L'Impero Romano e l'India PDF Stampa E-mail
L'Arte, la storia e la cultura - Cenni di Storia

I commerci marittimi tra l'Impero romano e l'India furono molto floridi ed equiparabili a quelli terrestri lungo la via della seta.

cocci romani rinvenuti in India

In una calda mattina di maggio del 1945, Sir Mortimer Wheeler, professore di archeologia romana all'Università di Londra e sovrintendente alle ricerche archeologiche in India, vide balzar fuori dal fossato di scavo di Arikamedu, nei dintorni di Pondicherry, oggi ex colonia francese nel Nord del Tamil Nadu, uno dei suoi studenti indiani che agitava un grande frammento di un piatto rosso: recava il timbro di un vasaio i cui forni avevano prosperato quasi duemila anni prima nei dintorni dell'odierna Arezzo, in Italia. 
Gli storici da tempo erano al corrente dei commerci intercorsi tra Roma e l'India, terrestri e marittimi, in parte grazie a testi che descrivono gli scambi commerciali di beni di lusso - principalmente tessuti, spezie e vino - e in parte grazie alle monete romane rinvenute a profusione sulla costa del Coromandel.

Spezie, sete, gemme ed altri carichi esotici, specialmente legno di teak, rinvenuti in un antico porto sulla costa egiziana del Mar Rosso, mostrano che il commercio marittimo tra l'impero romano e l'India fu molto più importante di quello che si pensava e che evidentemente aveva rivaleggiato con la leggendaria via della seta terrestre. Gli scavi compiuti presso l'antica Berenike, al confine egiziano col Sudan, hanno infatti portato alla luce le migliori prove fino ad ora ottenute di questi scambi. La città portuale fu fondata da Tolomeo II Philadelphos nel 275 a.C. col nome della madre dello stesso, Berenike I, allo scopo di ottenere dagli attuali Sudan, Eritrea ed Etiopia gli elefanti utilizzati nella guerra contro i Seleucidi in Medio Oriente, dei quali gli stessi nemici bloccavano l'importazione via terra dall'India. Tra i ritrovamenti di Berenike, risaltano però soprattutto più di 7 kg di pepe nero, la più grande quantità mai rinvenuta in un sito archeologico romano.

Berenike si trovava all'estremo confine sudorientale dell'impero e probabilmente funzionava come stazione di trasferimento per le merci che provenivano dal Mar Rosso. Il massimo sviluppo del porto si ebbe in due momenti, dal I al III sec d.C. e poi ancora verso il VI d.C. dopodichè l'attività del porto cessò completamente, forse a causa di una pestilenza.

Le navi navigavano tra Berenike e l'India durante l'estate, sfruttando i forti venti monsonici e il viaggio iniziava a due miglia da Alessandria, a Iuliopoli, svolgendosi prima sul Nilo, con un'imbarcazione fluviale idonea fino al deposito pubblico della dogana a Coptos, e poi proseguiva attraversando in dodici giorni il deserto orientale - circa 285 Km - caricando le merci su dromedari, fino al porto di Berenike o Myos Hórmos, sul Mar Rosso. Di nuovo si imbarcavano su grandi navi le anfore e le mercanzie per attraversare il Mar Rosso a metà Estate, al sorgere della stella Sirio, per raggiungere poi finalmente l'Oceano indiano e sfruttare il monsone: dopo quasi un anno, si seguiva l'identico percorso a ritroso.

La difficile navigabilità attraverso i bassi fondali del Mar Rosso, ove soffia tutto l'anno un forte vento da Nord che ostacola il percorso verso il Mediterraneo, giustifica la fondazione a Sud dei centri costieri di Myos Hórmos, odierna Quseir, di Berenike e prima ancora di Edfu, lungo la traversata del deserto e la via fluviale inizialmente seguita.

