India-Bangladesh: cortina di ferro e mattoni PDF Stampa E-mail
L'attualità - Esteri
Mercoledì 06 Luglio 2011 11:07

Il più lungo, il più militarizzato e il più insanguinato muro di mattoni e filo spinato al mondo separa nell'indifferenza generale India e Bangladesh, provocando da decenni una strage silenziosa che difficilmente trova spazio nell'attualità internazionale.

Felani, Gennaio 2011 - R.I.P. -Felani, accucciata nello squallido edificio in cemento in attesa del momento propizio per scattare, indossava già i suoi gioielli nuzialiNurul Islam Nuru, padre della 15enne, scrutava intanto dalla finestra la situazione lungo il confine segnato dal filo spinato tra India e Bangladesh: l'ultimo ostacolo al matrimonio combinato della figlia, programmato per la settimana seguente nel villaggio d'origine della sua famiglia, pochi passi oltre quel confine.

Attraversarlo legalmente era fuori discussione, perchè ottenere i passaporti e poi i Visti per l'India può richiedere anche anni, e l'uomo sapeva bene che l'operazione che aveva programmato era assai rischiosa: i militari indiani assegnati al controllo di confine col Bangladesh hanno fama di sparare prima-domandare dopo. Nurul aveva quindi pagato 65 $ a un mediatore, che millantava di poter corrompere allo scopo le guardie. Nessuna certezza, però, che il suo denaro avesse davvero raggiunto le tasche giuste.

Padre e figlia avevano atteso per ore che i soldati guardassero altrove, ma quando le prime luci dell'alba avevano cominciato a rischiarare la notte, si erano decisi: ora o mai più. Nurul passò in un attimo, ma sua figlia non fu così fortunata. Un lembo del suo salwar kameez restò impigliato nel filo spinato, si spaventò e gridò. Un soldato indiano le sparò un solo colpo mortale. Nurul Islam allora fuggì, lasciando il cadavere della figlia appeso a quel filo spinato, dove rimase per 5 ore prima che le guardie di confine riuscissero a mettersi d'accordo su chi e dove dovesse portare la ragazza. I soldati indiani la riportarono oltre il confine del Bangladesh il giorno dopo, ma i suoi gioielli nuziali nel frattempo erano spariti, raccontò il padre una settimana dopo l'incidente, accaduto lo scorso Gennaio.

Altre frontiere militarizzate si guadagnano spesso titoli sulla stampa internazionale, mentre nell'ultimo decennio le 1790 miglia fortificate del confine tra India e Bangladesh diventavano silenziosamente uno dei confini più insanguinati al mondo: dal 2000 a oggi, le truppe indiane hanno ucciso qui quasi 1000 persone, tutte disarmate come la piccola Felani. In India, quella barriera militarizzata vecchia di 25 anni - e che sarà completata, si dice, l'anno prossimo con un costo finale di 1.2 miliardi di Dollari - è celebrata come la panacea per tutta una serie di psicosi nazionali: terrorismo islamico, immigrazione illegale che ruba il lavoro agli Indiani, tsunami di rifugiati in caso di catastrofe naturale dovuta al riscaldamento globale etc. Ma per i Bangladeshi, quel confine incarna invece la paura irrazionale di quel loro vicino che protegge gelosamente la sua neo-acquisita ricchezza, anche se nell'insieme rimane con ogni evidenza un paese piagato dalla miseria come il loro. La barriera è un richiamo tangibile per quanto è successo tra quei due vicini un tempo amici, che condividono storia e cultura, e di quanto sangue sia disposto oggi uno dei due a versare pur di mantenere le distanze dall'altro.

L'India non ha infatti sempre guardato con ostilità al suo vicino orientale. Quando i nazionalisti di lingua bengali in quello che era allora il Pakistan Orientale ottennero l'indipendenza, dopo la sanguinosa guerra civile del 1971, la ottennero combattendo con armi fornite proprio dall'India. La guerra aveva però distrutto intanto le anemiche infrastrutture del neonato Bangladesh e lasciato sul terreno oltre un milione di morti, facendo forse già presagire allora lo sfortunato futuro che doveva perseguitare poi quella nazione. Un oceano di profughi si era riversato in India.

Oggi la popolazione del Bangladesh conta circa 160 milioni di persone, ammassate su di un territorio più piccolo dello Stato americano dell'Iowa; oltre il 50 %  di esse vive con meno di 1.25 $ al giorno e il Paese si trova agli ultimi posti nelle principali liste internazionali per indici di livello sanitario e aspettative di vita. Ma le cose possono andare ancora molto peggio di così: situato su di un delta fluviale e attraversato in ogni direzione da 54 grossi corsi d'acqua, il Bangladesh sarebbe tra le nazioni più colpite al mondo se dovessero realizzarsi gli scenari apocalittici prospettati dal cambio climatico globale. L'aumento di un metro del livello delle acque marine - calcolato in futuro in base a diverse proiezioni scientifiche - inghiottirebbe infatti circa il 20% del suo territorio. La lenta infiltrazione di acque marine nei fiumi del Bangladesh, causata dalle alluvioni dovute sempre al riscaldamento globale del pianeta, sommata alle dighe indiane costruite a monte e con la conseguente riduzione delle acque provenienti dai ghiacciai himalayani, stanno intanto già trasformando parte delle terre fertili del Paese in deserti salini, mettendo così alle corde la già precaria industria agricola locale.

