BhagyaLakshmi e la disputa del Charminar PDF Stampa E-mail
L'attualità - Interni e cronaca
Martedì 27 Novembre 2012 01:00

Il lavori intrapresi alla vigilia di Diwali in un tempietto abusivo, sorto anni fa accanto al Charminar di Hyderabad, hanno provocato due settimane di guerriglia urbana e polemiche che tarderanno a placarsi.

Presidio militare per il tempietto abusivo ai piedi del CharminarIl Charminar è per Hyderabad quello che l'India Gate è per Delhi o l'Howrah Bridge per Kolkata: il suo simbolo, costruito nel 1591 dal V° Sultano della dinastia dei Qutb Shahi, secondo la tradizione per grazia ricevuta, dopo che si era finalmente estinta una violenta pestilenza che aveva flagellato la regione. Si narra che il sultano avesse fatto voto di erigere una madrasa nel luogo ove soleva fermarsi quotidianamente a pregare, se le sue implorazioni per la salvezza della popolazione fossero state esaudite, e che avesse poi effettivamente compiuto con la sua promessa.

Sebbene si sia trattato più probabilmente di un monumento votivo e trionfale allo stesso tempo, col quale il sultano fondava in pompa magna la sua nuova città, il simbolo della capitale dell'Andhra Pradesh è dunque a tutti gli effetti anche una moschea, la cui sala di preghiera da 250 posti è situata all'ultimo piano. Attorno all'imponente edificio, posto all'incrocio degli assi principali della città vecchia, nei secoli si è sviluppato il vivacissimo quartiere dei bazar e dello shopping cittadino più autentico. Quartiere che si è però recentemente trasformato in zona di guerriglia urbana, dopo che lo scorso 31 Ottobre una jali del minareto sud-orientale del Charminar era stata sfondata mentre, nottetempo e sotto scorta di polizia, venivano innalzate delle impalcature attorno al tempietto che da decenni sorge abusivamente ai piedi del monumento, col fine di collocare le decorazioni per l'allora imminente festività di Diwali e facilitare nel mentre alcuni interventi di ristrutturazione resisi necessari, secondo quanto reso noto.

L'incidente, unito al forte sospetto che si stessero in realtà effettuando ulteriori lavori di ampliamento della struttura, ha provocato l'immediata e violenta protesta della comunità musulmana, aggravatasi dopo che i lavori erano proseguiti nonostante l'Alta Corte dell'Andhra Pradesh avesse intimato il 5 Novembre il ritorno allo status quo. Vandalismi, aggressioni, sassaiole, automezzi dati alle fiamme, cariche delle forze dell'ordine, botteghe e bazaar sprangati, coprifuoco e interrogazioni parlamentari incrociate costringono da allora i militari a presidiare l'area del monumento 24h/24. Secondo quanto dichiarato, la sentenza dell'Alta Corte era stata ignorata su ordine del governo locale, a guida Congress, allo scopo di prevenire l'espandersi della protesta alla comunità induista.

Il regolamento stilato dall'ASI, Archaeological Survey of India, l'organismo che dal 1951 sovrintende alla salvaguardia del patrimonio artistico e storico indiano, impone che nessun tipo di struttura possa mai sorgere a una distanza minore di 100 metri da qualsiasi monumento protetto, e tuttavia l'esistenza del tempio dedicato alla dea BhagyaLakshmi era stata sempre sostanzialmente tollerata, se si eccettuano sporadici episodi di vandalismo, tanto dall'abbondante popolazione musulmana della città quanto dalle autorità, fino agli scontri delle ultime settimane.

Secondo i rappresentanti della comunità induista, il motivo per cui la struttura ha potuto crescere e tramutarsi nel tempo in vero e proprio edificio in cemento è semplice: il tempietto in realtà preesisteva all'ASI e al suo regolamento. E anzi, con ogni probabilità preesisteva addirittura al Charminar stesso, anche se magari sotto forma di semplice sasso al quale la popolazione aveva attribuito proprietà divine, come accade un po' ovunque in India; pertanto all'ASI non resterebbe ora altro compito che prenderne atto, classificando il monumento nel suo insieme, con tempietto a latere, preservando così la pluralità religiosa indiana e la tradizionale tolleranza locale.

Gli scontri ad HyderabadVerrebbe quasi voglia di lodare lo spirito di simili dichiarazioni, se non fosse che giusto il prossimo 6 Dicembre si commemorerà il ventennale della distruzione della Babri Majid di Ayodhiya, capolavoro dell'architettura islamica all'incirca contemporaneo del Charminar, distrutta a mani nude nel 1992 da un formicaio impazzito di fanatici guidati ed incalzati da politici di primo piano del panorama nazionalista induista. Dopo secoli di pacifica convivenza, la comunità induista più integralista aveva prima cominciato col rivendicare l'area dove sorgeva la moschea, tradizionalmente considerata luogo di nascita del dio Rama e in quanto tale giudicata come certamente occupata in precedenza da un luogo di culto distrutto dai dominatori islamici e poi era passata alle vie di fatto. Quei drammatici fatti di Ayodhya ne provocarono poi a catena altri ben più catastrofici, quali le sommosse e gli attentati che sconvolsero Mumbai nei mesi seguenti e che costarono la vita a circa 900 persone, e poi ancora il pogrom del Gujarat del 2002, quando altre migliaia di persone vennero macellate senza pietà. Dopo infinite dispute legali, una recente sentenza ha disposto che il terreno dove sorgeva la Babri Masjid venga ora salomonicamente diviso tra gli organismi religiosi delle comunità che ne rivendicavano l'assegnazione.

