in proporzioni tali che, secondo M. Ather Ali, "Fornirebbe a qualunque avvocato argomenti più che sufficienti per smontare qualsiasi accusa rivolta ad Aurangzeb di politiche discriminatorie contro gli Hindu". Nel quarto decennio del suo regno la proporzione degli Hindu tra comandanti, capidipartimento a corte e amministratori di province crebbe infatti dal 24 % dell'epoca di suo padre, ShahJahan, fino al 33 %. Se si analizza poi il solo settore amministrativo e militare, le proporzioni si fanno ancora più alte. Un notevole numero di Generali dell'esercito dell'imperatore erano infatti Rajput hindu e quando si analizzano le guerre di Aurangzeb contro i Maratha o i Sikh dal punto di vista religioso, si dimentica spesso di menzionare il fatto che il suo esercito fosse guidato sul campo quasi sempre da generali Rajput. Lo stesso Shivaji di fatto ne fece parte in qualità di comandante e, secondo quanto riporta Jadunath Sarkar, aveva persino aspirato ad essere nominato vicerè moghul del Deccan: una carica che non ottenne solo perché Aurangzeb non ne seppe percepire a tempo il genio militare.

4 - Aurangzeb era madrelingua Hindi

Il fatto di non essere Indiano è un'accusa rivolta non solo ad Aurangzeb, ma anche a qualsiasi altro regnante musulmano dell'Hindustan medievale. Si tratta di una critica non solo puerile ma anche di fatto assurda, giacchè nel XVII secolo semplicemente in Hindustan non esisteva nemmeno il concetto di nazionalismo, come peraltro in quasi nessun'altra parte del mondo. Ciononostante, anche secondo i moderni standard Aurangzeb era in realtà un perfetto, pukka, indostano di classe alt(issim)a, giacchè come tale era nato e cresciuto. Il patrocinio della Braj Bhasha, lingua dell'India settentrionale riservata alla poesia e ai canzonieri, era stata una tradizione lungamente coltivata dai Moghul e che continuò sotto il regno di Aurangzeb, durante il cui impero venne mantenuta viva e vibrante, dichiara la studiosa Allison Busch. Azam Shah, l'erede di Aurangzeb, era fortemente interessato nella poesia Braj e patrocinò personalmente alcune delle maggiori firme dell'arte, quali per esempio Mahakavi Dev o Vrind, un altro gigante dello stile, e che venne ospitato alla corte di Aurangzeb.
Ma non solo: come ovvio, a quell'epoca la lingua materna di Aurangzeb e degli altri moghul era ormai diventata una forma di proto-Hindi/Urdu. In un'affascinante lettera scritta dall'imperatore a suo figlio Azam Shah, ormai 47enne, Aurangzeb gli dona una fortezza e ordina che vengano suonati i tamburi in suo nome; nella stessa, l'imperatore ricorda infatti al figlio l'epoca della sua infanzia in cui il bimbo soleva esclamargli entusiasta "Babaji Dhun Dhun!!" in Hindi, quando udiva il tuonare delle percussioni che tanto amava.
Naturalmente i Moghul scrivevano prevalentemente in Persiano, lingua ufficiale e internazionale dell'epoca, ma giacchè anche quest'articolo è stato scritto originariamente in Inglese, la cosa non dovrebbe suscitare particolare stupore.

5 - La Jizya, la tassa per gli Infedeli, all'epoca non era particolarmente discriminatoria.

Certamente fu uno dei punti più controversi del regno di Aurangzeb e tuttavia andrebbe analizzato più a fondo: abolita da Akbar il Grande e reintrodotta da Aurangzeb, la Jizya era una tassa imposta ai non musulmani e che si sommava alle altre comuni gabelle. L'imposta si articolava secondo 3 livelli, a seconda del reddito dei contribuenti e variava dallo 0,5 al 6 % dell'imponibile. I sudditi non musulmani che ne erano esentati erano tuttavia numerosissimi e particolarmente non solo i poveri, i disoccupati o i disabili, ma anche i Brahmani, in qualità di guide spirituali della comunità hindu, nonché tutti gli impiegati statali, tra i quali, come detto, gli Hindu costituivano una notevole percentuale. Era in sostanza l'equivalente dello Zakat, il dovere dell'elemosina che costituisce uno dei cinque pilastri dell'Islam, l'obbligatorietà della quale tuttavia Aurangzeb abolì per i Musulmani. Dal punto di vista attuale, ciò fu dunque chiaramente discriminatorio verso gli altri sudditi, giacchè nessuna nazione moderna stabilisce oggi imposte basandosi sull'identità etnica o religiosa dei suoi cittadini; ma giudicare le figure del XVII secolo in base all'etica moderna sarebbe una forzatura assurda: ne uscirebbe fatto a pezzi chiunque. Le tasse imposte in base all'identità religiosa all'epoca di Aurangzeb erano infatti piuttosto una consuetudine, che una vessazione. Quando i Maratha rimpiazzarono i Moghul in vaste aree del Deccan, di fatto seguirono la stessa politica fiscale, esigendo lo Zakat dai Musulmani senza imporre alcun equivalente agli Hindu. Tuttavia, tanto lo Zakat dei Maratha quanto la Jizya moghul furono in realtà provvedimenti solo lievemente discriminatori, per l'epoca, giacché coinvolgevano cifre modeste e una piccola parte della popolazione (il gettito fiscale dell'India odierna proviene solo dal 3 % dell'intera popolazione: è facile immaginare quanto ridotta dovesse essere la base soggetta a imposte all'epoca moghul). Ma, a differenza dei tempi attuali, l'asse principale dell'India moghul non ruotava affatto attorno alle questioni tra Hindu e Musulmani: per valutare cosa fosse la reale discriminazione nel XVII secolo in India, bisogna analizzare le questioni castali. I Dalit Mahar dell'attuale Maharashtra, sotto il dominio dei Peshwar Maratha, come noto dovevano circolare con una scopa attaccata alla propria schiena affinchè le loro contaminanti orme venissero cancellate appena impresse nella polvere, nel caso che un membro delle caste superiori desiderasse percorrere in seguito lo stesso sentiero. Allo stesso modo, dovevano portare un recipiente appeso al collo, per prevenire la contaminazione causata da qualsiasi goccia di loro saliva o muco inavvertitamente diffusa nell'etere. Le armi e la scolarizzazione erano loro totalmente proibite e qualsiasi insubordinazione o inadempienza verso le regole castali veniva punita direttamente con la morte. La loro condizione sotto il dominio Maratha era talmente degradante che BR Ambedkar, membro della stessa casta di intoccabili, usava celebrare la vittoria britannica nelle guerre Anglo-Maratha, secondo una consuetudine che spesso ancora oggi si perpetua tra i Mahar.

La valutazione dei regimi tirannici del passato non si basa dunque affatto sull'oggettiva analisi della Storia (sempre che ciò sia in ogni caso fattibile) ma principalmente sugli attuali pregiudizi e orientamenti politici. Così, ancora oggi si discute animatamente della Jizya reintrodotta da Aurangzeb, mentre lo Zakat dei Maratha o le loro discriminazioni castali verso altri Hindu vengono quasi sempre nascoste sotto il tappeto, ed ecco anche perchè alla Aurangzeb Road di New Delhi verrà presto cambiato il nome.

 

Liberamente tratto e tradotto da Scroll.in

 
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