L'India e il Ceto Medio secondo Fareed Zakaria PDF Stampa E-mail
L'Arte, la storia e la cultura - Letture consigliate
Venerdì 07 Febbraio 2014 16:23

Nel Novembre 2013, la società di consulenze McKinsey & Company ha curato la pubblicazione di un'antologia di saggi sulle principali sfide sociali ed economiche affrontate dall'India, Reimagining India: Unlocking the Potential of Asia's Next Superpower. Asia Society ha recentemente diffuso il contributo dato all'opera da Fareed Zakaria: eccolo tradotto.

Chiedersi se l'India sia poi realmente una nazione, non é così strano: "L'India è solo un'espressione geografica - ebbe a dire un esasperato Churchill - non un Paese, almeno non più di quanto lo sia l'Equatore". Il fondatore di Singapore, Lee Kuan Yew, gli ha recentemente fatto eco sostenendo che "L'India non è un vero Paese, ma una serie di 32 nazioni separate, alle quali capita di essere disposte lungo la stessa linea ferroviaria britannica".

L'India certamente dà al termine Diversità un significato tutto suo, con più di 15 lingue principali, centinaia di dialetti, numerose grandi religioni e migliaia di tribù, caste e sottocaste. Un brahmano del'India meridionale, di lingua Tamil, condivide poco con un Sikh del Punjab: ognuno ha una sua lingua, una sua religione, una sua etnia e segue tradizioni e stili di vita differenti.

D'altronde, basterebbe osservare una foto di gruppo del primo governo dell'India indipendente per rendersi conto di che collezione di personalità si fosse allora riunita a Delhi, ognuna delle quali differentemente abbigliata, a seconda della propria appartenenza regionale o religiosa, e alle quali ci si riferiva con titoli diversi e in uso nelle rispettive comunità: Pandit, Sardar, Maulana, Babu, Rajkumari, etc. Oppure si può semplicemente dare uno sguardo alla situazione politica odierna: negli ultimi due decenni, dopo ogni elezione generale i commentatori hanno cercato invano di ricavare dai risultati una tendenza nazionale, un tema comune e dominante, ma in realtà le problematiche e le personalità di spicco sono sempre risultate diverse in ognuno degli Stati indiani, la maggioranza dei quali é al momento governata da partiti locali basati su appartenenza linguistica, religiosa o castale e che, pur ottenendo magari un ampio consenso in una regione, spesso risultano praticamente ininfluenti in quella accanto, mentre i due grandi partiti nazionali, Congress e BJP, vedono ormai la loro influenza diretta limitata a circa 10 Stati a testa.

Eppure c'è chi crede profondamente alla sostanziale Unità dell'India: forse il suo più appassionato sostenitore fu Jawaharlal Nehru, il primo premier dell'India indipendente. Durante una delle molte incarcerazioni che soffrì nel corso della lotta per l'Indipendenza, Nehru scrisse The Discovery of India, una personale interpretazione della storia indiana che conteneva anche la sua agenda politica. Attraverso quell'opera, Nehru individua una continuità nella storia del Paese, dalla Civiltà Vallinda al regno di Ashoka per proseguire nell'era Moghul e fino all'epoca moderna, descrivendo un'India che non fu mai omogenea ma che continuò ad arricchirsi grazie alle diverse influenze ricevute, dal Buddhismo, all'Islam e al Cristianesimo. Naturalmente Nehru conosceva perfettamente le immense diversità racchiuse nel Paese e la sua disunione, giacché per cercare di creare un movimento politico nazionale dovette confrontarcisi parecchio: quella primaria - tra Hindu e Musulmani - fu poi quella destinata a distruggere il sogno suo e del Mahatma Gandhi di un'India unita, ma l'intenzione principale di Nehru era comunque quella di creare un'idea comune di nazione al fine di ottenerne l'indipendenza e in questo senso ebbe ragione, perchè effettivamente l'India è stata per migliaia di anni un'entità politica e geografica coerente, di cui la nazione attuale é ancora oggi in gran parte espressione. Nonostante le innumerevoli diversità che lo compongono, indubbiamente il Paese possiede infatti una cultura a sé ed é forse grazie a ciò che, seppur con molti problemi, continua a esistere.

