I movimenti riformisti del XIX secolo PDF Stampa E-mail
Le religioni e i riti - Le idee

Molti dei mali della società indiana contemporanea possono essere rintracciati nell'agenda incompiuta nel XIX secolo dai movimenti riformisti socio-religiosi, durante il periodo che oggi, impropriamente, si tende a definire il Rinascimento indiano.

Narayana Guru e Raja Ram Mohan RoyIl cosiddetto Rinascimento indiano fu il tentativo di creare, attraverso movimenti socio-religiosi riformisti, un mondo culturale adatto alle moderne esigenze della classe media allora emergente, desiderosa di emanciparsi dalle catene costituite dalle pratiche feudali tradizionali. In parte l'obiettivo fu centrato: tradizioni inumane comunemente accettate come la sati e l'infanticidio femminile finirono per divenire reati penali con l'intervento dei Britannici - seppure non siano ancora oggi del tutto scomparsi - mentre crudeli rituali religiosi, come i sacrifici umani, vennero definitivamente abbandonati e anche il mondo femminile riuscì col tempo a guadagnarsi qualche elemento di libertà dal completo controllo patriarcale tradizionale: ciò che distingue la rigenerazione intellettuale, culturale e sociale avvenuta in India durante la prima fase del colonialismo, da quella poi prodotta dai movimenti riformisti del periodo pienamente coloniale, sono in sostanza i legami che quest'ultima ebbe con la modernità.

Il tentativo di riformare le pratiche socio-religiose prevalenti è abbastanza comune a tutte le civiltà: è attraverso tali processi di rinnovamento che queste tentano di superare la stagnazione interna e affrontare le sfide esterne. Nell'Induismo, il riformismo fece la sua comparsa durante la fioritura intellettuale del V secolo d.C. e poi ancora negli sforzi di innumerevoli sette eterodosse nel XVIII secolo, ma si tratta di tendenze fortemente esistenti nella società indiana sin dal tempo del Buddha e che si erano sviluppate anche durante il medioevo, come espresso nei movimenti Sufi e Bhakti. Tuttavia la rigenerazione sociale e culturale del XIX° secolo fu tuttavia qualitativamente di ordine diverso, rispetto a quelle manifestazioni pre-coloniali del riformismo.

La tendenza attuale è quella di identificare queste manifestazioni come la versione indiana del Rinascimento europeo, e di far risalire a esse le radici dei moderni movimenti sociali. Ma il parallelo non sembra appropriato, poichè tende a trascurare la specificità storica di questi movimenti, il cui impatto fu notevolmente diverso rispetto a quello del Rinascimento occidentale: i movimenti indiani non portarono infatti a vasti cambiamenti nella società, pur mettendo in discussione le relazioni di potere allora esistenti al suo interno. Per alcuni di quei movimenti, poi, il presente non era del tutto privo di merito e attrattive, e il tentativo di rigenerazione si svilppò dunque all'interno dell'organizzazione sociale esistente; altri cercarono invece di modificarla attraverso la protesta e il dissenso e altri ancora lottarono in netto rifiuto del presente e per la costruzione di un futuro alternativo.

I movimenti riformatori pre-coloniali nacquero dall'esigenza di armonizzare tra loro nuovi elementi culturali e risorse intellettuali locali, al fine di far fronte all'evoluzione della situazione sociale. Il movimento Bhakti, per esempio, si propose di appianare le differenze religiose e di casta, propagando l'idea del monoteismo attraverso un linguaggio accessibile all'uomo comune e di qualunque appartenenza religiosa, mettendo in primo piano le virtù di un ordine sociale egualitario. La resa poetica di queste idee, da parte dei santi Bhakti e Sufi, non solo li rese popolarissimi a livello personale, ma permise anche all'uomo comune di interiorizzarne effetyivamente i concetti espressi. Tuttavia, né la Bhakti né gli ordini Sufi furono in grado di spezzare l'etica feudale allora imperante, nè di diventare precursori ideologici di una transizione progressiva. Al contrario, nel corso del tempo, questi movimenti tesero a rinforzare le differenze sociali che avevano una volta messo in discussione.

