Aurangzeb, l'imperatore bigotto PDF Stampa E-mail
L'Arte, la storia e la cultura - Cenni di Storia

Tre secoli fa, nel 1707, si spegneva a Delhi dopo 50 anni di regno l'ultimo Gran Moghul degno di questo nome.

di Federico Rampini

Aurangzeb, prima metà XVIII sec. autore ignotoL'imperatore indiano Aurangzeb era alla vigilia dei novant'anni quando si spense tre secoli fa. La figura di Aurangzeb rimase per qualche tempo avvolta in un velo di mistero per una singolare decisione dello stesso sovrano. Fu l'unico Gran Moghul a diramare un editto che proibiva di scrivere la storia, di tenere resoconti degli eventi sotto il suo regno. Quasi avesse il presagio che il giudizio dei posteri sarebbe stato duro con lui. Secondo una leggenda, sul letto di morte nel 1707, fu assalito dal pentimento, ordinò agli eredi di capovolgere le sue politiche e tornare a quelle dei suoi predecessori. Forse nell'agonia vide scorrere davanti agli occhi il bilancio di mezzo secolo al potere: il tesoro dinastico dissanguato in lunghe e inutili guerre; l'odio religioso che serpeggiava tra i sudditi minando la coesione dell'impero; la nefasta influenza che lui stesso aveva concesso agli ulema islamici incompetenti nell'amministrazione pubblica.

Il fatale indebolimento dell'impero moghul non tardò a manifestarsi. Passarono poche settimane e l'India precipitò in un vortice di guerre fratricide. "Aurangzeb - scriveva nel 1880 il grande studioso dell'India James Talboys Wheeler - fu l'ultimo dei Moghul che giocò un ruolo importante nella storia. Esaurì le risorse dell'impero inseguendo un solo disegno: spodestare le divinità indù ed estendere la presa del Corano su tutto il paese. Il grande Akbar, all'apogeo della dinastia, aveva unificato l'impero grazie alla sua tolleranza verso tutte le razze. Aurangzeb ne distrusse le fondamenta attraverso la persecuzione. Quando morì, la disintegrazione era cominciata. Entro 50 anni dalla sua morte la sovranità dei Moghul era ormai un'apparenza priva di contenuto".

L'impronta di Aurangzeb è cruciale per capire le tensioni che ancora oggi turbano la convivenza tra le due maggiori religioni dell'India, indù e musulmani. La sua storia smentisce una teoria che ebbe una certa presa tra i progressisti del movimento anticoloniale e poi durante la sanguinosa partizione fra India e Pakistan: l'idea che l'odio tra indù e musulmani sia stato acceso prevalentemente dagli inglesi per servire la loro strategia del divide et impera, e quindi che la diffidenza tra le due comunità sia un letale residuo della dominazione britannica. In realtà le radici della discordia sono molto più antiche, risalgono alle origini stesse dell'espansione maomettana dalla Penisola arabica e hanno toccato le due punte estreme, proprio sotto i Moghul: la massima armonia e l'odio più implacabile.

L'Islam arriva in India fin dal I secolo dell'Egira, il periodo che si apre con la fuga di Maometto nell'anno 622 d.C. La nuova religione viene diffusa dai mercanti lungo la Via della Seta, poi dal 711 con i raid dei generali arabi che puntano verso il Rajasthan. Da quel momento l'India è costantemente sotto l'attacco dei popoli di religione islamica. Ma per molto tempo le invasioni non agiscono in profondità nell'antico tessuto della società indiana. Talboys Wheeler riassume così i primi otto secoli di incursioni: "Arabi, turchi, afghani potevano saccheggiare i templi e distruggere gli idoli, ma non riuscirono a schiacciare i vecchi culti mitologici degli indù. I regni venivano creati con la spada e mantenuti con la spada; mancava quella coesione tra i dominatori musulmani e la popolazione induista che avrebbe dovuto garantire un'influenza permanente".

E' solo l'imperatore Akbar, al potere dal 1556 al 1605, a imporre una ricetta originale che cambia segno alle relazioni con gli indù. Akbar è un lontano discendente del conquistatore mongolo Tamerlano. Pur essendo musulmano, ripudia sia la jihad, la guerra santa, sia la legge coranica, mette radici nella classe dirigente indiana attraverso matrimoni con donne di stirpi locali, abolisce il concetto della religione di Stato, introduce principi non solo di tolleranza e dialogo, ma perfino di eguaglianza tra le fedi, che rimangono eccezionali nell'intera storia dell'umanità. Akbar emargina il ceto ecclesiastico degli ulema, promuove dignitari indù ai massimi livelli dell'amministrazione, sopprime ogni veto religioso contro le Belle Arti. Abroga il calendario islamico sostituendolo con quello di Zoroastro, di origine persiana, perchè meglio si adatta a misurare il ritmo delle stagioni e dei monsoni per l'agricoltura indiana.

