Il Patriota Scettico PDF Stampa E-mail
L'Arte, la storia e la cultura - Letture consigliate
Giovedì 12 Giugno 2014 17:50

The Sceptical Patriot, primo saggio del già noto romanziere e giornalista Sidin Vadukut, é dedicato al debunking di alcuni dei più popolari miti nazionali indiani, oltre a mettere a nudo le carenze esistenti nell'insegnamento della Storia nel Paese.

Ajachi Chakrabati lo ha recentemente recensito per The Sunday Guardian.

The Sceptical PatriotL'India é un Paese nel quale ormai la storia, i miti e le condivisioni online hanno unito le loro forze al fine di forgiare e diffondere un'idea di passato che possa costantemente destare stupore e alimentare così l'orgoglio nazionalista, ma che sfortunatamente spesso si fonda su basi piuttosto dubbie. E' quel che succede sempre quando il futuro è incerto e il presente appare complicato: si arricchisce e abbellisce il passato fino a farne un totem, un talismano che possa annunciare di per sé nuove e imminenti Glorie Patrie. 

In The Sceptical Patriot, Sidin Vadukut analizza l'intero Greatest Hits di questo genere di miti indiani, separando accuratamente il grano dei fatti dal loglio delle leggende: lo Zero è stato davvero inventato in India? E' vero che l'India non ha mai invaso un Paese straniero? Gli Indiani hanno veramente inventato la chirurgia plastica ben prima dei soliti insopportabili Europei? 

In un articolo pubblicato lo scorso 28 Maggio da The New York Times per la rubrica Letter From India, Manu Joseph (giornalista, romanziere ed ex-direttore di OpenMagazine, NdT) racconta come il nuovo ministro degli Interni indiano, Rajnath Singh, ex-docente di Fisica, "Sia convinto che le antiche Scritture hindu e una conversazione col poeta Rabindranath Tagore abbiano portato Werner Heisenberg a formulare la teoria della Meccanica dei Quanti". Joseph fa riferimento alla cronaca redatta dal suo ex-collega Hartosh Singh Bal in occasione di un lungo e articolato intervento effettuato l'anno scorso dall'attuale ministro durante il Congresso Nazionale del BJP, nell'ambito del quale si era espresso a favore degli stanziamenti statali per la ricerca scientifica.

In quel discorso Rajnath Singh aveva magnificato le basi vediche della Meccanica dei Quanti, sostenendo che i segnali digitali, che governano oggi tutte le comunicazioni, fossero stati realizzati solo grazie alla loro scoperta (falso), che il principio grazie al quale i Quanti fossero stati scoperti fosse il Principio di Indeterminazione di Heisenberg (un altro falso) e che lo scienziato, premio Nobel 1932, "Avesse desunto quel principio dopo aver studiato la filosofia dei Veda". A sostegno della sua tesi, Singh aveva citato anche Il Tao della Fisica, di Fritjof Capra, nel quale si ricorda l'incontro avvenuto nel 1929 tra Tagore e lo scienziato, commentando però semplicemente che "L'introduzione all'antica scienza indiana ampliò la visione di Heisemberg". Nel suo articolo, Hartosh Singh Bal aveva quindi commentato le spericolate affermazioni di Rajnath Singh con ironia: "Naturalmente quell'incontro in sé non prova nulla, ma sarebbe stato comunque un dettaglio storico interessante, se solo non fosse che Heisemberg aveva già formulato il suo Principio nel 1927, due anni prima di incontrare Tagore. La questione della casualità ha certamente un grande rilievo nella Meccanica dei Quanti: ma nemmeno loro potrebbero giustificare un effetto che nel mondo macroscopico precede la sua causa di circa due anni."

Ma é proprio questo il modo tipico con cui si creano in India le Certezze, come Vadukut definisce vari grandi eventi della storia il cui merito gli Indiani ascrivono spesso erroneamente alla loro civilità. Per lanciarne altre di forte impatto basta prendere un episodio minore che in qualche modo coinvolga positivamente l'India, preferibilmente supportato da fonti straniere (in genere di dubbia affidabilità), aggiungere iperboli e salti logici in gran quantità e poi diffondere il tutto via email a catena, condivisioni su Facebook corredate da opportuna foto, oppure tramite discorso pubblico, come accaduto nel caso di Rajnath Singh e i Quanti Vedici.

La prima opera che Vadukut dedica alla saggistica, dopo il grande successo ottenuto con la sua Dork Trilogy, si occupa dunque di analizzare proprio le più celebri e diffuse tra queste verosimiglianti certezze storiche, con risultati spesso divertenti e affascinanti, attraverso i quali si scopre che molte delle Verità che gli Indiani considerano assodate sono in realtà avvolte dal mistero della Storia, in parte anche a causa delle difficoltà tutte indiane a mettere fatti storici - e solo quelli - correttamente in relazione tra loro. 