Pertanto, i movimenti indigeni del periodo pre-coloniale non giocarono un ruolo socialmente riformista, limitando le loro attività all'interno di una serie di sette indipendenti e senza particolare comunicazione o interazione tra loro. L'unica attività alla quale la maggior parte di queste finì per dicarsi furono gli annuali congressi, che divennero così ritualizzati e ripetitivi da cancellarne l'autorevolezza e l'influenza. Entro la fine del XVIII secolo, la Bhakti aveva perso la sua verve, l'influenza sufi si limitava ormai a poche sacche sociali, e le altre sette eterodosse non avevano più un gran seguito: in assenza di un spirito innovativo e critico, l'ortodossia e l'oscurantismo, che avevano fiaccato l'energia e le iniziative della società per secoli,tornarono a regnare sovrani. Le riforme sociali e religiose che si materializzarono nel XIX° secolo non furono però né una continuazione né una rievocazione degli sforzi del passato; mentre i movimenti pre-coloniali erano rimasti intrappolati nell'etica feudale locale, la rigenerazione del XIX° secolo si verificò nell'ambito di una classe media emergente, che aveva sviluppato una nuova visione sociale, nuove convinzioni politiche ed etiche a partire però dalla Storia delle società occidentali, trasmessa loro per mezzo degli apparati ideologici dello Stato coloniale.

Il Rinascimento europeo era stato caratterizzato dalla scoperta e dal trionfo dell'Umanesimo, e quindi dal riemergere dell'uomo al centro della storia, con particolare attenzione verso la sua capacità creativa espressa dai suoi successi del passato. I dipinti del Rinascimento che celebrano il corpo umano sono il riflesso della Rinascita dell'Uomo stesso e il suo emergere al centro della scena significò anche la sua emancipazione dai legami sociali tradizionali, in particolare dalle imposizioni religiose, fornendo l'ispirazione per la Riforma luterana e la libertà intellettuale, che rese in seguito possibile l'Illuminismo: un nuovo mondo della conoscenza scientifica e del pensiero sociale si era aperto davanti all'umanità. Il Rinascimento, la Riforma e l'Illuminismo formarono dunque una triade interconnessa, da cui la modernità europea trasse forza, carattere e visione.

La modernità in India seguì invece una traiettoria diversa: non ebbe origine nei sommovimenti intellettuali e culturale locali, ma fu un prodotto delle influenze diffuse dallo Stato coloniale e dalle sue istituzioni. I fruitori e propagatori di questa modernità furono i membri della classe media indiana emergente legata all'amministrazione coloniale e quindi esposta alla cultura occidentale. I suoi membri furono attratti verso una nuova situazione culturale per mezzo della loro associazione con il governo coloniale, come intermediari commerciali o impiegati dell'amministrazione. Queste circostanze, sviluppatesi in principio nelle città sede del potere britannico - Calcutta, Bombay e Madras - e in seguito in altre parti del Paese, portò alla nascita di una nuova generazione di Indiani che idealizzarono l'Occidente, adottarono stili di vita moderno-occidentali e sottoposero le tradizioni locali ad un'indagine critica. Limitata dalle caste e dalle pratiche religiose, attratta dalla vita moderna coloniale, questa nuova categoria di Indiani si trovò a cavallo tra ciò che era possibile nel nuovo mondo e ciò che veniva praticato in quello tradizionale. I cambiamenti nella vita sociale e culturale che questa nuova categoria cercò di realizzare emersero dunque da questa tensione: la partecipazione all'ordine coloniale richiedeva un rimodellamento del mondo sociale da parte dei colonizzati, ma allo stesso tempo vi era una notevole pressione sociale affinchè la prassi tradizionale venisse mantenuta immutata. La riforma sociale e religiosa a cui si assistette nel XIX° secolo in India emerse proprio da questa dinamica e, come risultato, a differenza dell'Europa in India la Riforma precedette il Rinascimento. Se la creatività culturale e la fioritura intellettuale furono infatti i tratti distintivi del Rinascimento europeo, questi invece brillarono per la loro assenza nella situazione indiana e la creatività locale ricevette impulso solo quando Rinascimento e Riforme si fusero con il Nazionalismo, nel tentativo di inaugurare una modernità alternativa a quella coloniale.

