Salil Shetty, Amnesty International PDF Stampa E-mail
Gli Indiani - Le grandi personalità
Lunedì 25 Ottobre 2010 16:28

Salil Shetty ha compiuto i suoi primi 100 giorni come nuovo Segretario Generale di Amnesty International.

Oscar Gutiérrez l'ha intervistato per El Paìs.

Salil ShettySi alza alle quattro. Non dorme molto. Ha trascorso la notte prima dell'intervista a leggere a proposito di Spagna, del suo sistema giudiziario, dei diritti umani. Salil Shetty, nato a Bangalore nel 1961, ha compiuto i suoi primi 100 giorni di mandato come nuovo Segretario Generale di Amnesty International. " Sto studiando - dice, gli appunti alla mano - con umiltà e con la coscienza di avere molto da imparare". Ma anche molto da apportare, perchè Shetty, il primo Indiano alla guida della ONG con sede a Londra, vuole imprimere un nuovo ritmo alla stessa e con quello arrivare al Sud del mondo. " I governi non possono ignoraci perchè sanno che Amnesty dice la verità - così esordisce durante la sua recente visita a Madrid - e nessuno può mettere in dubbio la verità"

Perchè è passato dalle Nazioni Unite ad Amnesty International?

Il mio lavoro degli ultimi 20 anni si è concentrato sulle responsabilità dei governi, con ActionAid e con la Campagna per gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio dell'ONU. Avevo notato che esisteva un errore di metodo: la Dichiarazione del Millennio parla di sviluppo, di diritti umani, ma nella pratica non esiste uno strumento legale per ottenere questi obiettivi. Credo che attraverso i diritti umani si possano forzare i governi irresponsabili per vie legali.

Si considera la persona giusta per questo ruolo?

Lo chieda - risponde ridendo - al consiglio che mi ha eletto. Il tempo dirà la sua. Credo che un cambiamento non possa avvenire solo attraverso i movimenti della società civile. Non può venire dal di fuori ma dall'interno di un Paese, dalla sua gente. Amnesty è forte in Europa e negli Stati Uniti, ma c'è molto da fare nel Sud del mondo, e io di questo mi intendo certamente, essendo asiatico e avendo lavorato in Africa...

Come potrebbe diventare più presente Amnesty nel Sud?

Uno dei Diritti fondamentali è quello della partecipazione e del controllo della gente sul proprio destino. Se si vuole aver successo nel Sud, bisognerà cominciare dal basso. Prima della Guerra Fredda esistevano solo Europa e Stati Uniti, ma la situazione sta cambiando; mi riferisco ai Paesi del Bric - Brasile, Russia, India e Cina - ma c'è anche la Nigeria, l'Indonesia... Se si vuole ottenere un vero cambiamento si devono creare movimenti della società civile in quei Paesi.

Amnesty sta vivendo una fase di transizione?

Sì. E' una decisione che non riguarda solo me. Abbiamo bisogno di muoverci sempre più rapidamente. E parlare con la gente. Non possiamo decidere cosa fare in Brasile stando seduti a Madrid. Dobbiamo invece coinvolgere i Brasiliani. Proporre loro di aderire ad Amnesty e prospettare loro benefici tangibili. Se sei un prigioniero politico, è chiaro che Amnesty farà una campagna per liberarti; se vieni condannato alla pena capitale, noi cercheremo di fermare l'esecuzione. Quando parliamo di diritti economico-sociali dobbiamo essere più chiari.

Ma Amnesty significa prigionieri politici, tortura, pena di morte... I vostri sostenitori non si sentiranno confusi da una nuova lotta contro la povertà?

A chi appartengono i diritti di cui parliamo? Ci sono all'incirca un miliardo e duecento milioni di persone che vivono in condizioni di miseria estrema, nel mondo. Tutti i loro diritti vengono calpestati. Se si osserva un qualsiasi commissariato del mio Paese, l'India, si vedrà che vi si recano solo persone povere. Lo stesso accade in Africa e in America Latina. Sono prigionieri della povertà. Tutti i diritti sono connessi tra loro.

 

 

Liberamente tradotto da El Paìs

 
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