Il Charminar nel 1962, dall'archivio fotografico di The Hindu

Numerosi documenti fotografici - già respinti come falsi e/o manipolati dalla comunità induista - dimostrano però inequivocabilmente che, in questo caso, almeno fino gli Anni 60 non esistesse alcun tempietto nei pressi del Charminar, e che solo in seguito fosse comparso ai suoi piedi un piccolo altare votivo, cresciuto nel tempo fino ad assumere le notevoli dimensioni attuali, tanto ingombranti dal punto di vista estetico e architettonico quanto da quello politico e religioso.

Secondo alcune ricostruzioni comparse sulla stampa indiana, le origini di quell'altare sarebbero state una pietra miliare dei tempi del Raj, o forse una stele commemorativa, nella quale la popolazione aveva preso a venerare secondo l'uso l'antica divinità dravidica locale, Maisamma. Quando un autobus l'aveva poi accidentalmente abbattuta, la pietra era stata sostituita con un'altra dalla connotazione religiosa più evidente, attorno alla quale era cresciuto poco a poco l'altare votivo, divenuto poi luogo di culto vero e proprio. Nel liquido Dharma hindu, è facile che la devozione originaria venga trasferita nel tempo da una delle mille forme della divinità ad un'altra, magari percepita come più attuale e vicina ai tempi, e così il tempietto riceve ormai da decenni un flusso continuo di devoti della dea BhagyaLakshmi, anche se nel pur vasto e millenario pantheon indiano non era mai apparsa in precedenza alcuna divinità, manifestazione, epica eroina nè santa che rispondesse esattamente a questo nome, probabilmente mutuato invece da una deformazione dell'antica denominazione della località ove sorse Hyderabad, e che tuttavia si fa coincidere oggi con l'amatissima dea Lakshmi. 

Il tempio Bhagyalakshmi al CharminarLa verdeggiante riva del fiume Musi, lungo il quale il sultano decise di fondare la sua nuova capitale, allo scopo di ovviare alla costante scarsità d'acqua che affliggeva l'antica e vicina Golconda, pare venisse infatti comunemente indicata come Bagh Nagar, luogo del giardino. Ma secondo un'altra tradizione ultimamente molto in voga, era stato invece il sultano in persona a battezzare in un primo tempo la sua nuova città proprio BhagyaNagar, in onore della sua innamorata, una cortigiana di umilissime origini chiamata Bhagyamati, per poi cambiarne il nome in Hyderabad una volta che la bella si era convertita all'Islam per sposarlo, assumendo in seguito il titolo di corte di Hyder Mahal. Ma Haider, divenuto Hyder in una delle molte translitterazioni possibili dall'arabo, significa leone ed è l'appellativo col quale viene indicato frequentemente Ali ibn Abi Talib, cugino e genero del Profeta Maometto, considerato il primo Imam della fede Sciita alla quale la dinastia del sultano apparteneva, suggerendo dunque un'assai più probabile e tradizionale intitolazione della città al riverito Imam sin dalla sua fondazione.

Il nome assunto nel tempietto dalla dea ricalcherebbe dunque tanto la romantica leggenda quanto il presunto nome originale del posto, Bhagyanagar, col quale incidentalmente i sostenitori dell'indipendenza della regione del Telangana e i nazionalisti induisti vorrebbero ribattezzare quanto prima Hyderabad, seguendo le orme di Mumbai/Bombay o Madras/Chennai, facendone la capitale del nuovo Stato. 

Naturalmente ci si interroga ora soprattutto su come sia stato possibile che uno dei monumenti più celebri del Paese potesse subire negli anni una simile deturpazione e perchè non si sia provveduto da tempo a traslocare il luogo di culto induista in altra sede, considerato che la città conta già con circa altri 900 templi. Nel frattempo l'ASI tace e non prende posizioni ufficiali, mentre le rimostranze religiose si intrecciano con quelle politiche, e a seguito della vicenda il partito della minoranza islamica, MIM, Majlis-e-Ittehadul Muslimeen, ha ritirato il suo appoggio al Congress, tanto in ambito locale quanto in quello centrale, accusandolo di connivenza con i nazionalisti induisti. Contrario alla suddivisione dell'Andhra Pradesh, la defezione del MiM non mette immediatamente in pericolo la stabilità del governo locale ma, in mancanza di un futuro accordo accettabile, potrebbe significativamente incidere sui risultati delle elezioni generali del 2014, quando ogni singolo voto avrà il suo peso e la questione dell'indipendenza del Telangana farà pesare doppio quelli dell'Andhra Pradesh.

 
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