L'intellighenzia indiana ha dovuto subire un lungo periodo di incubazione, prima di poter tentare di ridefinire il suo Rinascimento esplorando le sue radici culturali ed intellettuali. Tale indagine, tuttavia, finì intrappolata ancora una volta dalla religione, che compromise alcuni dei valori fondamentali del Rinascimento, com'era per esempio l'universalismo religioso. Ciò che riformatori quali Ram Mohan Roy, Devendranath Tagore, Keshab Chandra Sen e Narayana Guru fecero per propagare il monoteismo e l'unità della divinità fu davvero notevole; ma in una società multi-religiosa, l'invocazione del Vedanta come fonte di ispirazione pregiudicò inesorabilmente il principio di universalismo che tutti loro avevano abbracciato e questa contraddizione, che è rimasta irrisolta, ha avuto ripercussioni gravi per lo stato della laicità in India anche dopo l'Indipendenza.

Il Rinascimento stesso, come termine per descrivere ciò che avvenne durante l'epoca coloniale, è quindi un termine improprio; non tanto perché lontano dal fenomeno europeo, ma piuttosto perché la maggior parte delle sue idee vennero prese in prestito dall'Occidente o acriticamente desunte da fonti religiose settarie. Quasi tutti i riformatori indiani si rifecero infatti ai Veda, alle Upanishad o al Corano, ma nessuno di loro invocò di fatto la tradizione sicretica locale della Bhakti o del Sufismo.

L'intellighenzia indiana coinvolta nello sforzo riformista, da Ram Mohan Roy a Narayana Guru, in sostanza lottò strenuamente per la realizzazione della propria visione di una società più umana, ma venne sconfitta da forze sulle quali non aveva alcun controllo. Il suo limite fu quello di credere alla benevolenza del colonialismo, come fece Ram Mohan, oppure di ignorarlo del tutto, come nel caso di Narayana Guru. La loro incapacità di affrontare la dominazione culturale ideologica del colonialismo finì per renderli sempre più ininfluenti e, come conseguenza, quando le lotte politiche guadagnarono terreno, i movimenti per le riforme sociali di fatto vennero emarginati. Con il XX° secolo, la Brahmo Samaj e la Prarthana Samaj persero progressivamente il loro fascino, l'Arya Samaj aveva cessato di essere una forza sociale, la Satya Shodak Samaj non poteva sostenere oltre il suo radicalismo e il movimento Sree Narayana aveva cessato il suo impegno per le riforme. Lo spazio sociale così lasciato libero da questi movimenti venne allora colonizzato dalle forze conservatrici e oscurantiste, cedendo il passo al ritorno di pratiche socio-religiose che la Riforma aveva cercato di eliminare.

Il Rinascimento indiano sembrerebbe essere stato dunque un prodotto del liberalismo occidentale, che senza dubbio esercitò un'influenza decisiva: eppure non si trattò nemmeno di un frutto totalmente dovuto all'impatto occidentale, come spesso suggerito nella storiografia coloniale. Fonti intellettuali locali contribuirono profondamente a modellare il carattere e l'agenda dei cambiamenti tentati durante il Rinascimento. E il loro invocare il sistema tradizionale contribuì a far ottenere al Rinascimento un più ampio sostegno e, soprattutto, una legittimazione sociale, particolarmente rispetto alla centralità del Vedanta invocata nella loro filosofia religiosa, indipendentemente dalla loro appartenenza di casta. La tradizione venne infatti concepita in termini religiosi e la sua razionalizzazione, o l'opposizione al cambiamento, derivarono entrambe dai testi religiosi: gli scambi tra i sostenitori e gli oppositori delle riforme si basarono infatti principalmente su interpretazioni delle Scritture. La tradizione religiosa ortodossa ebbe così ancora una volta il primato, sia tra indù che tra musulmani.

Anche tra i riformisti musulmani infatti l'influenza dei testi religiosi fu evidente. Sia che si tratti di Tangal Makthi in Kerala o di Syed Ahmed Khan, nel nord dell'India, le riforme proposte seguirono le prescrizioni delle Scritture. Tuttavia, si cercò di interpretarle in maniera accettabile dalle nuove richieste di una società moderna. Fu questa prospettiva che spinse Syed Ahmed Khan a cercare di conciliare l'Islam con la modernità, o Makthi Tangal verso lo studio delle lingue straniere. Ma l'invocazione della religione in ambito riformista contribuì anche allo sviluppo del particolarismo religioso, cosa che finì per produrre un abisso incolmabile tra le diverse comunità e una delle conseguenze inevitabili di questa contraddizione fu l'indebolimento dell'universalismo religioso che era stato al centro del pensiero rinascimentale indiano. Ma nemmeno l'esposizione ai valori occidentali portò a un tentativo critico omogeneo di armonizzare i valori e le credenze tradizionali con la modernità. All'interno della rinascita, quindi, emersero alla fine due correnti: una, che diede maggiore importanza alla tradizione, e l'altra alla modernità, finendo per spingerle in direzioni opposte; coloro che invocavano la tradizione tesero verso il revivalismo, mentre quelli che sostenevano la modernità tesero a scartare del tutto la tradizione. La dicotomia così sviluppatasi influì negativamente tanto sulla possibilità di recuperare le potenzialità creative della tradizione, quanto su quella di tracciare un percorso di modernità alternativa, distinto tanto da quello coloniale quanto da quello tradizionale.

