Buddhadeb, il comunista che fa rinascere Calcutta PDF Stampa E-mail
Gli Indiani - Le grandi personalità
Lunedì 23 Gennaio 2006 15:50

I giovani sono venuti in massa per applaudire la star di questo evento: il governatore comunista del Bengala occidentale, il marxista che con le sue riforme di mercato sta trasformando Calcutta, il Deng Xiao-ping dell' India.

di Federico Rampini, da La Repubblica del 23.1.2006

E' Buddhadeb Bhattacharjee, 62 anni, comunista dall'età di 20 anni, in gioventù traduttore di Ho Chi Minh, il leader che guidò il Vietnam alla vittoria contro l'America. Il presidente della Confindustria lo presenta con venerazione: "Ecco l'architetto della nostra rinascita, ecco il politico-modello". Il governatore è un omino dai capelli candidi. Ha lo sguardo tagliente dietro gli occhiali con la montatura spessa.

Indossa il tradizionale abito bianco alla Nehru. Prende il microfono per lanciare il suo messaggio alle numerose delegazioni di imprenditori occidental: "Il West Bengala è ricco di risorse umane giovani e qualificate, il capitale intellettuale che serve a tutte le industrie basate sulla conoscenza, l'innovazione, la scienza. Noi invitiamo gli investimenti esteri delle multinazionali e li accogliamo a braccia aperte. Dall'industria alle infrastrutture, il capitale straniero qui è benvenuto".

Il nuovo polo tecnologico di Salt Lake, con i campus di ricerca della IBM, della Siemens e della Philips, è l'embrione di un'operazione più vasta. Sta per nascere qui vicino una Calcutta-bis nuova fiammante, una città satellite che si chiamerà Rajarhat, disegnata su misura per le multinazionali avide di assumere ingegneri indiani, programmatori di software, fisici e biologi con un decimo degli stipendi europei e americani.  
Sembra impossibile che questa sia la stessa città dei lebbrosari di madre Teresa, la capitale mondiale della miseria e della sofferenza descritta nella "Città della gioia" di Dominique Lapierre. Negli anni 60 bastava un'estate senza monsoni perchè la città fosse invasa da una marea di contadini costretti all'elemosina, e ogni giorno portava la sua ecatombe di bambini decimati dalla denutrizione.

Era la città dove 10 milioni di persone vivevano con 3 metri quadri di abitazione a testa, dove i diseredati accatastai nelle immense baraccopoli sopravvivevano frugando nelle tonnellate di spazzatura putrefatta al sole, esposti a epidemie di colera, tifo, epatite, encefalite, rabbia. Non è scomparsa del tutto quella Calcutta, con le facciate scrostate dei palazzi Belle epoque consumati dal clima tropicale, le esalazioni putride degli scoli. 
I cinque centri di Madre Teresa lavorano sempre a pieno ritmo. In quello dedicato all'infanzia, alle 9 del mattino c'è già la coda di mamme coi bambini in braccio, dietro ai 4 banconi che distribuiscono gratis le medicine contro il vomito, la diarrea, l'asma. La palazzina degli orfani in attesa di adozione è stracolma, soprattutto di bambine salvate all'infanticidio o dall'aborto selettivo. Al piano superiore ci sono le camere dei piccoli disabili: senza speranza di essere adottati, sono accuditi, puliti, imboccati dalle suore.

Poco distante, accanto al tempio induista della dea Kalì dove i pellegrini sfilano a piedi nudi nella melma sudicia mista al sangue degli agnelli sacrificali, c'è il centro di Madre Teresa dedicato ai morenti: vecchi magrissimi che vengono a passare qui le loro ultime ore perchè non hanno nè casa nè famiglia, malati terminali, giovani consumati dall'Aids, sono coricati su tante file di lettini, confortati dai volontari che si alternano al loro fianco.

La sporcizia rimane la maledizione più visibile di questa metropoli che ormai sfiora i 20 milioni di abitanti. Le vestigia di quella che fu capitale imperiale della  British India dal 1772 al 1912 hanno ancora un'eleganza superba - l'imponente Victoria Memorial di marmo bianco, la High Court of Justice in stile Westminster, il Writer's building di mattoni rossi - ma a fianco dei campi da cricket ci sono tribù di mendicanti accampate su discariche di immondizia. Il nuovo ponte sul fiume Hoogli, un ramo del Gange, sembra il Golden Gate, ma ai lati ha sconfinate latrine a cielo aperto dove bambini e cani randagi si aggirano fra gli escrementi. La strada che i taxi percorrono strombazzando dall'aereoporto al centro è uno zigzag di vicoli tra le buche e i mercatini dove frutta e verdura giacciono esposte su un terriccio immondo. 