Il punto però su cui tanto Nehru quanto Churchill si sbagliarono fu invece la concezione stessa dello Stato-nazione. L'India non poté seguire l'esempio delle nazioni europee formatesi nel 19° secolo, secondo lingue, gruppi etnici e religioni distinte, perché gli Inglesi l'avevano unificata utilizzando la tecnologia - la ferrovia - e le armi. Ma ciò produsse a cambio anche quell'opposizione unificata al dominio britannico che doveva materializzarsi nell'Indian National Congress, riunendo così tutte le comunità contro il regime straniero. Si trattò tuttavia di un'aberrazione storica, giacché l'India era stata quasi sempre governata come una sorta di confederazione. Anche in presenza di un sovrano insediato in una capitale nazionale, il potere fu sempre esercitato cooptando vassalli, permettendo l'autonomia regionale e lasciando fiorire le tradizioni locali, secondo la più classica modalità del Laissez Faire. Nonostante l'ascesa e la caduta delle dinastie, il formarsi e il dissolversi degli imperi, nel frattempo la vita nei villaggi e nelle campagne indiane continuava a svolgersi senza scosse, basicamente indifferente alle politiche nazionali. "Storicamente, l'India è sempre stata una società forte con uno Stato debole" sottolinea Gurcharan Das, il top manager diventato scrittore e filosofo.

L'India indipendente seguì invece un percorso differente: Nehru e molti dei suoi contemporanei furono fortemente influenzati dal nazionalismo europeo del 19° secolo e dal socialismo del 20° e non potevano dunque concepire un'India moderna al di fuori di un governo nazionale forte. Gli impulsi di centralizzazione furono maggiori in ambito economico che politico, campo nel quale i leader locali già si mostravano forti e autonomi. Ma anche così, alla fine degli Anni 60 il Congress cominciò a perdere terreno a favore dei partiti regionali, in principio nel Sud per motivi linguistici e in seguito anche nel Nord, dove fiorirono le formazioni politiche a base castale: più si tentava di combattere quella tendenza, e più aumentava la reazione locale. L'opposizione verso il centralismo di New Delhi raggiunse il suo apice sotto la figlia di Nehru, Indira Gandhi, che negli Anni 70 tentò di imporre una forma estrema di governo centralizzato, arrivando anche a sciogliere dozzine di governi locali nella speranza di ridurre e cooptarne i partiti regionali. Il risultato fu invece l'ascesa di una mezza dozzina di violenti movimenti secessionisti, la brutale repressione di uno dei quali finì per costarle la vita.

Negli ultimi vent'anni l'India ha cambiato nuovamente direzione e il potere degli Stati regionali e dei loro partiti non è più messo in discussione. A partire dai primi Anni 90, New Delhi cominciò a ridurre anche il controllo fondato sulla concessione di licenze-permessi-quote, fino a liberalizzare l'economia. Il risultato di oggi é un'India parecchio diversa da quella che i suoi fondatori si erano immaginati: un eterogeneo insieme di comunità, lingue ed etnie che convivono in uno spazio politico ed economico aperto. Alcuni nazionalisti vecchio stampo naturalmente trovano questa nuova versione dell'India esageratamente mercantile, decentralizzata, rumorosa, volgare e disordinata, ma la nazione odierna riflette davvero la realtà indiana ed é proprio grazie a ciò che il Paese presenta straordinarie proprietà di resilienza; in assenza di un piano e di una direzione imposti dal centro, alcune forze politiche spingono ora verso un nazionalismo persino maggiore dell'originario, mentre la liberalizzazione economica ha creato un'economia nazionale e la tecnologia ha favorito il diffondersi di una cultura comune. Accanto alla proliferazione di canali televisivi e media regionali, cresce infatti anche l'insieme di quelli nazionali, che diffondono eventi che coinvolgono ormai l'intero Paese: dal Cricket a Bollywood, la stessa cultura popolare pervade ormai la vita di ogni Indiano e mano a mano che l'India cresce, la sua gente scopre quanto profondamente questa si distingua da quella degli altri Paesi asiatici e quanto la tenga di fatto unita.

La crescita economica indiana ha creato però anche un nuovo e ulteriore elemento comune: un ceto medio urbano i cui interessi trascendono regione, casta e religione d'appartenenza e ciò ha avuto già conseguenze politiche; tra il 2011 e il 2013, milioni di Indiani sono scesi in piazza per protestare, prima contro la corruzione e poi contro il brutale stupro e assassinio di una ragazza di Delhi. I manifestanti erano in larga maggioranza persone residenti nelle città e nelle capitali, mentre in passato le agitazioni di massa avevano spesso avuto origine nelle campagne e dalle istanze di agricoltori e di gruppi castali o religiosi che richiedevano al governo diritti o interventi specifici e circoscritti. Le proteste recenti, invece, sono scaturite dall'esigenza trasversale di poter contare su di un governo che compia coi suoi obblighi fondamentali, quali mettere fine alla corruzione largamente diffusa in tutto il sistema politico e amministrativo o fornire non tanto leggi speciali a favore delle donne, quanto semplicemente una polizia e dei tribunali che grantiscano giustizia alle vittime di stupro.