Tutti i grandi movimenti di riforma nel corso dei secoli XIX° e XX° - Brahmo Samaj, Arya Samaj, Prarthana Samaj, Satya Shodak Samaj, Sree Narayana Dharma Paripalana Sangham, Sadhu Jana Samaj e così via - si impegnarono però per un cambiamento delle modalità di culto, visto come principale fonte di sfruttamento del popolo da parte della classe sacerdotale. Tutti gli eventi religiosi venivano infatti fino ad allora celebrati con elaborati rituali prescritti dagli stessi sacerdoti, i quali, esercitando un monopolio, tenevano così in ostaggio i fedeli. Le caratteristiche principali delle riforme in quest'ambito riguardarono quindi la forma congregazionale del culto, l'anti-idolatria e il rifiuto del ruolo di mediazione dei sacerdoti. Questi cambiamenti liberarono in parte il popolo da credenze irrazionali, come quelle sviluppate attorno all'idolatria, e dal loro sfruttamento da parte l'ordine sacerdotale. Si identificò anche la necessità di semplificare gli elaborati rituali eseguiti in diverse occasioni socio-religiose, come nascita, matrimonio e morte, giacchè oltre a rappresentare ingenti spese, difficili da sostenere per i poveri, queste occasioni venivano anche utilizzate dai potenti e dai sacerdoti per ribadire la loro autorità sul popolo. Una delle principali realizzazioni del Rinascimento fu quindi un codice di condotta per tutte quelle occasioni e il processo venne avviato da Devendranath Tagore, padre del premio Nobel, in occasione della morte di suo padre e in seguito divenne un impegno comune per tutti i seguaci dei movimenti di riforma.

La forma tradizionale di culto, con al centro il tempio, venne sostituita da centri di preghiera della comunità in cui i riformati, uomini e donne, potevano riunirsi liberamente in adempimento della loro ricerca spirituale. La mediazione di idoli e sacerdoti, data per millenni imprescindibile per la comunione con Dio, venne fermamente respinta. E anche se l'adorazione degli idoli e i riti del tempio continuarono a mantenere il loro dominio sul grosso dei credenti, la rinascita proporzionò un'alternativa che contribuì a mettere in discussione alcune delle pratiche crudeli e inumane perpetrate da secoli nei templi in nome di Dio.

Le riforme sociali si incentrarono però principalmente sull'emancipazione dei gruppi oppressi ed emarginati, come le donne e i dalits. Sottoposte all'autorità patriarcale, le donne dovevano sopportare negligenze, isolamento sociale e violenze e il loro diritto alla vita era sostanzialmente solo una concessione maschile rappresentato tragicamente dall'infanticidio femminile e dalla Sati. I riformatori intervennero per garantire il loro diritto alla vita e la loro libertà di scelta: l'abolizione della sati e dell'infanticidio rappresentarono il primo punto, la possibilità per le vedove di risposarsi, la seconda. L'iniziativa volta a questi cambiamenti venne intrapresa da uomini riformati che conseguentemente desideravano circondarsi con una compagnia femminile illuminata, senza tuttavia mettere affatto in discussione l'autorità patriarcale. Sebbene le donne ottennero infatti allora qualche libertà e qualche diritto basico, non riuscirono ad ottenere comunque parità nemmeno nella sfera domestica: il diritto di prendere decisioni rimase dominio esclusivo dei maschi, che mantennero anche la tradizionale posizione privilegiata e superiore rispetto agli altri membri femminili delle loro famiglie, il patriarca rimase onnipresente e la sua autorità indiscutibile. Anche i riformatori, in sostanza, non furono in grado di liberarsi della cultura locale ereditata, come appare evidente anche dalle memorie di Ramabhai Ranade, moglie del leader riformista e nazionalista Mahadev Govind Ranade. Tuttavia, va riconosciuto che gli sforzi dei riformati portarono almeno ad una prima svolta nella tradizionale condizione femminile indiana.