E' una lotta serrata tra due Calcutte, per decidere quale immagine prevarrà sull'altra. Buddhadeb Bhattacharjee, detto anche il Buddha comunista, ha decretato la messa al bando dei 18.000 rickshaw ancora tirati a forza di braccia, gli ultimi taxi umani, e i manovali di questo mestiere antico per protesta hanno bruciato la sua effigie in piazza. Lo accusano di voler fare una pulizia estetica nascondendo i segni della povertà, ma non ha torto quando denuncia il racket dell'accattonaggio.
La miseria africana, la fame di massa, è scomparsa con la riforma agraria che ha abolito i latifondi e redistribuito le terre. Ormai il West Bengala ha tre raccolti di riso all'anno e l'agricoltura più produttiva di tutta la nazione ( l'India intera ha avuto una rivoluzione verde che l'ha trasformata in una potenza agricola mondiale, grossa esportatrice verso l'estero).

Al potere dal 1977, i comunisti del Bengala occidentale devono la loro svolta liberista, al meno in parte, proprio al loro estremismo. E' quello che spiega il padre storico del partito, il 92enne Jyoti Basu che ha allevato Bhattacharjee e che fu Primo Ministro dal 1977. Di portamento aristocratico, laureato alla London School of Economics quando vi dominavano i liberali come Joan Robinson, Basu mi accoglie nel suo studio decorato con un ritratto di Lenin. " Per anni il governo di New Delhi ha diffidato di questa roccaforte rossa, ci ha negato gli investimenti della grande industria pubblica perchè aveva paura di rafforzre i Comunisti. Così abbiamo dovuto arrangiarci da soli per attirare i capitali". Anche la Cina ha fatto la sua parte. 
"Ai tempi di Mao i Cinesi trattavano il mio partito da lacchè dell'imperialismo, per loro eravamo troppo moderati, e preferivano sostenere la fazione della guerriglia armata nel West Bengala. Poi è arrivato Deng Xiao-Ping e di colpo Shanghai è diventata una replica di Hing Kong. Oggi quando guardo giocare la mia bisnipote, tutti i suoi giocattoli sono made in China. Siamo dovuti diventare pragmatici per forza."

Che Buddhadeb faccia sul serio lo conferma il signor Jhingan, padrone della Carrit Moran Private Limited, pioniere storico del capitalismo di Calcutta: è il più grosso trader mondiale di tè, controlla quel commercio che fu a lungo il maggiore business degli Inglesi sulle rive del Gange." Il clima è cambiato- dice Jhingan- prima i sindacati potevano paralizzare qualunque impresa e l'intera città. Buddhadeb un giorno gli ha detto: di questo passo noi comunisti, voi sindacalisti e l'intero West bengala diventeremo un rudere storico. Oggi ho potuto dimezzare la mia forza lavoro e adottare le tecnologie informatiche più avanzate per controllare le esportazioni mondiali del tè, senza che il governo locale  e i sindacati mi abbiano ostacolato".

Con 100 milioni di abitanti ( più della Germania ), 5 premi Nobel, una capitale vibrante di talenti intellettuali, dagli economisti ai romanzieri, il West Bengala aspettava solo l'uomo giusto per liberare le sue energie. Il Deng Xiao-Ping indiano è quello che ci voleva. Ai sindacati dice: "Gli imprenditori sono dietro la prosperità dello Stato, non rovinate il boom industriale che è appena iniziato" Ai dirigenti dell'Amministrazione pubblica dà ordini di "trattare con fermezza" i dipendenti improduttivi " senza guardare alle tessere di partito". 
E' riuscito a sbloccare una privatizzazione-simbolo, quella del Great Eastern Hotel, un gioiello decaduto del 1840, albergo di lusso degradato dalla muffa e dai topi sotto la gestione di Stato. I sindacati ne avevano bloccato la vendita per salvaguardare l'occupazione. Lui ha prepensionato tutti i dipendenti e l'ha venduto vuoto a una catena di lusso.

Ha indetto un'asta internazionale per il nuovo aereoporto di Calcutta, osa chiamare i privati persino dentro la sanità. Dopo l'Ibm e la Siemens, la Philips e la Mitsubishi, arrivano a Calcutta i colossi farmaceutici di Singapore, il gruppo americano Hay che è consulente di 470 multinazionali per l'outsourcing informatico. Arrivano perfino gli Indiani ed è tutto dire: il gruppo Tata, alleato della Fiat, annuncia che costruirà a Calcutta una nuova fabbrica di auto. Molti lamentano che di Buddhadeb ce n'è uno solo e se ne rimane nel suo West Bengala. Le ricette che i comunisti applicano a Calcutta, le bloccano a New Delhi. Privatizzazioni, liberalizzazione della concorrenza, apertura alle multinazionali: quando è il governo centrale a proporle per tutta l'India, la sinistra marxista punta i piedi.

I comunisti con i loro 60 parlamentari nazionali ( su 545 seggi ) sono un alleato indispensabile per il Partito del Congresso di Sonia Gandhi. Loro obiettano che il liberismo va applicato in dosi accettabili dalla società indiana. Sostengono, per esempio, che bisogna cominciare col privatizzare le aziende in perdita, non quelle che vanno bene. " Non vogliamo fare gli errori dei Cinesi - dice il vecchio Jhoty Basu - che hanno le campagne in rivolta per le diseguaglianze sociali". I comunisti indiani, ricorda l'anima storica della sinistra, hanno un vincolo che i loro potenti vicini non conoscono: " Noi al governo ci andiamo solo se prima vinciamo le elezioni".

 

 

 

 
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