La rottaLe testimonianze dei grandi rischi e delle enormi fatiche intrapresi per compiere quel lungo viaggio sono varie e realmente sorprendenti. Consentono di cogliere quasi delle istantanee dei traffici commerciali che portavano a Roma merci esotiche, ma sottraevano anche alle casse romane, secondo Plinio il Vecchio, oro per non meno di 50.000.000 di sesterzi all'anno.

A Wadi Menih, lungo la carovaniera ove era ubicato per la presenza dell'acqua un Paneion - un luogo sacro a Pan legato al culto delle acque - mercanti romani lasciarono il segno del loro passaggio, all'andata e al ritorno dall'India: sono nomi noti, che ricorrono nelle fonti letterarie. Un'iscrizione lì rinvenuta contiene un riferimento al nome dello scopritore di Taprobane, odierno Sri Lanka, ricordato da Plinio: Annio Plocamo, ma la datazione non sembra accurata. Altri nomi incisi sono invece campani: specializzati nei profumi, andavano forse alla ricerca delle essenze odorose necessarie per i loro commerci, come il nardo degli altopiani himalayani e altre basi d'unguento. Originari di Capua, erano effettivamente molti i profumieri e uno di loro, nelle iscrizioni rinvenute, porta il cognomen di Berillio, pietra preziosa importata solo dall'India. D'altronde a Pompei è stata ritrovata una raffigurazione di una divinità indiana in avorio, giunta in Campania dunque prima del 79 d.C., fatidica data dell'eruzione del Vesuvio.

Come detto, dall'Oriente all'Occidente transitavano dunque via Berenike spezie, perle di vetro e di pietra, sete, incenso, mirra, noci di cocco, animali esotici ed essenze pregiate, mentre da Occidente arrivavano in India schiavi, vetro, grano, vino e corallo rosso, ritrovato lungo il percorso dei mercanti a Coptos, attuale Kuft, e rinomatamente apprezzato in India quanto lo erano in Occidente le perle. Ma nonostante i ritrovamenti in Coromandel, in età romana fu la costa occidentale dell’India, il Malabar, a essere la sede principale degli scambi con Roma, come d'altronde attesta il Periplus Maris Erythraei, un trattato merceologico del I sec d.C. Le città portuali indiane dove affluivano i prodotti dell’interno volti all'epsortazione furono Barabarike, alle foci dell'Indo, Muziris, probabilmente l'attuale Pattanam alla foce del fiume Peryar nell'odierno Kerala, Barygaza, l'attuale Broach, alle foci del Narmada, Arikamedu e l'odierna Virampattinum, indicata dai Romani come Poduca.

Il prodotto principale esportato dall’interno dell'India era però il pepe nero, assieme ad altre spezie impiegate in Europa come condimenti dei cibi, eupeptici e disinfettanti, mentre direttamente dalle coste indiane arrivavano le perle, pregiatissime e assai apprezzate dalle donne romane, come riportato da Svetonio, il quale narra che Cesare spese 60.000 sesterzi per una sola perla donata alla sua amante Servilia, madre di Marco Bruto. Le merci indiane erano generalmente pagate dai mercanti romani in monete d’oro, ma anche semplicemente barattate con altri prodotti: "Importano qui una gran quantità di monete... corallo, vetro grezzo, rame, allume, piombo, vino, nella stessa quantità che va a Barygaza...", riporta il Periplus, mentre Plinio il Vecchio, saggiamente, aggiungeva: "Gli Indiani apprezzano il corallo rosso quanto i Romani le perle indiane: il costo di queste merci varia a seconda dell'importanza che ogni popolo gli attribuisce".

Gli scavi di Berenike, che hanno consentito lo studio sistematico dei trascorsi commerciali europei con l'India, sono stati condotti dal 1995 al 1999 e dal 2000 al 2003 con il patrocinio dell'Olanda, Netherlands Foundation for Scientific Research, Humanties Department (GW-NWO), dal Ministero degli Esteri olandese e dalla National Geographic Society, tra gli altri.

Per saperne di più:

The Berenike Project

 

 
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