Se però da una parte il grosso della ricchezza indiana viene generato oggi nei centri urbani, dai quali proviene circa il 70 % del PIL nazionale, dall'altra il 70 % della popolazione vive ancora nelle aree rurali, e la conseguenza di ciò - scrive Ashutosh Varshney - è che per i politici la città continua ad essere solo 'un sito estrattivo', mentre la campagna quello dove acquisire potere e legittimazione: in altre parole, i soldi staranno pure in città, ma i voti poi si raccolgono nelle campagneLa società degli Stati Uniti, per esempio, è costituita prevalentemente da individui che si identificano nel ceto medio e i politici si rivolgono dunque a quel vasto gruppo sociale in ogni discorso e proposta politica. In India, invece, i politici generalmente privilegiano l'India dei villaggi, tanto che nessun partito ha mai formulato una seria proposta a favore dell'India urbana, mentre tutti propongono regolarmente elaboratissimi piani per quella rurale. Anche la cultura popolare ha spesso rafforzato questo divario: nei classici film bollywoodiani, la vita nei villaggi riflette sempre semplicità, valori e virtù, mentre le città sono frequentemente presentate come teatro di crimini e conflitti, orchestrati da una piccola, ricca e spesso debosciata elite. Quest'attenzione per i poveri dell'India rurale è però, ironia della sorte, proprio uno dei principali ostacoli alla lotta contro la povertà. Per decenni, i partiti politici hanno distribuito nelle campagne generosi sussidi per il lavoro, il cibo, l'energia e altri beni, falsando i mercati e perpetuando così molti tra i problemi economici fondamentali dell'India. Questi regimi clientelari sono proseguiti anche dopo l'inizio delle riforme economiche, facendo sì che la mentalità assistenzialista avesse spesso il sopravvento sul buon governo, sulle regolamentazioni efficienti e sulla giustizia fiscale. Le politiche che invece alleviano effettivamente la povertà attraverso la promozione della crescita economica, vengono frequentemente promulgate in sordina e colpevolmente etichettate anche dai loro stessi promotori come riforme-ombra.

Allargando il quadro, in sostanza si nota come sia proprio buona parte dell'elite politica indiana a considerare l'India ancora e sempre come un povero Paese del Terzo Mondo, vittima delle forze globali, e non invece una delle più grandi potenze emergenti del pianeta, che potrebbe e dovrebbe venir governata secondo standard ben più elevati. La stessa classe media ha contribuito alla situazione, continuando a pensare, come da tradizione, di non essere politicamente rilevante e adottando di conseguenza un atteggiamento prevalentemente apolitico. Invece di esigere un'istruzione pubblica migliore, ha preferito mandare i propri figli a costose scuole private. Invece di fidarsi della Polizia, ha assoldato guardie private per le proprie case e i propri quartieri. Invece di interessarsi della cosa pubblica, non si disturba nemmeno ad andare a votare, magari contemporaneamente invidiando l'efficienza autoritaria di Singapore o, oggi, anche della Cina. Ma 20 anni di forte crescita economica hanno comunque trasformato il Paese e quel ceto medio indiano rappresenta oggi circa 250 milioni di persone: numeri importanti, destinati a una crescita talmente rapida che ormai anche i film indiani ne ritraggono sempre più spesso i protagonisti, rappresentandoli come giovani, pieni di aspirazioni, idealismo e ambizioni. La globalizzazione ha accresciuto le loro aspettative e la liberalizzazione dell'economia li ha esposti all'influenza di un mondo nuovo, nel quale altri Paesi come l'India stanno crescendo velocemente, costruendo nuove infrastrutture ed eleggendo governi efficienti. Dopo decenni durante i quali avevano dato per scontato che per fare fortuna ci fosse bisogno di avere comunque qualche aggancio politico, oggi possono finalmente osare sperare di farcela da soli, grazie alle loro buone idee e al loro duro lavoro.

