Il Pellegrinaggio PDF Stampa E-mail
Le religioni e i riti - I riti
Giovedì 02 Gennaio 2014 09:24

Non c'è felicità per chi non viaggia, Rohita! Questo abbiamo imparato. Vivendo stabilmente nella società, anche il migliore degli uomini diventa peccatore: perciò parti! I piedi del viandante sono come il fiore, la sua anima ne fa crescere e poi ne raccoglie il frutto; tutti i suoi peccati vengono cancellati dalle fatiche del peregrinare. Perciò parti! Anche la fortuna di chi resta seduto si siede; si eleva quando costui si rialza, si addormenta quando si assopisce e si muove quando costui si rimette in movimento. Perciò parti!

Aitareya Brahmana

pellegriniUno degli attributi meno conosciuti di Indra, il dio più celebrato dal RigVeda, è quello di Protettore dei Viaggiatori. Nell'Aitareya Brahmana, Indra esorta un giovane uomo chiamato Rohita a intraprendere la via della peregrinazione. L'eco della sua raccomandazione sembra riverberarsi su quasi tutte le altre tradizioni religiose del mondo per le quali il pellegrinaggio assunse grande valore, tanto come mezzo d'acquisizione di conoscenza spirituale quanto di meriti agli occhi della divinità. Ma in nessun Paese al mondo questa pratica si è mantenuta tanto viva, trasversale e frequente come in India, con un notevole e ulteriore incremento della stessa registrato negli ultimi vent'anni. Al contrario di quanto avvenuto sin dalla fine del XIX secolo in Occidente, con la liberalizzazione dell'economia e l'industrializzazione l'India ha infatti sperimentato una crescente ondata di religiosità popolare - come scrive Meera Nanda nel suo ottimo saggio del 2009 The God Market  - che non ha lasciato intatto alcun segmento sociale e nessuna istituzione pubblica: l'India conta oggi con 2,5 milioni di luoghi di culto, contro 1,5 milioni di scuole e a malapena 75mila ospedali.

Le ragioni per intraprendere un pellegrinaggio verso questi luoghi, oggi come nell'antichità, possono essere nobili e molteplici: purificarsi, raggiungere consapevolezza spirituale, accrescere la propria forza morale, espiare una colpa, compiere il proprio dovere verso gli antenati o anche semplicemente soddisfare il desiderio di trovarsi al cospetto dei luoghi santi o della divinità di riferimento. Poi ci sono le motivazioni strumentali, che spingono i fedeli al pellegrinaggio nella speranza di ottenere la guarigione da una malattia, una gravidanza per le coppie sterili, il superamento di un esame o l'assegnazione di un posto di lavoro ambito, sistemare le figlie con un buon matrimonio, raggiungere il successo negli affari, vincere una controversia legale, una gara, un'elezione; ma si parte persino con lo scopo dichiarato di invocare l'intervento divino contro rivali di ogni natura, affinché venga inflitta loro una lezione e regolare così i propri conti per interposta divinità. Esiste infine anche una ragione ancora più semplice e banale che può spingere al pellegrinaggio: sfuggire alle fatiche e alla routine dell'esistenza quotidiana, fosse anche solo per pochi giorni.

Nello Skanda Purana si elencano dettagliatamente i doveri del pellegrino comune e che in parte si ritrovano nelle prescrizioni destinate anche ad altre fedi in analoghi contesti: rasarsi il capo - per distruggere i peccati accumulati fin sopra ai capelli, diremmo noi - digiunare, nutrirsi con moderazione e solo di cibi frugali che non comprendano pesce, pollame, leccornie varie o spezie eccessivamente saporite, non fare uso di sostanze inebrianti - oggi generalmente alcol, paan e tabacco - e praticare assoluta astinenza sessuale. Il pellegrinaggio di matrice induista offre però anche altre due interessanti caratteristiche che sono filtrate nei millenni nelle pratiche di culti differenti: la circumambulazione - pradakshina o parikrama - del luogo o dell'oggetto di culto e l'accrescimento dei meriti ottenuti - punya - attraverso le difficoltà volontariamente aggiunte al compimento del percorso prescelto.

La prima prevede che, una volta raggiunto il luogo, il fedele cammini attorno all'idolo, tempio, collina sacra o tratto di fiume mantenendo sempre l'oggetto d'adorazione alla propria destra. Questa pratica può occupare pochi minuti o qualche ora, ma anche giorni, mesi e persino anni, come nel caso della circumambulazione completa del Gange, che ne richiede circa sei: i pellegrini partono dalla sua sorgente di Gangotri, sull'Himalaya, e seguono l'intero corso del fiume lungo la sua sponda sinistra fino alla foce di Gangasagar, nella baia del Bengala, per poi tornare indietro lungo la sponda destra fino a ritornare al punto di partenza himalayano. A un simile pellegrinaggio, già di per sè estremo, si possono aggiungere moltissime difficoltà al fine di acquisire ulteriori meriti: c'è chi lo compie saltellando su di un piede solo, strisciando, a ginocchioni, o anche misurandone fisicamente la lunghezza, cioè sdraiandosi a pancia in giù, le braccia in alto, rialzandosi e percorrendo solo lo spazio occupato dal proprio corpo disteso, per poi ripetere incessantemente la sequenza fino a raggiungere la meta. Coloro che dovessero perdere la vita nel mentre, si assicurano un posto in Paradiso e se ciò dovesse poi avvenire proprio a Kashi, Varanasi, quel posto sarà certamente assegnato loro tra i migliori disponibili. Come noto, Varanasi occupa infatti l'apice dei luoghi sacri, nei cuori induisti, rivaleggiando solo con la Kumbh Mela di Allahabad o Haridwar, per quel che riguarda il numero di pellegrini che vi si recano e il fervore religioso che li accompagna.

