Addio a Pandit Ravi Shankar PDF Stampa E-mail
L'Arte, la storia e la cultura - Musica
Mercoledì 12 Dicembre 2012 01:00

Addio al Pandit Ravi Shankar. Il ritratto che ne fece John O’Mahony 4 anni fa per il Guardian e tradotto dal Corriere

"Avevo l’ammirazione di tutti questi hippies ed è stato molto bello suonare a Woodstock"

 

Quel che Ravi Shankar meglio ricorda del festival di Monterey — estate del 1967, quando lui era all’apice della fama, il guru delle celebrità — è l’infelice collocazione della sua performance. Prima c’erano i Jefferson Airplane, gruppo dal sound in contrasto con il virtuoso del sitar; subito dopo arrivava un certo Jimi Hendrix, allora quasi sconosciuto, ma che stava facendo parlare di sé per i suoi turbolenti e feroci assolo alla chitarra elettrica. «Hendrix mi sembrava fantastico, ma davvero assordante—dice ora Shankar, scuotendo il capo —. E poi faceva quel numero con il suo strumento, apriva una latta di benzina e dava fuoco alla chitarra: la gente impazziva per una cosa del genere, a loro piaceva, ma per me bruciare la chitarra era il peggior sacrilegio possibile. Sono corso via. Ho detto che a costo di pagare una penale, non avrei suonato al festival. Non avrei proprio potuto».

La soluzione degli organizzatori fu quella di lasciare a Shankar il palco per una performance pomeridiana, durante la quale Hendrix rimase tranquillamente seduto in prima fila ad ascoltare i suoi raga. Questo incidente si inserisce in una carriera musicale tra le più straordinarie e bizzarre. Alla veneranda età di 88 anni, Shankar si è appena congedato dall’Europa con un tour culminato al Barbican Centre di Londra, dove ha eseguito con la figlia Anoushka, anche lei suonatrice di sitar, una selezione di raga scelti per l’occasione. Quando lo si conosce, si ha difficoltà a credere che quest’uomo minuto e gentile sia stato un divo della controcultura. Ci saluta con un namaskar, un leggero e cortese inchino, e il suo tono di voce è poco più di un sussurro: «Spero di farmi capire — dice, scusandosi di soffrire di jet lag per il lungo viaggio che ha dovuto fare dalla California, suo paese adottivo —, non mi abituo più come un tempo al cambio di fuso orario».

Cinquant’anni fa Shankar, già famoso in India, arrivò per la prima volta in Europa e negli Stati Uniti, proprio quando si stava diffondendo la mania per le filosofie orientali. John Cage propinava a un pubblico stupefatto il silenzio zen, e il pioniere hippie Timothy Leary difendeva l’uso delle droghe sostenendo di essere membro di un’oscura setta indù. Shankar venne accolto da tutti a braccia aperte: da John Coltrane, che diede a uno dei figli il suo nome, al violinista Yehudi Menuhin; molti dei suoi discepoli lo vedevano come una specie di faro spirituale. E soprattutto divenne il guru che introdusse George Harrison, e attraverso di lui i Beatles, alla musica, alla cultura e alla filosofia indiana. Quando nel 1966 conobbe Harrison, Shankar sapeva molto poco dei Beatles, non aveva mai sentito «Norwegian Wood », il primo brano in cui Harrison impiega il sitar. Ma i due si piacquero: «Mi sono affezionato a George—dice Shankar — Gli ho dato l’ Autobiografia di uno yogi ed è così che ha iniziato a interessarsi alla cultura vedica e alle cose indiane. Per me è stato come un figlio».

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L'altro Ravi Shankar

 

Mentre il mondo ricordava l'Indiano amico dei Beatles, l'India salutava Pandit Ravi Shankar.

 

 
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