L'India riduttiva di John Elliott PDF Stampa E-mail
L'Arte, la storia e la cultura - Letture consigliate
Giovedì 17 Aprile 2014 18:06

Stroncando su Open ImplosionIndia’s Tryst With Reality, di John Elliott, in qualità di opera prodotta "dall'ennesimo corrispondente estero che ricorre a dei clichés per spiegare un Paese del quale ha capito ben poco", Prayaag Akbar contesta le previsioni pessimistiche dell'autore e la visione pregiudiziale dell'India che soggiace alle stesse.

 

"Prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono e alla fine vinci" 

Esiste un vasto sottoinsieme umano che ama condividere su Facebook citazioni altamente ispiratrici, mosso, si direbbe, dall'irrefrenabile desiderio di trasformare attraverso di esse la vita di ciascuno dei 999 amici sconosciuti che ha accumulato negli anni sul social network. La citazione di cui sopra è tra le preferite da questo tipo di persone: parla di resistenza nonviolenta e di perseveranza opposta all'ostilità e in base a ciò, secondo la logica preconfezionata di Internet, é stata da tempo attribuita a MK Gandhi; anzi, per la verità più frequentemente a un certo GHandi.
Il fatto che il vero Mahatma tendesse ad essere generalmente verboso, piuttosto che conciso e lapidario, rende però la citazione un po' sospetta e infatti basta una breve indagine per scoprire che in realtà l'aforisma origina dall'estratto frullato di un discorso tenuto dal signor Nicholas Klein nel 1914 al Terzo congresso dell'Amalgamated Clothing Workers of America, ACWA, sindacato statunitense di lavoratori del tessile: leggermente meno appetibile per la condivisione online, in effetti.

Tuttavia si tratta di una citazione dal fascino innegabile ed è dunque proprio quella che mi è venuta in mente leggendo il nuovo libro di John Elliott, enfaticamente intitolato Implosione (perché negare un bel punto esclamativo a un titolo che certamente lo richiedeva?) L'appuntamento dell'India con la Realtà. Elliott, ex corrispondente in India del Financial Times, è solo l'ultimo di una lunga serie di autori stranieri ad aver prodotto corpose opere allo scopo di offrire tanto ampie quanto definitive sentenze sull'India. Naturalmente non intendo affatto fare di ogni erba un fascio: esistono numerose questioni indiane che hanno solo beneficiato dal fatto di essere state analizzate secondo una prospettiva esterna, ma non questa volta. 

L'India sembra aver abbondantemente superato la fase del Ti ignorano, essere sopravvissuta anche a quella del Ti Deridono (... Che democrazia ridicola, zeppa di politici star del cinema, elettori analfabeti, brogli elettorali etc. etc.) e sembra trovarsi ora allo stadio del Ti Combattono. Mi domando quando e se potrebbe quindi arrivare mai a realizzarsi anche l'ultimo stadio, quello dell'Alla Fine Vinci. Troppi, fra questi saggi sull'India, tendono infatti ad allinearsi alle fasi momentanee di un ciclo indissolubilmente legato a quello economico, giacché la prima cosa che ci ha insegnato John Maynard Keynes é che le economie capitaliste alternano fasi di espansione ad altre di contrazione. Il problema è che scrivere un libro richiede più tempo di quanto ne serva per sceglierne il titolo, facendo sì che molte fra queste opere finiscano spesso per sembrare già datate al momento della loro pubblicazione. Certamente un titolo come Implosione suona particolarmente strano ora, mentre gli indicatori economici e gli investimenti esteri sono buoni e la nazione si appresta a intraprendere il più grande esercizio elettorale della storia del mondo. Ma come si sarebbe altrimenti potuta giustificare la sicurezza con cui l'autore esordisce a pagina 1 dichiarando:" Al cuore dell'approccio nazionale risiede ciò che è conosciuto come Jugaad, che significa grosso modo Arrangiarsi con quel che c'é, e l'espressione Chalta Hai, traducibile in sostanza con Che Dio ce la mandi buona" ?

Ma davvero? Proprio al cuore? Chissà cosa ne penserebbero i 299 membri dell'assemblea costituente che durante tre anni furono impegnati a stilare la Costituzione indiana sotto la guida di una delle migliori menti del XX secolo, BR Ambedkar. Ma sorvoliamo pure sul passato: cosa ne pensano coloro che gestiscono oggi i multipli gangli del governo e dell'amministrazione - dai Panchayat fino alla RBI - e che sovrintendono quotidianamente a un numero infinito di questioni in una democrazia altamente complessa quale è l'India? 

