Il Sufismo in India PDF Stampa E-mail
Le religioni e i riti - Le fedi

Il sufismo, pur giunto in India in modo massiccio con la costituzione del Sultanato di Delhi, era noto già nel IX secolo nel subcontinente e i suoi legami con la spiritualità indiana sono stati più volte sottolineati, in particolare relativamente alle analogie che esso presenta con il sistema yoga-tantrico.

La tradizione sufi ebbe un ruolo di primo piano nell'islamizzazione dell'India e, contemporaneamente, venne da questa influenzata. Secondo alcuni il termine sufi è derivato dall'arabo safa, purezza; secondo altri da suf, lana, poiché nei primi tempi gli asceti indossavano vesti di lana grezza come simbolo della volontaria povertà. Ma c'è anche chi sostiene che questo termine sia troppo sublime per essere derivato da alcunché: esso avrebbe infatti valore per la sua pregnanza acustica, essendo in sostanza una sillaba sacra, un mantra. Il vocabolo iniziò ad essere usato intorno al 815 d.C. ma ciò a cui si riferisce, cioè l'esoterismo islamico, sarebbe già stato presente alla morte del Profeta. Il Sufi ritiene infatti che Muhammad avesse ricevuto due rivelazioni: una, contenuta nel Corano e accessibile a tutti e l'altra, invece, conservata nel cuore del Profeta e trasmessa solo ad alcune persone scelte. La prima conoscenza è presente nell'insegnamento dottrinale degli ulema mentre la seconda, strettamente esoterica, è il mistico percorso sufi che rappresenta quindi la dimensione interiore ed esoterica dell'Islam.

Il Sufismo si sviluppò attraverso diverse fasi: i primi Sufi erano musulmani ortodossi nel loro credo e nelle loro pratiche, non avevano ancora dato il via a speculazioni metafisiche e teologiche ed erano caratterizzati solamente dall'intenso timore di Dio, del suo giudizio e dalla rinunzia ai piaceri del mondo. Rinuncia e povertà erano però viste non come meritorie in sé, ma come espressione della devozione verso Dio. Importante era infatti non tanto l'assenza di beni materiali e la mortificazione personale (che non è mai richiesta dall'Islam ortodosso), quanto il completo superamento del loro desiderio, considerando come unico e vero appagamento terreno la devozione verso Dio. In un secondo periodo, pur non abbandonando il loro ideale ascetico, i Sufi centrarono però maggiormente l'attenzione sulla gnosi: un cambiamento nel quale giocarono un ruolo importante gli influssi del neo-platonismo, gli insegnamenti parsi, induisti e buddhisti, ma anche il misticismo speculativo cristiano.

L'Islam era già presente in Hindustan sin dall'inizio del VIII sec. ma si diffuse in particolare nel periodo XII - XIII sec, proprio con la predicazione dei maestri sufi, che non solo si erano facilmente inseriti nella corrente religiosa popolare della Bhakti, ma godettero nel tempo anche di una particolare predilezione da parte dei regnanti musulmani. Questi infatti si trovarono a dover dare coesione a un vasto territorio, la cui cultura originaria si presentava però profondamente variegata. Tentarono quindi di attenuare le rivalità esistenti fra le molte fazioni, consolidare l'unione tra i Musulmani e contemporaneamente integrare gli Hindu al potere appoggiandosi proprio alle confraternite sufi, giacchè è caratteristica del Sufismo da un lato tentare la riconciliazione dell'Islam ufficiale con pratiche e credenze di altra origine, come accadde poi nelle vicende indiane di epoca moghul, e dall'altro il rispetto per la concezione gerarchica del potere. Le confraternite sufi andarono così moltiplicandosi nel subcontinente indiano e con esse anche le loro sedi, khanqa, centri che, oltre alle sale per le riunioni e per l'audizione mistica, includevano anche cucine e refettorio comune, celle per il ritiro dei residenti o l'alloggio degli ospiti, nonché a volte anche la tomba del maestro stesso che le aveva fondate o ispirate. Costruite spesso ai margini delle città, le khanqa fungevano così anche da centri di accoglienza per i pellegrini di ogni credo.