L'India ha veramente inventato lo Zero? Beh, in un certo senso sì, ma dipende da cosa si intende per Zero: i Babilonesi impiegavano già un simbolo speciale per indicare lo spazio vuoto all'interno di un numero, ma certamente fu Brahmagupta a trattare per primo lo Zero come un numero a sé.
L'India costituiva veramente la più ricca zona al mondo prima che gli imperi coloniali la depredassero riducendola sul lastrico? Non proprio: le stime di PIL annuo che suggeriscono quest'idea, come quelle riportate per esempio da The World Economy: A Millennial Perspective, di Angus Maddison, derivano dalla moltiplicazione di un reddito medio stimato per popolazione presunta. L'India, che nel suo insieme godeva di un'economia tutto sommato mediocre, con un reddito medio pro capite lievemente inferiore a quello del resto del mondo, ha avuto però sempre una popolazione relativamente enorme, primeggiando così facilmente nella classifica. Se poi in realtà il colonialismo non fece diminuire quel reddito medio in maniera significativa, causò però certamente stagnazione, in un'epoca in cui gli altri Paesi stavano invece facendo passi da gigante grazie alla modernizzazione.
Davvero l'India non ha mai invaso altre nazioni nel corso della sua storia? Fandonie: i Chola colonizzarono parte dell'Oceano Indiano grazie alla loro potenza navale ed effettuarono anche numerose brutali invasioni di Sri Lanka, per esempio.

Queste e altre rivendicazioni fanno parte delle conseguenze dell'atteggiamento verso la Storia promosso dalla Destra Nazionalista Induista, principale promotrice della mitopoiesi indiana a ogni livello. Secondo un modello che tende a ripetersi, questi miti di solito includono infatti la glorificazione di un'India precedente alle invasioni di quei dannati stranieri, oppure tendono a esagerare negativamente le conseguenze del loro avvento, com'é per esempio il caso di un capolavoro universale qual é il Taj Mahal, al posto del quale, secondo leggende diffuse grazie ai metodi consueti, sarebbe un tempo esistito un meraviglioso tempio dedicato a Shiva, sfortunatamente raso al suolo dalla solita perfidia islamica.

Il fine di tutto ciò ovviamente è suggerire che, se non fosse stato per colpa di quelle vili aggressioni, la grandiosa civilità indiana si sarebbe certamente evoluta nel frattempo fino a produrre il più potente e influente Paese al mondo.

Questa visione della Storia sorvola però comodamente sul fatto che quell'antica civiltà non rappresentasse affatto il Paradiso in terra, che le questioni egemoniche, politiche e sociali avessero comunque già causato un numero infinito di conflitti interni e che il prodotto di questi fosse stato spesso l'avvento di strutture di potere alle quali conveniva sottomettersi senza troppe riserve, se si voleva sopravvivere. Ma omette anche il fatto che, in un arco di tempo che abbraccia almeno un paio di millenni, le innovazioni tecnologiche, scientifiche, politiche e culturali non fossero state certo ad appannaggio esclusivo dell'India: l'Hindustan che invasero i Ghaznavidi e poi i Ghuridi, per esempio, in verità si presentava piuttosto come una società calcificata, già allora molto più occupata a preservare le tradizioni del passato che a crearne di nuove.

Ma il libro di Vadukut solleva anche un'altra questione: com'è possibile che gli Indiani di ogni condizione continuino ad abboccare a queste bufale con tanta facilità? L'autore punta il dito contro il modo in cui viene insegnata Storia, in un Paese da tempo fortemente orientato verso gli studi tecnico-scientifici. Riducendola a semplice esercizio mnemonico, nel quale gli studenti ripetono una sequenza di fatti senza identificare in essi alcuna utilità pratica d'attualità, si è prodotta una generazione per la quale la Storia indiana é solo un calderone di date, luoghi, figure e battaglie isolati dal loro contesto storico. Pochissimo spazio viene poi destinato anche allo studio dell'India post-Indipendenza e anche quel poco viene comunque offerto ponendo enfasi principalmente sulla narrazione buonista della Nazione eroicamente emersa dall'oscura ombra del Colonialismo, evitando ogni approfondimento a proposito del movimento Naxalita, dell'Emergency o anche solo della guerra contro la Cina. Sono stati così rimossi tutti gli aspetti fondamentali degli studi storici: l'acquisizione cioé di strumenti atti a interpretare il Presente, privando così gli studenti indiani della capacità di analizzare criticamente il mondo in cui vivono.

Vadukut cita in proposito un episodio a suo giudizio emblematico, accaduto durante la visita di un gruppo di Hibakusha (sopravvissuti all'olocausto nucleare giapponese del 1945, NdT) a una scuola di Chennai, allo scopo di sensibilizzare i giovani verso le conseguenze dell'uso di armi atomiche. Quando al termine della conferenza quegli anziani sopravvissuti avevano chiesto agli studenti se ritenessero che le armi atomiche potessero essere ancora accettabili, la scolaresca aveva risposto NO all'unisono. Ma quando poi era stato domandato loro se pensavano che fosse lecito usarle contro il Pakistan, la loro riposta era stata enfaticamente e globalmente affermativa.

"Credo che questo sia esattamente lo scopo dello studio della Storia - scrive Vadukut - riuscire a far sì che ogni generazione si rapporti con scetticismo critico alle Certezze ricevute dalla generazione precedente: solo allora forse saremo finalmente in grado di valutare autonomamente le nozioni di Giusto o Sbagliato, di Amore e di Odio, e solo allora saremo in grado di giudicare per quel che sono le erronee priorità che ci sono state inculcate dalla nostra società".

 

Liberamente tratto e tradotto da The Sunday Guardian

 

 

 

 

 
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