E' proprio questo genere di infantile semplificazione che porta acqua al mulino dei dibattiti del tipo Chi ha diritto di scrivere dell'India? La risposta a quella domanda è molto semplice: chiunque ha diritto di farlo, a condizione di avere una tesi da esporre e degli elementi con cui dimostrarla. Ma scrivere un'opera basandosi sull'idea che i concetti di Jugaad e di Chalta Hai siano fondativi del carattere nazionale, manifestandosi dunque nell'approccio indiano a tutti i livelli e in tutte le questioni rilevanti per il Paese, non solo suona imperdonabilmente riduttivo, ma é anche semplicemente falso.

La lettura dell'India compiuta da Elliott si basa su di un pregiudizio, che a sua volta origina nella constatazione della diversità di questo Paese. Non è un pregiudizio malevolo: l'autore sembra affascinato dalla cultura locale, ma semplicemente non è in grado di comprenderne il funzionamento. L'inconscio confronto applicato per valutarla - soprattutto in materia di economia e commercio, i temi di cui si occupa principalmente il saggio - è perennemente con l'Occidente e così sono le pratiche aziendali e culturali occidentali a fornirgli le linee guida per stabilire ciò che dovrebbe essere normale e auspicabile: le moltissime deviazioni dalle stesse riscontrabili in India diventano quindi tumori maligni da estirpare, invece che feconde aree di indagine. E' solo in base a ciò che Elliott può, per esempio, liquidare come Jugaad l'intera attività imprenditoriale di Dharavi, l'enorme slum di Mumbai il cui giro d'affari egli stesso stima aggirarsi tra il 750 milioni e il miliardo di Dollari annui, e non come frutto di microimprese spesso a conduzione familiare, solo perchè non catalogabili come tali secondo i canoni occidentali. Cita infatti come esempio emblematico di Jugaad il caso di un fabbricante di sedie, che per la sua produzione impiega forniture provenienti da luoghi quali Cina o Malesia, vendendo poi sedute di qualità a metà prezzo. Il punto vendita può apparire piuttosto insolito, il titolare potrebbe intrattenervi coi suoi problemi digestivi mentre vi vende le sedie, ma tutto ciò non fa del suo prodotto un frutto del Jugaad, per quanto molti amino in India speziare col vasto termine le loro conversazioni: si tratta semplicemente di un piccolo imprenditore che ha intelligentemente trovato delle forniture convenienti, grazie alle quali produce e vende la sua merce a un prezzo altamente competitivo. Poco dopo Elliott si spinge a inserire nel concetto persino Dhirubhai Ambani e l'ascesa del gruppo Reliance da lui fondato, o le manovre politiche operate nell'ombra da Sonia Gandhi, come se il capitalismo clientelare e i burattinai politici esistessero solo in India e non ovunque: ammetterlo sminuirebbe però la tesi portante del libro e cioè che saranno proprio le specificità culturali ed etiche indiane a trascinare inesorabilmente il Paese lungo un percorso disastroso.

Lo stesso vale anche quando scrive che gli Indiani, a tutti i livelli imprenditoriali, "Pregano per ottenere successo sul lavoro"; allo scopo, cita il venditore del mercato locale, che prega ogni mattina prima di aprire la sua bottega, il funzionario che lo fa alla sua scrivania o le stravaganti donazioni di un tycoon come Vijay Mallya al tempio di Tirupati. "E' da questo fare affidamento sugli Dei - scrive - che deriva l'atteggiamento indiano del Chalta Hai". Ma quello che Elliott sembra voler ignorare è che il ricorso alla benevolenza divina in materia di affari e benessere sia esistito sulla terra a tutte le latitudini sin da quando l'uomo rivolse per la prima volta gli occhi al cielo nella speranza di trovare un riparo e un boccone. Anche in Occidente la gente prega per il proprio successo e dunque, ciò che l'autore stigmatizza come una differenza sostanziale con l'Occidente, è invece semplicemente l'espressione di una cultura. A differenza dall'Occidente, in India la religione si mescola infatti con la sfera pubblica, ripetutamente e profondamente, la religiosità ostentata è un punto d'orgoglio e spesso persino motivo di competizione. Gli attuali problemi imprenditoriali di Mallya, associati alla sua religiosità, possono quindi anche offrire all'autore un buon esempio pratico di quanto intende dimostrare, ma il fatto è che anche Mukesh Ambani, Sameer Jain, così come buona parte di tutti gli altri imprenditori indiani presenti sulla lista dei miliardari del pianeta, pare siano ancora più religiosi di Mallya, senza per questo dare affatto l'idea di essere persone che abbiano puntato tutto sul "Che Dio me la mandi buona" per ottenere il loro successo.