Se i Sufi di origine araba avevano sottolineato principalmente il lato ascetico e le discipline corporee, successivamente quelli persiani, centroasiatici e dell'Hindustan forgiarono invece una fede che credeva fermamente nell'importanza di una ricca vita emotiva. Si dedicarono quindi anche alla poesia, cantarono e danzarono, mantenendo la loro fede in Dio e il loro amore per il Profeta, ma aggiungendovi anche la certezza secondo la quale credere e seguire il proprio maestro - Murshid o Guru - potesse ugualmente condurre verso la realizzazione della Divina Realtà. Il loro credo si fondò infatti sulla convinzione che l'anima umana fosse stata separata in vita dalla Divina Realtà e che la missione suprema degli esseri umani fosse proprio quella di riunirsi a questa. Seguendo il principio secondo il quale Dio esiste in tutte le cose e tutte le cose esistono in Dio, la religione divenne dunque solo uno dei tanti metodi utili allo scopo, ma non necessariamente l'unico valido: sarà proprio il Murshid colui che quindi aiuterà il suo discepolo a scegliere il migliore, il più adatto alla sua natura. L'approccio al divino dei maestri sufi era infatti basato sull'esperienza diretta di Dio da parte del singolo, in un rapporto estatico che veniva descritto come un totale rapporto d'amore del fedele nei confronti dell'Assoluto. La realizzazione di questo rapporto poteva essere ricercata anche attraverso l'utilizzo di tecniche particolari, fra cui il controllo del respiro e l'invocazione dei nomi di Dio o l'utilizzo di frasi o sillabe - mantra - che venivano affidate dai Murshid ai discepoli. E dai Murshid derivarono gli Ordini sufi.

L'Ordine che ebbe maggior importanza in Hindustan fu la Cishtiyya, fondata da un maestro sufi proveniente da Samarcanda: Mu'in - ud - Din Chisti (1141 - 1236) che, dopo molti anni di studio e peregrinazioni, si era stabilito in India ad Ajmer, Rajasthan, dove si era sposato ed aveva fondato la sua khanqa. L'ordine, attivo ancora oggi, è improntato ad ampia tolleranza, nonviolenza e carità. Particolarmente attivi in ambito politico furono gli ordini Suhrawardiya e Naqshbandiya. La Suhrawardiyya, fondata da 'Abu al-Qahin AbuNagib al-Suhrawardi (morto nel 1168) e diffusasi in India ad opera del nipote, ammetteva infatti più degli altri ordini il coinvolgimento del fedele nella vita sociale e politica. Alla Naqshbandiya faceva invece riferimento uno dei più noti pensatori sufi indiani: Shah Wali Ullah. Scopo di Shah Wali Ullah era però, al contrario, epurare il misticismo islamico di tutte le influenze esterne e trasformarlo in una concezione teo-politica per la supremazia dell'Islam e il potere sunnita. Diffuso particolarmente fra i ceti alti e le élites locali fu poi l'ordine Sattariya, fondato da 'Abd Allah Sattari (morto nel 1485), giunto in India dall'attuale Iran.

Fra gli ordini che invece rifiutavano in toto la vita mondana e i cui discepoli vagavano per il Paese secondo il costume acquisito dai loro omologhi hindu, i Sadhu, vanno ricordati la Malamatiyya e la Qalandariyya. I Malamati, "quelli del biasimo" facevano voto di povertà assoluta, rifiutando persino le elemosine e opponendosi a ogni manifestazione esteriore di fede (in un certo senso opponendosi quindi anche agli altri Sufi, secondo il concetto per cui consideravano vanagloria anche palesare la propria santità), mentre ai Qalandar, "vagabondi che attirano il biasimo con la loro condotta scandalosa e libertina", venivano spesso attribuiti poteri soprannaturali, arti magiche e doti di veggenti, attraendo così tanto la credulità popolare quanto l'interesse di potenti e regnanti: erano i cosidetti Fachiri

Spesso le analogie fra le concezioni, i riti e il modo di vita dei Sufi rispetto a quelle dei mistici bhakta furono così forti che i Murshid furono in grado di portare avanti il loro apostolato in Hindustan senza venire mai percepiti dal popolo come realmente alieni: si narra che Muin-ud-din Chisti non solo fosse riuscito a convertire con la sua predicazione il rajah locale Ram Deo, ma anche il bhakti yogi shivaita Jaipal, che godeva in loco di grande fama di santità, dopo essere stato coinvolto in una sfida dialettico-religiosa col sant'uomo. O che uno dei discepoli di Muin-ud-din Chisti, Farid-ud-din Gan-i Shakr, stabilitosi in un piccolo villaggio del Punjab per condurre in perfetto isolamento la vita da santo eremita, fosse stato venerato dagli abitanti hindu del villaggio fino a raccogliere attorno a sè una vasta cerchia di discepoli, i quali finirono per invocarlo come Baba Farid, cioè con l'appellativo reverenziale generalmente riservato ai Sadhu. Lo stesso accadde anche a Baba Nur ad-Din (1377-1438) che fu addirittura soprannominato rishi, saggio veggente, ma anche "colui che fa vedere", in quanto tramite col divino per i comuni mortali. I suoi seguaci diedero vita alla Rishiyyah, confraternita ancora oggi molto diffusa in Kashmir, dove Baba Nur ad-Din è stato per secoli trasversalmente venerato come santo patrono, e che porta quindi un nome di origini vediche per un ordine musulmano. 

 

 
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