L'India è ancora largamente e comprensibilmente una nazione caratterizzata dal localismo, date le sue dimensioni e la sua complessità, ma il ceto medio urbano del Paese intero non comprende più il motivo per cui la democrazia non dovrebbe cominciare a funzionare anche a suo vantaggio. La tecnologia nel frattempo ha dato ai suoi membri anche il potere di far sentire la propria voce, seppur ancora in minoranza rispetto al resto del gigantesco coro. La combinazione di una crescita da mercato emergente, con l'apertura di una democrazia che gira a ruota libera, ha prodotto di fatto risultati originali: la Cina, per dire, presenta la prima ma non la seconda, e una delle conseguenze di ciò è stato in India il boom del settore dell'Informazione: oltre 170 canali televisivi in dozzine di lingue, 3/4 della popolazione servita dalla telefonia mobile, Sms, social networks e similari divenuti da tempo il mezzo di routine per la diffusione di massa di petizioni al governo, convocazioni alle manifestazioni e diffusione di consapevolezza sociale. Il mastodontico programma Aadhaar, fondamenta in Hindi, applicato sotto la guida del pioniere dell'HiTech Nandan Nilekani, sta dando a ogni cittadino un'identità biometrica unica e inequivocabile, con conseguenze che alla lunga potrebbero rivelarsi molto superiori alle aspettative. Il suo obiettivo dichiarato é infatti quello di rendere accessibile a tutti l'ottenimento certo di diritti e benefici, senza dover ricorrere a intermediari o doversi scontrare con la corruzione e le inefficienze che spesso ne bloccavano l'iter, ma allo stesso tempo potrebbe favorire nella popolazione indiana anche un'inaudita e diffusa acquisizione di consapevolezza identitaria personale, e non più solo in qualità di membri di una religione, casta, famiglia o tribù.

Molti osservatori esteri, particolarmente gli uomini d'affari occidentali, ultimamente guardano però all'India con aria sconsolata: il Paese semplicemente non riesce a rinnovarsi secondo il ritmo richiesto dalle sue ambizioni di crescita e progresso, ogni tentativo messo in atto sembra finire impantanato e la classe dirigente continua ad essere compromessa da politiche clientelari e demagogiche. Tutto vero e tutto davvero sconfortante, ma in realtà si tratta solo di un'istantanea che cristallizza un momento e non l'immagine dinamica di una società in evoluzione quale é attualmente quella indiana. In Stati profondamente diversi quali sono il Gujarat, l'Odisha o il Bihar, i governi locali stanno promuovendo prepotentemente lo sviluppo e non si tratta di lodare le politiche attuate da Narendra Modi, il controverso premier del Gujarat candidato ora dalla Destra alla guida nazionale, perché in realtà lo Stato che Modi governa dal 2002 e che ospita 60 milioni di abitanti, aveva cominciato a crescere più velocemente della Cina già 20 anni fa. L'India stessa, pur con tutti i suoi problemi, è stata una delle nazioni a maggior crescita al mondo a partire dallo stesso periodo. 

Potrà dunque mai il Paese dimostrarsi all'altezza delle sue potenzialità? Certamente potrebbe riuscirci, ma solo grazie a un processo che parta dal basso e che imponga a Delhi dei cambiamenti sostanziali. L'India non sarà mai la Cina, un Paese la cui popolazione è grosso modo da tempo omogenea, la cui elite dominante ne dirige sviluppo economico e politico e dove quindi gli ordini per eventuali cambi di rotta possono essere impartiti solo dall'alto. Guardando all'India, gli interrogativi da porsi devono infatti essere diversi: sono gli Indiani davvero dei riformisti? Possono milioni di persone mobilitarsi, farsi sentire fino ad esigere e ottenere un cambiamento? Possono riuscire a tenere duro fino a che le riforme diventino a tutti gli effetti una questione ineludibile? Perchè questa é l'unica maniera in cui potrà farsi strada un reale cambiamento in una grande, aperta, ma ormai rauca democrazia qual è oggi l'India: una volta che quel cambiamento dovesse poi davvero concretarsi, si troverebbe così ad esser stato già talmente assimilato dal tessuto sociale del Paese da non consentire più alcun arretramento.

Io sono ottimista: stiamo assistendo alla nascita di un novello senso di appartenenza nazionale che deriva dalle aspirazioni di un ceto medio urbano, interconnesso nell'intero Paese e che condivide le stesse ambizioni, lo stesso Sogno Indiano: un miglior tenore di vita, un buon governo e una serena celebrazione delle peculiarità indiane comuniE' possibile che non suoni così romantico come il nazionalismo dei bei tempi andati, ma si tratta comunque di un punto di partenza forte e durevole per un Paese moderno, desideroso di far sentire ora la sua voce nel mondo.

 

 
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