Al regno di Akbar succedono quelli di Jahangir e poi di Shah Jahan, che fa edificare il Taj Mahal ad Agra. Nel 1658 tra i figli di Shah Jahan s'impone come successore Aurangzeb, al termine di una lotta feroce in cui uccide i tre fratelli (tra i quali il principe ereditario, l'illuminato Dara Shikoh, purtroppo, NdR) e rinchiude il padre nel Forte Rosso di Agra fino alla fine dei suoi giorni (pena che verrà abbreviata da un avvelenamento, pare). E' l'avvio della grande restaurazione, la svolta settaria che demolisce il capolavoro politico-culturale di Akbar. Aurangzeb si professa sunnita di stretta osservanza e il suo obiettivo esplicito è estirpare l'idolatria, imporre il Corano come unica fede. Ha inizio mezzo secolo di intolleranza bigotta destinato a lasciare cicatrici profonde nell'anima dell'India.

Tra i primi editti di Aurangzeb c'è il divieto del vino - pena il taglio di una mano o di un piede per i praticanti musulmani - un proibizionismo a cui gli esperti fanno risalire la vasta diffusione del bhang, stupefacente a base di canapa indiana e di altre erbe, che a quei tempi crea una tossicodipendenza di massa non meno deleteria dell'alcolismo. Subito dopo viene l'editto contro i baffi (che, secondo Aurangzeb, impediscono di pronunciare correttamente il nome di Allah) mirato contro la minoranza persiana, i cui uomini vengono braccati per le vie delle città da squadre di barbieri. Ben presto anche la musica e la danza cadono sotto i divieti di Aurangzeb, deciso a stroncare la tradizione delle sacre Devadasi, raffinate ballerine, sacerdotesse e poetesse che praticano anche la prostituzione. La sua furia non risparmia i musulmani sciiti nè i sufi dediti a una versione mistica dell'Islam radicata da tempo in India.

Solo le minoranze cristiane godono di un trattamento un po' meno repressivo, hanno il permesso di bere vino entro le mura di casa e questa indulgenza sembra avere una spiegazione personale: Aurangzeb è innamorato di una cristiana originaria della Georgia, la bella Udipuri, e la favorita del suo harem ha un debole per il vino. L'escalation del fanatismo conosce una sola parentesi di pausa. Accade nel 1664 perchè l'imperatore si ammala di un morbo misterioso. E' prostrato dalla debolezza, spesso in stato di incoscienza. La sorella Roshanara Begum ne approfitta per un golpe di palazzo: durante la malattia di Aurangzeb si autonomina interprete della sua volontà, sequestra il fratello nella sua camera mettendogli a guardia un contingente di soldatesse tartare che impedisce a chiunque di avvicinarsi.

Sull'origine della potenza di Royshan Rai Begum fioriscono i retroscena raccontati dagli eunuchi di corte: la sorella di Aurangzeb è considerata la vera padrona dell'harem imperiale, nel quale avrebbe varie amanti, a conferma che gli amori lesbici sono diffusi nei serragli delle concubine. Ma il Gran Moghul si riprende, e il regno del terrore ricomincia. Dal 1680 al 1707 l'India viene gettata nelle sue guerre di religione, una serie di campagne militari con cui Aurangzeb cerca di piegare i residui principati induisti, le stirpi Rajput e Marathi. Risale a questo periodo la più massiccia opera di distruzione di templi indù, buddhisti e jainisti, la cacciata in esilio degli yogi, il divieto delle feste religiose locali, il licenziamento dalla burocrazia imperiale di chi rifiuta la conversione all'Islam. La misura più impopolare, che cancella ogni consenso verso il sovrano Moghul, è infine il ripristino della famigerata jezya, la tassa sugli infedeli, un'imposta che era stata prelevata dai primi conquistatori musulmani ma poi abolita da Akbar.

Le manifestazioni di protesta vengono schiacciate nel sangue dalle truppe di Aurangzeb con i blindati antisommossa del suo tempo: gli elefanti. Tra gli oltraggi che si tramandano, figura un episodio celebre nella guerra tra l'imperatore e un principe rajput, un Rana. Aurangzeb subisce una disfatta, al comando delle sue truppe cade in un'imboscata tesa dal Rana. Il principe rajput sceglie però la clemenza, salva la vita dell'imperatore e lascia che torni a Delhi con i suoi soldati, chiedendogli a cambio un gesto di rispetto: i musulmani nella loro ritirata risparmino le mandrie di vacche. Aurangzeb, in segno di spregio per quella che considera solo una debolezza del nemico, dà invece ordine ai soldati di sventrare tutte le mucche che incontrano sulla via del ritorno.

Lo scontro militare non piega però le resistenze rajput e maratha, nè restaura la potenza moghul. "Aurangzeb - scrive Talbys Wheeler - nascose la sua decadenza agli occhi del popolo con una esistenza di lusso e magnificenza che sarebbero state ricordate per generazioni. Si spostava tra l'Hindustan e il Deccan con lo splendore e la scenografia di un Dario di Persia. Il ricordo della sua grandiosità durò più a lungo della dissoluzione dell'impero. I tumulti e le rivolte minarono la vitalità del regime e lo resero facile preda degli invasori stranieri ".

 

Tratto da: Aurangzeb, l'imperatore bigotto che distrusse l'India, pubblicato da La Repubblica del 22 Aprile 2007, pag 36-37.

 

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