Entrambe le riforme, sociali e religiose furono però aneliti specifici di casta o religione: la Brahmo Samaj affrontava i temi delle caste superiori, come fu anche il caso della Prarthana Samaj in India occidentale, mentre L'Arya Samaj si rivolgeva principalmente alle caste intermedie. Come risultato, questi tre grandi movimenti riformisti che in teoria si opponevano al sistema delle caste, non si interessavano invece minimamente ai terribili problemi degli intoccabili, limitando la partecipazione alle loro attività alle caste e le classi superiori. Solo quando i movimenti riformisti sorsero anche tra i Dalits la loro esclusione divenne una questione pubblica: per un tempo abbastanza lungo, infatti, il Rinascimento in India venne quasi esclusivamente identificato con la preoccupazione per la modernizzazione tra le caste superiori. Ma la più disumana tra tutte le discriminazioni sociali in India era evidentemente proprio il trattamento riservato ai membri delle caste inferiori e le discriminazioni di casta erano presenti non solo fra gli indù, ma anche tra musulmani e cristiani.

I Fuoricasta, variamente chiamati come intoccabili, Harijans o Dalit, non potevano partecipare alla vita sociale: non potevano entrare nei templi, usare le strade pubbliche o attingere acqua dai pozzi liberamente. Erano costretti a vivere in zone segregate di paesi e città e questo trattamento inumano venne contrastato solo dai movimenti di riforma nati proprio all'interno delle caste inferiori. Alcuni dei più importanti movimenti di questo tipo furono quelli fondati dal Mahatma Phule, Narayana Guru, 'Periyar' EV Ramasamy, Ayyankali, Das AyotheeBhimrao Ambedkar e il loro scopo fu principalmente quello di ottenere dignità sociale e diritti politici, lasciando in secondo piano quelli economici. Poichè però, come detto, quasi tutte le riforme e le proteste rimasero confinate entro specifici gruppi di casta e di religione, alla fine anche questi movimenti finirono per diventare entità di solidarietà per i loro gruppi sociali di riferimento e la maggior parte di loro è sopravvissuto in seguito solo grazie a ciò. Quelli senza affiliazione castale specifica, come Brahmo Samaj, Arya Samaj e Prarthana Samaj, si sono estinti, mentre i movimenti di casta, come Kayastha Sabha, Sarin Sabha, Nair Service Society e Sree Narayana Dharma Paripalana Sangham esistono ancora oggi. Nessuno di questi movimenti funziona però più come organizzazione riformista, mentre tutti tendono ad agire oggi semplicemente come gruppi di pressione politica e sociale.  

Se il Rinascimento indiano determinò un cambiamento inizialmente limitato ad una sezione molto piccola della società, ha però certamente generato una rottura culturale e intellettuale, senza la quale i movimenti successivi non sarebbero stati possibili. In questo senso, il Rinascimento indiano del XIX° secolo è stato certamente un precursore della modernità. Ma nonostante questo contributo positivo, la rinascita promossa dall'intellighenzia indiana in epoca coloniale non fu abbastanza potente da superare globalmente l'arretratezza culturale della società di cui faceva parte e molti dei mali della società indiana contemporanea possono essere rintracciati proprio nell'agenda incompiuta di quel cosiddetto Rinascimento indiano.Sulla base della concezione del monoteismo e dell'unità della divinità, i pensatori del Rinascimento avevano avanzato l'idea che le diverse religioni non fossero altro che incarnazioni locali di una verità universale. Come tali, i credenti di tutte le religioni, nonostante diversi luoghi e diverse culture di appartenenza, condividevano elementi della stessa idea. Ma il Rinascimento indiano non fu in grado di articolare questa idea universalistica in termini sociali e politici e, come risultato, piuttosto che la laicità, furono presto le esacerbate differenze settarie a guadagnare terreno.

Liberamente tratto e tradotto da Was there a Renaissance? di K.N. Panikkar per Frontline



 
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