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Gli Indiani - Usi e costumi

Il classico copricapo indiano raggiunge il massimo dell'elaborazione in Rajasthan, dove assume vari significati sociali ed infinite forme di acconciatura.

In vari Stati dell'India, i turbanti sono ancora una parte essenziale dell'abbigliamento tradizionale maschile, particolarmente in Rajasthan.

Nell'India medievale qui era impensabile presentarsi a corte a capo scoperto, mentre togliersi e porre il proprio turbante ai piedi di un sovrano o di qualunque altro individuo indicava in un solo gesto la propria dichiarata sottomissione. Oltre ad aggiungere colore ed eleganza, il turbante in Rajasthan indica spesso ancora oggi la città di origine di chi l'indossa, la professione, la casta, gli eventi familiari ed altri particolari; nei gruppi tradizionali, ancora ci si toglie il turbante di fronte a colui al quale si deve chiedere perdono o un favore, mentre ce lo si scambia fra uomini per siglare una solida amicizia. Calpestare il turbante di qualcuno è un gesto molto offensivo e la cerimonia del Pagri, il 12° giorno dopo la morte di un capofamiglia, indica nell'India del Nord il vero e proprio passaggio di consegne dal defunto al nuovo capo clan, generalmente il primogenito.

Ogni foggia assume un nome diverso e specifico, ma il turbante in termini generali viene chiamato Safa, se la stoffa con cui viene foggiato è lunga 9 m. e larga 1 m. oppure Pagri - le translitterazioni per questo termine variano moltissimo, fino a Pugree - quelli confezionati con tessuti lunghi fino a 25 m. e larghi solo 20 cm. In circostanze formali i turbanti vengono poi spesso rifiniti con una cresta formata da un'estremità piegata a ventaglio e chiamata Shamla o Turra, mentre le sezioni più umili della società del paese intero si accontenteranno di ripararsi e asciugarsi il sudore annodando attorno alla fronte un semplice Gamucha, un telo sottile generalmente impiegato anche come asciugamano.

La scelta del colore di un turbante è fondamentale e chi può permetterselo ne sceglierà uno adatto per ogni occasione. Colori spenti come il blu, il marrone rossiccio o il kaki indicano un lutto in famiglia, mentre i motivi bandhani e Tye and Die, tipici anche del Gujarat, e i colori brillanti quali rosso, arancio o giallo limone, segnalano celebrazioni festive, come la nascita di un figlio o un matrimonio nel proprio clan. Per la cerimonia matrimoniale vera e propria, invece, le stoffe del turbante per lo sposo e i parenti più stretti sono frequentemente intessute di fili dorati o d'argento e adornate con tutti gli extra disponibili, con dei risultati a volte un po' natalizi. Per la famiglia di una sposa, è usanza regalare ai componenti maschi della famiglia dello sposo dei turbanti, chiamati localmente Sirorao, durante la cerimonia nuziale.

Alcune tinte sono legate alla stagione, come il turbante Falguniya, bianco o rosso per la primavera, fantasie in rosa, rosso o verde per le festività o quelli in stoffa Lahariya - una delle tecniche bandhani che crea motivi rigati - per la stagione delle piogge. Alcune caste hanno i loro turbanti distintivi e si calcola che superino il migliaio, le diverse maniere di annodare i turbanti in Rajasthan. Anticamente, a corte esistevano specialisti con l'unico incarico di addobbare le teste reali, ma l'abilità personale in questa operazione è ancora al giorno d'oggi uno degli orgogli maschili in terra rajasthana. 

Nell'India centrale il turbante si riduce e il suo nome locale, Rumal, indica semplicemente un quadrato o un fazzoletto che misura circa 1 m. quadro variamente avvolto sul capo o impiegato come fusciacca, sciarpa etc. Ma più a Sud in Karnataka, nella zona di Mysore e nel distretto di Kudagu, gli uomini nelle occasioni speciali portano l'importante Mysore Peta e i notabili vengono omaggiati con questo turbante durante solenni cerimonie. Scendendo ulteriormente verso Sud, la cultura del turbante lascia il posto a semplici pezzi di stoffa, di spugna o di quel che si trova, che riparino dal sole e asciughino il sudore. Ma anche qui, in Tamil Nadu, troviamo il Parivattam, una pezza di seta acconciata in foggia di copricapo che è offerta in segno di massimo rispetto a idoli di divinità o persone di alto rango durante occasioni speciali.

Solo i Sikh mantengono quotidianamente e ovunque i loro perfetti turbanti, Dastar, che vengono dunque adattati in colore alle diverse circostanze o professioni: per esempio kaki, per i poliziotti e i militari, esonerati dall'uso dell'eventuale casco o elmetto regolamentare, o anche azzurro, per i cosiddetti Caschi Blu dell'ONU; solo in circostanze informali, di fatica o nelle gare sportive, i Sikh osservanti si limiteranno a coprirsi il capo con quella sorta di bandana con la quale sotto il turbante tengono a bada le lunghe chiome, mai tagliate secondo precetto religioso e appuntate sulla sommità anteriore del capo. Il turbante sikh standard si annoda secondo un metodo conosciuto come double Patti o Nok, ma ne esistono vari altri tipi, indossati da alcune particolari confraternite. Per esempio i Nihangs, gli appartenenti a una setta guerriera, indossano un voluminosissimo turbante blu con le insegne sikh appuntate ben in evidenza sul davanti; gli Amritdhari invece - uomini e donne - avvolgono il tessuto intorno alla testa senza nessuna piega e forma particolare, dandogli l'aspetto di un semplice copricapo piatto e circolare. Invece gli abitanti del Punjab non appartenenti alla religione sikh, indossano spesso un Pug, un turbante costituito da una lunga e sottile pezza di cotone solitamente bianca.

Le referenze relative all'uso di indossare un copricapo in foggia di turbante in India sono molto antiche e si fanno risalire fino ai Veda, nei quali si ricordano simili copricapi rituali utilizzati durante particolari celebrazioni; in seguito, in epoca Maurya, si ricorda come copricapo la Ushnisha, una pezza di stoffa descritta bianca e luminosa che veniva usata doppia e acconciata in maniera voluminosa dai sovrani in circostanze solenni; questa pezza passò  poi nell'uso comune a mantenere testa e collo caldi durante l'inverno, col nome di Shirostran. In Persia, la base del tradizionale copricapo conico veniva spesso avvolto da pezze di tessuto: un costume ripreso e ampliato poi con turbanti di grande volume nell'Impero ottomano. Il termine turbante divenne popolare in Europa tra il XV° e il XVI° secolo proprio grazie ai Turchi. L'etimologia della parola risale infatti al termine turco tulbent, a sua volta derivato dal persiano - strettamente imparentato col sanscrito - dulband, termine composto che indica qualcosa di avvolto su se stesso e che, tanto per associazione di luogo di provenienza quanto per aspetto, ha finito per dare nome in Europa anche a un fiore all'epoca pregiatissimo ed oggi popolare: il tulipano.

Come confezionare un perfetto turbante sikh:

 

Guida India inturbantata

Ma se prima di cimentarvi volete essere certi a proposito di quale modello vi si addica di più... Inturbantatevi qui!!

 

Io ho optato per questo modello: se vi piace, Ramesh vi fa vedere da Pushkar come ottenerne uno uguale.

 

 

Galleria fotografica

Piccolo compendio di copricapi indiani recentemente esibiti da NaMo a scopo elettorale.

 
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