Naturalmente Elliott ha più che ragione quando sottolinea i malesseri che affliggono la crescita indiana: la corruzione politica e imprenditoriale, il clientelismo, le disuguaglianze e il saccheggio delle risorse ci assediano; ma se quest'ultima recessione globale, originata in Occidente, ci ha insegnato qualcosa, è proprio che la corruzione e il clientelismo esistono anche nei corridoi ad aria condizionata di Manhattan o della City di Londra, che sono endemici del capitalismo e che si riproducono in qualsiasi ambiente in cui l'accesso e il controllo ingiustificato di informazioni riservate si combinino con la possibilità di trarne un profitto. Quello che infatti Elliott non riesce proprio a spiegare è il motivo per cui la pur radicata corruzione dovrebbe condurre inesorabilmente l'India verso un epilogo fatale, mentre lo stesso destino non sembra essere riservato, per dire, all'Italia, o perché il problema non possa invece essere affrontato attraverso il rafforzamento delle istituzioni e grazie alle crescenti istanze provenienti dalla società civile. Ciò che in sostanza Elliott non riesce proprio a dimostrare, è che questa presunta Implosione indiana si verificherà davvero e che la sua percezione di uno "strisciante collasso interno" non sia altro che un'iperbole letteraria.

Ma il problema principale di questo saggio è che allo stesso tempo non riesce nemmeno a individuare i grandi problemi che invece l'India affronta davvero, osservandone i malesseri solo dall'alto e basando la sua analisi su quel genere di pregiudizi che si possono ascoltare anche attorno alle tavole riccamente imbandite di Delhi. Così, dal punto di vista di Elliott, per esempio la Kumbh Mela del 2013 è stato un brillante esempio di successo organizzativo, dopo essere stata affidata finalmente a un solo funzionario investito di poteri straordinari, il quale "non ha dovuto piegarsi come in passato alle pressioni dei soliti impresentabili politici". Evidentemente l'autore ignora però il terribile danno ambientale causato dalla manifestazione o che, come ha riportato The Hindu, l'illuminata gestione, in contrasto con la legge e la Costituzione, avesse destinato agli Intoccabili Safai Karamcharis il lavoro di rimozione delle lordure quotidiane, e che una volta terminato il periodo festivo la stessa si fosse completamente lavata le mani della situazione, abbandonando l'area, ridotta a un'enorme palude di rifiuti putridi, nuovamente alla rimozione manuale operata da altri Intoccabili, i Nishad.

Oppure: problemi d'urbanismo? Basta ignorare la distorta erogazione di servizi a favore dei ricchi a discapito dei poveri nelle città e poi dare la colpa a coloro che hanno meno potere di tutti. "I politici mostrano la loro lealtà soprattutto verso gli abitanti delle baraccopoli [...] che si accontentano del loro stile di vita semi-illegale, pagando così poco o nulla i servizi", scrive Elliott. La ragione per cui l'area di Dharavi non è stata ancora consegnata ai piani di riqualificazione urbana presentati dalle società immobiliari (oh, gaudio!), sostiene, è infatti che gli abitanti "Hanno tutto l'interesse a continuare a vivere in quella maniera": riecco la profonda indolenza indiana, che fa sì che la gente voglia continuare a vivere per sempre negli slum, libera e felice, quando la realtà é che sono le offerte d'indennizzo per i residenti ad essere patetiche, che nessuno ha presentato uno schema credibile di riposizionamento dell'economia ad alta concentrazione attualmente esistente nello slum o valutato adeguatamente il costo del suo spostamento e conseguente frammentazione dal centro alle periferie della città. Sono queste cruciali incomprensioni riguardo alle istanze dei poveri dell'India - non specificamente di Elliott, ma assimilate in anni di conversazioni condotte solo con le elites economiche e sociali del Paese - ad aver spinto per esempio Arwind Kejriwal e l'Aam Admi Party sulla scena politica nazionale: nonostante tutti i suoi difetti, almeno Kejriwal ascolta i poveri direttamente, invece di descriverne la traiettoria osservandola dall'alto.