Gli studi commissionati dalla Difesa americana e da un'altra dozzina di Agenzie per la sicurezza mondiale avvisano che se il Bangladesh dovesse venire colpito da un uragano del genere Katrina - fenomeni che il cambio climatico sta rendendo assai più frequenti - l'ondata di instabilità che ne deriverebbe potrebbe ripercuotersi globalmente: nuove opportunità per le reti terroristiche, conflitti per l'accesso alle necessità basiche umane, come acqua e cibo e, ovviamente, milioni di rifugiati. E non è difficile immaginare dove questi cercherebbero rifugio, considerato che il Bangladesh confina con due soli Paesi: l'India e il Burma-Myanmar.

L'India ha una lunga tradizione di accoglienza, rispetto ai rifugiati: dal governo tibetano in esilio ai Singalesi che fuggivano dalla guerra civile a Sri Lanka. E tuttavia, di fronte alla possibilità di una nuova migrazione di massa proveniente da Est, New Delhi ha preferito tracciare una linea netta: piuttosto che pianificare costosi e forse anche permanenti insediamenti appositi, si è cominciato dal 1986 a costruire - ed ad armare - questa sorta di nuova Cortina di Ferro. Dopo che la coalizione guidata dal partito induista nazionalista BJP vinse le elezioni nel 1998, il progetto originale venne ulteriormente rafforzato per soddisfare i sentimenti anti-musulmani degli elettori; la barriera fortificata divenne più lunga e le uccisioni più frequenti. Dopo anni di proteste da parte dei politici bangladeshi, l'India aveva promesso ripetutamente di munire le guardie di frontiera di mezzi non letali per fermare i migranti, ma senza poi mantenere la parola data.

L'anno prossimo, dunque, l'intero confine fra i due Paesi sarà fortificato; ma mentre da un lato le misure dissuasive formalmente si inaspriscono, rendendo sempre più pericoloso per i Bangladeshi meno avvertiti tentare di attraversarlo, dall'altro non hanno affatto sortito l'effetto sperato dal punto di vista indiano. Oltre 100 villaggi di frontiera funzionano ormai come punto d'accesso illegale in India, attraverso i quali migliaia di migranti clandestini riescono a entrare comunque quotidianamente nel Paese. In ognuno di questi villaggi operano infatti indisturbati gli equivalenti dei coyotes al confine USA-Messico, coloro cioè che si incaricano di facilitare il passaggio grazie ai contatti con guardie corrotte di entrambi i lati, pagate regolarmente per guardare altrove mentre la gente passa.

"Villaggi interi possono attraversare il confine in gruppo, solo piazzando le bustarelle giuste nelle giuste tasche" dice Kirity Roy, a capo dell'organizzazione indiana per la difesa dei diritti umani Masum, che ha redatto lo scorso Dicembre una relazione sulla situazione congiuntamente all'organizzazione bangladeshi Odhikar e ad Human Rights Watch. "Ma nessuno ce la può fare senza l'aiuto di uno dei tanti 'coyotes' e dei loro contatti: se qualcuno cerca di attraversare il confine senza pagarli o avendo semplicemente sbagliato tasche, quelli lo verranno subito a sapere e saranno proprio loro a denunciarli e a farli uccidere dalle guardie istruite a sparare a vista. E' proprio l'inefficienza del sistema delle bustarelle a spiegare il perchè del migliaio di caduti qui nell'ultimo decennio."

Le pessime politiche indiane in materia di immigrazione, che di fatto soffiano sul sentimento pro-muro dei suoi cittadini, negli ultimi tempi hanno peggiorato una situazione già critica di suo. L'Institute for Defense Studies and Analyses di Delhi calcola che in India risiedano dai 10 ai 20 milioni di immigrati illegali provenienti dal Bangladesh (per comprendere l'entità del fenomeno, basta osservare che studi analoghi stimano che i Messicani illegalmente in USA siano 11,2 milioni circa). L'insorgere dell'islamismo militante degli ultimi anni ha fatto crescere le pulsioni xenofobe in India, dove le relazioni con i vicini musulmani sono già da sempre assai complicate, portando quindi i politici locali a capitalizzarle senza scrupolo alcuno. Nel 2009, il ministro indiano degli Interni del Congress, P. Chidambaram, aveva dichiarato che "I Bangladeshi non hanno alcuna ragione per venire in India". Il BJP naturalmente non si tira certo indietro e anzi rincara: Tathagata Roy, leader del partito per il West Bengal, confinante col Bangladesh, aveva ufficialmente chiesto di assicurare la zona di frontiera piastrellandola direttamente con mine anti-uomo, perchè, aveva dichiarato, se le previsioni di immigrazione dovessero realizzarsi, "i 900 milioni di induisti indiani non avranno altra scelta: convertirsi all'Islam o buttarsi a mare".

