Khushwant Singh, Sardar Sahib armato di penna PDF Stampa E-mail
Gli Indiani - Le grandi personalità
Venerdì 21 Marzo 2014 16:28

Scompare il decano del giornalismo indiano, l'irriverente ed indomabile Sardar Khushwant Singh - classe 1915 - acuto testimone di un secolo di storia indiana. 

Khushwant SinghNarrava lo storico Doha, che a sua volta l'aveva saputo dalla moglie italiana del filosofo Ninian Smart, che al principio degli Anni 70 Khushwant Singh, invitato a tenere un seminario estivo presso la Rockefeller Foundation a Bellagio, usasse tuffarsi ogni mattina dall'approdo di Villa Serbelloni per attraversare a nuoto il lago, risalire un tratto di collina sulla sponda opposta, vestito dei soli kachera, i tradizionali mutandoni sikh, coi lunghi capelli sciolti alla brezza estiva e il kara, il bracciale rituale in ferro che scintillava al sole, per poi con calma ridiscendere a riva e tornare alla villa con lunghe e pausate bracciate. Dopo solo pochi giorni, la popolazione locale aveva preso ad attendere affascinata la quotidiana apparizione di quell'esotico personaggio, rapidamente soprannominato Il Santone. Come già accaduto un decennio prima a Milkha Singh, velocista indiano che aveva partecipato alle Olimpiadi di Roma '60, le lunghe chiome e la barba che caratterizzano gli appartenenti al Sikhismo, unite alla metodica disciplina sportiva, erano valse anche a Khushwant Singh la canonizzazione istantanea da parte dell'attonita popolazione lariana, a quell'epoca ancora largamente composta da semplici agricoltori e allevatori.

Ne fosse stato a conoscenza allora, Khushwant Singh, che amava definirsi invece il Vecchio Sporcaccione del Giornalismo Indiano, ne avrebbe certamente riso di gusto e forse avrebbe persino escogitato qualche esibizione alternativa per chiarire bene la sua posizione rispetto all'ascetismo mistico erroneamente attribuitogli dai paesani: difficile essere stati più irriverenti verso qualsiasi credo, superstizione o religione di lui, e tuttavia anche la definizione prediletta per se stesso dal decano del giornalismo indiano era forse impropria, giacché originava principalmente nelle scene di sesso più o meno esplicito contenute in molti dei suoi romanzi e racconti e nello scandalo che queste regolarmente provocavano nel pudico pubblico indiano. Ma al di là del compiacimento per la battuta piccante e la barzelletta da caserma, delle disinibizioni letterarie e della dichiarata predilezione per la compagnia femminile, specialmente se arguta, di bell'aspetto e possibilmente dal seno prorompente (celebre la sua amicizia con la coniglietta da paginone centrale di Debonair, Katy Mirza) di fatto, dopo aver amorevolmente curato fino all'ultimo sua moglie Kaval Malik, scomparsa negli Anni 80 dopo lunga malattia, non gli vennero mai più attribuite particolari relazioni sentimentali, nè stabili nè occasionali. Le donne certamente lo adoravano e lui ricambiava entusiasta, ma è probabile che ne godesse solo platonicamente e attraverso la pubblica fustigazione delle ipocrite pruderies nazionali ad ogni occasione utile.

Nonostante la sua esuberante verve intellettuale e il suo caustico senso dell'umorismo, col tempo il Sardar Sahib era infatti diventato un uomo estremamente metodico ed abitudinario, si dice fino al punto da innervosirsi visibilmente se solo veniva spostato senza adeguata giustificazione e autorizzazione qualunque pezzo d'arredamento nella sua casa di Delhi - sita in una delle numerose urbanizzazioni edificate dal padre, Sir Sobha Singh, che era stato un imprenditore di grande successo nel ramo al tempo della Delhi di Lutyens - o se qualche nuovo ospite temporeggiava ignaro trattenendosi oltre lo scadere della singola ora che quotidianamente Singh dedicava al salotto culturale e agli incontri, prima di cenare e andare a letto molto presto; mai senza aver prima sorseggiato almeno un robusto bicchiere di Scotch, col quale, pare, un tempo iniziasse all'alba anche la sua giornata. Difficile immaginare che un autore così prolifico - più di 80 opere pubblicate, oltre alla costante attività giornalistica - e così autoironico da dichiarare ammiccante in un'intervista "Scrivo così tanto perchè nessuno ha mai inventato un preservativo per le penne!" potesse davvero rischiare di spezzare la sua consolidata routine con attività dall'esito decisamente più imprevedibile, data l'età ormai avanzata; considerando poi che le situazioni e i personaggi ridicoli avevano attirato la sua attenzione e i suoi sferzanti scritti durante tutta la sua vita, è probabile che avesse prudentemente deciso di non rischiare mai di finire col farne parte lui stesso.