Non voglio con questo suggerire che Elliott assolva i tradizionali detentori del potere: spesso in realtà allude alle cause politiche di tutto ciò, ma lo fa quasi sempre senza citare nomi e cognomi dei responsabili. Quando si concentra sulla politica e l'economia d'alto livello è tuttavia istruttivo, fornendo al lettore numerose chicche inedite, comprensibilmente abbondanti nel repertorio di un giornalista d'esperienza quale certamente lui é. Ma anche quelle chicche contribuiscono a smontare la sua tesi di base, perchè dimostrano come l'India sia in realtà una democrazia funzionante, per quanto in difficoltà, e che le manifestazioni di pubblico dissenso di fronte ai vari fallimenti governativi non siano segno del suo tracollo, ma piuttosto l'opposto, mostrando infatti come la popolazione si vada via via sempre più politicizzando e come la consapevolezza della società civile, fondamentale per lo sviluppo delle giovani nazioni democratiche, come Sunil Khilnani e Sudipta Kaviraj ci insegnano, stia progressivamente aumentando. Basterebbe confrontare tutto ciò con l'azione politica violenta che ha caratterizzato il consolidamento della democrazia in così tante nazioni nella seconda metà del XX secolo, per capire cosa intendo.

Nel 1967 Samuel Huntington pubblicò Political Order in Changing Societies, un saggio con cui si affermò definitivamente nel firmamento americano dell'analisi politica e nel quale esaminava come le società dovessero tendere verso una progressiva modernizzazione mantenendo come obiettivo primario la stabilità istituzionale; la precedente teoria sulla democratizzazione consacrava il modello di sviluppo sociale europeo o nordamericano, che associava la stabilità politica ai successi dello sviluppo economico, ritenendolo riproducibile in tutto il mondo. Tanto Huntington da Destra, quanto poi la Sinistra intellettuale americana, confutarono efficacemente la nozione secondo la quale lo sviluppo economico portasse automaticamente alla stabilità politica, identificando invece nella forza delle istituzioni di uno Stato la chiave del processo. Quell'anno Huntington scrisse: "L'India, per esempio, è generalmente considerata l'epitome delle società sottosviluppate. Giudicata secondo i classici parametri della modernizzazione, risultava ovviamente al fondo della scala [...] e tuttavia, in termini di istituzionalizzazione politica, non era affatto arretrata. Grazie a un sistema politico ben sviluppato, ha istituzioni forti, in possesso di tutti i crismi per un corretto svolgimento delle funzioni democratiche, tanto nell'accogliere le istanze della società quanto nel fornirle le risposte". Citava quindi la solidità dell'Indian Civil Service e del partito del Congress (relativamente ai primi due decenni dopo l'Indipendenza, prima dell'indebolimento dei suoi vertici) così come il ritmo lento seguito dalla modernizzazione e dalla mobilitazione sociale come fattori essenziali per la sua stabilità politica.

Elliott scrive oggi, col vantaggio di poterlo fare due decenni e mezzo dopo l'inizio delle liberalizzazioni economiche, mentre modernizzazione e mobilitazione sociale hanno subito una forte accelerazione e sì, il Congress non rappresenta più la forza stabilizzatrice di un tempo: ma è comunque difficile sostenere, come sembra voler fare con questo saggio, che le istituzioni politiche indiane risultino ormai talmente indebolite da essere certamente prossime al collasso: se non altro, il subbuglio politico in atto dovrebbe dimostrare che invece la politica partecipativa si stia ampiamente diffondendo nel Paese e che gli Indiani possano trovare oggi una risposta più vicina alle loro aspirazioni grazie alla variegata offerta politica.


In definitiva, Implosion è una specie di Shantaram della saggistica, solo che qui è il mondo economico indiano ad essere descritto come affascinante ma perennemente problematico e contraddittorio, animato da protagonisti che potrebbero anche risultare piacevoli e talentuosi, se solo non fossero così irrimediabilmente affetti da idiosincrasie, superstizioni letali e pervasiva indolenza. Ad alcuni sembrerà una descrizione sufficiente. Ad altri no. Forse un giorno Johnny Depp ne farà comunque un film.

Liberamente tratto e tradotto da Open

 
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