Tutta la zona di confine si è ormai trasformata in una specie di feroce poligono di tiro al bersaglio; sebbene gli ufficiali indiani registrino infatti sempre le uccisioni dei clandestini come legittima difesa, le organizzazioni per i Diritti Umani non hanno mai riscontrato che fossero state trovate armi sui migranti bangladeshi colpiti, accusando quindi le guardie di frontiera indiana di omicidi indiscriminati e tortura. Si riportano infatti anche casi agghiaccianti di semplici braccianti o pastori, catturati mentre vagavano nella terra di nessuno e poi torturati, mutilati e lasciati morire dissanguati sul posto dai militari per puro sadismo. 

Ad ogni modo, la straziante morte di Felani aveva suscitato sul momento un tale sdegno che le uccisioni arbitrarie sembravano essersi interrotte e l'India aveva persino mantenuto la promessa fatta tante volte a proposito delle armi in dotazione alle sue guardie dal grilletto facile. Solo fino all'Aprile seguente, però, quando un commerciante di bestiame ed altre 3 persone del Bangladesh sono state uccise lungo confine in separati incidenti: giusto per ricordare che, se anche la barriera fortificata può essere scavalcata pagando il giusto prezzo alla persona giusta, le tensioni che aleggiano lungo la zona rimangono comunque insormontabili.

Liberamente tratto e tradotto da ForeignPolicy

 

Settembre 2014:

Il pluripremiato fotoreporter belga Gaël Turine pubblica in collaborazione con Amnesty International Le Mur et La Peur, collezione di immagini raccolte durante due anni trascorsi a cavallo di quel muro, completato e lungo ormai 3.200 Km, che narrano con l'austerità del Bianco e Nero i timori, le speranze, gli espedienti e i patimenti di coloro che cercano di attraversarlo clandestinamente o che vivono nei suoi paraggi.  

6 Giugno 2015:

Durante la sua visita di due giorni a Dhaka, il premier indiano Modi ratificherà oggi un accordo con la controparte locale, Sheikh Hasina, riguardo alle 162 enclave di confine presenti nei rispettivi territori e che costituiscono un serio problema sin dalla partition del 1947, ulteriormente aggravatosi dopo l'indipendenza del Bangladesh, nel 1971: prima, perchè frastagliò i confini fra le due nazioni in maniera piuttosto irrazionale e poi perchè di fatto ha isolato da servizi, società d'appartenenza e diritti decine di migliaia di persone ad entrambi i lati della ferrea frontiera che ormai le divide. Il problema risale ai secolari possedimenti degli ex-Rajah locali, le cessioni e gli accordi avvenuti in merito fra gli stessi sino all'Indipendenza, ma colpisce ancora oggi le popolazioni che su questi risiedono da generazioni: se durante il giorno sono infatti più o meno libere di svolgere le loro attività sociali, religiose e commerciali in Patria, alla chiusura delle frontiere che accompagna quotidianamente il tramonto rimangono invece in sostanza imprigionate all'estero, dove ovviamente nessuna delle due nazioni intende investire in infrastrutture e servizi a favore di quei suoi cittadini d'oltre frontiera.

Con la suddivisione operata dalla Partition, si era tentato di mantenere grosso modo integri quei territori, ma a partire dalle successive guerre tra India e Pakistan, fino all'indipendenza del Bangladesh e la conseguente militarizzazione della frontiera, i residenti ad entrambi i suoi lati hanno finito per condurre di fatto una vita da apolidi. Gli accordi di scambio territoriale proposti poi dal Bangladesh sin dal 1974 erano regolarmente naufragati, fino alla loro riesumazione e approvazione da parte del governo Singh, nel 2011, ma poi non ratificati a causa dell'opposizione interna minacciata al governo centrale dai premier degli Stati regionali avversi alle contemporanee risoluzioni ipotizzate per la ripartizione delle acque dei numerosi fiumi che India e Bangladesh condividono.

Approvato nuovamente dal parlamento indiano nelle scorse settimane, quell'accordo territoriale prevede ora che agli abitanti delle 162 isole, situate ai confini tra Bangladesh e Assam, Tripura, Meghalaya e West Bengal orientale, venga chiesto di scegliere definitivamente a quale delle due nazioni appartenere e che al fine di razionalizzare i confini i due paesi si scambino poi la giurisdizione sulle enclave di nuova pertinenza. 

(Salutato da Modi come una Nuova Caduta del Muro di Berlino e accompagnato da vari protocolli d'intesa su commercio e trasporti - ma ovviamente non sulla spinosissima questione delle risorse idriche condivise - l'accordo fa tuttavia sospettare fortemente che pur di arginare l'abbondante e assai invisa immigrazione proveniente dal Bangladesh, effettuata spesso proprio attraversando clandestinamente quelle enclave, il premier indiano sia disposto a sacrificare la sovranità nazionale sulla maggioranza delle stesse, al fine di poter poi sigillare ulteriormente la frontiera fra le due nazioni. NdR)

  

 
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