In molti, comprensibilmente, non gli avevano mai perdonato l'aver giudicato inevitabile e necessario il periodo dell'Emergency decretato da Indira Gandhi negli Anni 70, ma soprattutto il fatto di non aver mai osteggiato, e anzi spesso fortemente appoggiato, le deleterie e/o fallimentari iniziative del di lei figliuolo Sanjay, senza mai pentirsene pubblicamente nemmeno nei decenni successivi. In numerosi editoriali e ricordi dedicatigli ieri o riproposti dagli archivi della stampa indiana in occasione della sua morte, le tre S - Sex, Scotch e Sanjay - che furono considerate le tre principali debolezze della vita di Kushwant Singh, sono così continuamente riecheggiate. Ma se la terza fu senza dubbio l'unica incomprensibile, una quarta S, quella di Sikhismo, non poté invece mai essere aggiunta alle sue contraddizioni, considerando il suo dichiarato ateismo; l'ostentazione dei caratteri tradizionali sikh fu infatti sempre ed esclusivamente un attestato di fedeltà ad un'appartenenza culturale, ma mai religiosa. Con la sua poderosa novella d'esordio, Quel Treno per il Pakistan, del 1956 (ed. Marsilio 2002) d'altronde Singh aveva già fugato ogni possibile futuro sospetto di sciovinismo religioso, così come negli anni seguenti non aveva esitato a condannare pubblicamente le malefatte e gli eccessi del fondamentalista sikh Bhindranwale, che portarono alla famigerata Operazione Blue Star, all'assassinio di Indira Gandhi e infine alla mattanza dei Sikh nel Paese, particolarmente a Delhi. Khushwant Singh, sconvolto dalla feroce concatenazione di quegli eventi, aveva restituito in protesta l'alta onorificenza civile che il governo gli aveva conferito 10 anni prima, e da allora in poi aveva sempre denunciato con forza quanto accaduto, ravvisando proprio nell'impunità che aveva caratterizzato la strage di Delhi il germe che doveva portare poi fino ai fatti del Gujarat del 2002, dove in settimane e mesi si consumò senza ostacoli contro i Musulmani quanto già era accaduto nel 1984 contro i Sikh in sole 48 ore. 

Direttore di quotidiani e riviste a tiratura nazionale e forte impatto socio-culturale, parlamentare, saggista, autore satirico, romanziere, critico letterario, raffinato cultore ed esperto di poesia urdu, storico, ambientalista e botanico appassionato, politologo e icona del mondo laico indiano: l'uomo che aveva saputo ricoprire sempre eccellendo tanti diversi ruoli nel panorama culturale indiano era stato in gioventù un mediocre studente, tanto in patria quanto poi in Gran Bretagna, dove era faticosamente diventato un ancor più mediocre avvocato, fino a presenziare i terribili giorni della Partition in quella che era stata la sua cittadina natale a larga maggioranza musulmana, Hadali, nel Punjab oggi pakistano. Fu poi brevemente impiegato al ministero degli Esteri fino a iniziare nel 1951 la sua carriera giornalistica presso la All India Radio.

Autore di celebri e folgoranti coccodrilli, scevri da ipocrisie e agiografiche ricostruzioni, così come di un'iconica rubrica settimanale intitolata "Malignamente, contro tutto e tutti", pubblicata fino al suo ritiro dalle attività pubbliche dall'Hindustan Times - quotidiano di cui era stato anche direttore - e regolarmente rilanciata da decine di altre pubblicazioni, nel 1983 Singh fu a sua volta oggetto di un falso ma assai mordace necrologio firmato dal giornalista conservatore Dhiren Bhagat, scritto in rappresaglia per l'impietosa crudezza di cui veniva accusato dai suoi detrattori. Singh, che fu uno dei più generosi e instancabili promotori di nuovi talenti letterari e giornalistici del suo ambiente, mai invidioso o vendicativo verso colleghi e avversari, non se la prese troppo. D'altronde, in occasione della pubblicazione di una raccolta dei suoi migliori necrologi, affiancata alle sue riflessioni sulla morte, Death at my Doorstep, del 2005, Singh stesso aveva voluto includere nell'opera anche l'epitaffio in rima che aveva scritto tempo prima per se stesso, naturalmente confermandosi ancora una volta degno della cattiva reputazione di cui tanto andava fiero:

Here lies one who spared neither man nor God/Waste not your tears on him, he was a sod/ Writing nasty things he regarded as great fun/ Thank the Lord he is dead, this son of a gun. (Qui giace chi non risparmiò né uomo né Dio/Non sprecate le vostre lacrime per lui, era uno stron*o /Si divertiva un mondo a scrivere cattiverie/ Ringraziate Dio che sia morto, quel figlio d'un cane)

Khushwant Singh ha continuato a scrivere fino a poco prima della sua serena dipartita, a quanto pare sempre lucidissimo, anche se ormai quasi totalmente sordo; unanimemente giudicato uomo di grande generosità e profonda umanità, non aveva mai revocato la decisione presa anni prima di donare le sue forse ormai troppo stanche cornee di 99enne: se potessero apportare anche solo un pizzico della sua visione e del suo sguardo ironico, assieme alla preziosissima vista, quelle cornee potrebbero costituire un dono decisamente unico e irripetibile per chiunque dovesse avere la fortuna di riceverle in trapianto.

 

 

 

Addio al Bukowski indiano

 

 
Guida India feed

Cerca su GuidaIndia

Mappa interattiva

Free template 'Colorfall' by [ Anch ] Gorsk.net Studio. Please, don't remove this hidden copyleft!