La ragione per cui invece un luogo diventa di culto, come per tutte le altre fedi dipende in genere dall'associazione di questo con il fondatore di una religione, coi suoi santi, i suoi eroi, i suoi divulgatori o con gli eventi che hanno segnato la sua mitica o reale traiettoria storica. La parola sanscrita che lo indica è Tirtha, il cui significato - invariato sin dai tempi vedici - si riferisce a un Ghat, un luogo atto alle abluzioni, sulle rive di un fiume o a volte anche di laghi. I fiumi che occupano un posto d'onore nell'immaginario religioso Hindu sono naturalmente Gange, Yamuna, Brahmaputra, Godavari, Krishna, Kaveri, la miriade di loro affluenti e le città da questi attraversate. Sebbene i luoghi più apprezzati per compiere un pellegrinaggio siano quelli collegati alle divinità pan-indiane, e dunque Varanasi, Mathura, Pushkar, Ayodhya, Prayag, Gaya, Badrinath, Kedarnath, Somnath, Vishveshwar, Rameshwar, Puri, Dwarka, il lago Mansarovar etc., anche i luoghi associati a manifestazioni locali di Dei e santi attirano comunque milioni di pellegrini da tutto il Paese, come accade per esempio al ricchissimo tempio di Tirumala-Tirupati. L'India ha infatti tardato secoli a raggiungere l'unità politica nazionale, ma ha sempre avuto le idee chiarissime rispetto all'unità geografica di quella terra che i Greci chiamavano Indika - le terre al di là del fiume Indo - e che i sant'uomini là prodotti a profusione chiamavano Bharat, ancora oggi il nome ufficiale del Paese.

Secondo l'Indologa Diana L. Eck "Considerando la sua lunga storia, l'India ha ottenuto certamente solo da pochissimo tempo un'unità politica e amministrativa, ma la sua unità come nazione era da tempo immemorabile venerata e costituita dalla geografia sacra del Paese: dai santuari sulle sue montagne, nelle sue foreste, lungo i suoi fiumi e sulle sue colline". Perchè gli Hindu, così come molti Buddhisti, Musulmani, Cristiani e Sikh, seppur ovviamente a diverso titolo, considerano l'India a tutti gli effetti Terra Santa, e il suo territorio, nel suo insieme subcontinentale, è percepito come residenza della divinità; in molti villaggi la terra stessa è infatti venerata come corpo vivente della Dea e le caratteristiche del paesaggio che compone vengono dunque interpretate come fossero quelle fisiche della divinità. Come tali, sono quindi costellate di Tirthas, punti d'incrocio tra mondi differenti e interconnessi tra loro dai cammini di pellegrinaggio.

Naturalmente molti Indiani progressisti potrebbero sentirsi a disagio con questo genere di descrizione della loro nazione, e potrebbero giustamente sottolineare come i nazionalisti induisti abbiano spesso abusato di quest'idea politicizzandola, marginalizzando le minoranze e, occasionalmente, massacrando la più consistente tra queste, cioè i Musulmani, ma non solo. Altri potrebbero essere preoccupati dal fatto che questa visione possa invece sfociare nell'eccessiva esoticizzazione di una terra che tenta di proiettarsi come una nazione moderna e rivolta al futuro. Ma il fatto é che, come espone Eck nella sua straordinaria opera del 2012 India: a Sacred Geography, questa visione non ha affatto un'origine occidentale, nè si basa sugli impeti misticheggianti dell'Orientalismo; al contrario, si tratta di un'idea centrale e propria della concezione mitologica dell'India stessa e che, come tale, continua a tenere saldamente ancorate al paesaggio immaginario della loro terra nella sua interezza centinaia di milioni di persone. La mitologia indiana ha infatti visualizzato costantemente il subcontinente come un territorio carico di spiritualità propria, nel quale montagne, fiumi, foreste, deserti e villaggi sono profondamente legati alle memorie degli Dei e degli Eroi divinizzati. Ogni luogo in India ha dunque la sua storia, e a ogni storia spetta un posto nei miti e nelle leggende. Si tratta tuttavia di un'idea dell'India che precede l'Induismo della tradizione, le cui origini sembrano risiedere infatti negli antichissimi culti pre-vedici, nei quali la venerazione si rivolgeva a spiriti locali, Nagas o Yakshas, entità locali - Genius Loci - che venivano associate alle caratteristiche naturali del paesaggio e che si credeva sovrintendessero all'area che le circondava; col tempo i miti relativi a quelle sorgenti, alture e località vennero soppiantati da quelli proposti dalla nuova teologia dominante e associati al ricordo di Rama e Sita o a quello delle peregrinazioni dei fratelli Pandava del Mahabharata etc. Come la sacralità ancestrale del paesaggio filtrò dai culti tribali pre-vedici nella grande e variegata tradizione dell'Induismo, così la stessa idea si diffuse poi al Buddhismo, Jainismo, Sikhismo, all'Islam indiano e persino al Cristianesimo locale.

L'affermazione dell'ubiquità del sacro, espressa dalla teologia del paesaggio indiano, forse non venne descritta da nessuno tanto efficacemente quanto dai santi poeti del Meridione, tradizionalmente considerati all'origine del movimento Bhakti - scrive ancora Diana Eck - che pregavano il Dio supremo Proprio qui, dove i fiumi si incontrano; proprio qui, dove sguazzano gli aironi; qui, dove si erge la roccia; proprio qui, dove le palme ondeggiano verso l'estuario; qui, dove i fiori di mango effondono il loro profumo. Il sapore del Signore è differente in ognuno di questi luoghi: ma ognuno di essi è un luogo prediletto e consente all'anima pellegrina di cogliere un assaggio della vasta realtà di Dio".

 
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