Il giardino in India PDF Stampa E-mail
L'Arte, la storia e la cultura - Arte e architettura

Dalla natura rigogliosa ma forse selvaggia degli affreschi di Ajanta alla magnificenza formale dei giardini moghul: i giardini indiani.

Giardini Shalimar, Srinagar, KashmirSi conosce poco dei giardini, se ne esistettero, nell' India dravidica e prearya; le rovine di Harappa non permettono di sapere se i piccoli cortili esteriori degli edifici esistenti contenessero piante. Nemmeno l'epoca seguente offre evidenze archeologiche, ma nella letteratura sanscrita, in opere quali il Ramayana o il KamaSutra, si fa più volte riferimento all'esistenza di giardini. Il fatto è che la maggioranza delle costruzioni civili nell'India antica venivano costruite in legno, argilla cruda e fogliame: costruzioni temporanee dunque, Kachha, mentre il mattone cotto o la pietra vennero col tempo utilizzati ma solo per le costruzioni permanenti, Pukka, come i templi. Durante l'epoca maurya, sotto il regno di Ashoka il Grande, strutture in pietra vennero utilizzate per ospitare le comunità buddhiste ed alcuni edifici di rappresentanza. Gli affreschi di Ajanta e i bassorilievi di Sanchce le mostrano con piante, alberi da frutto abitati da uccelli variopinti davanti e dietro piattaforme con colonne lignee, che confermano le fonti letterarie, ma non è dato sapere di più. Sebbene nessuna costruzione civile o palatina indiana dell'epoca sia sopravvissuta, tuttavia un ulteriore ricordo ci viene dalla cronaca di Megastene, che descrive un palazzo immerso tra giardini a Patna - Pataliputra, e indicazioni dalle antiche scritture indù dedicate alle competenze, Shastras, che definiscono un preciso codice di costruzione ed orientamento degli edifici: questo nei secoli viaggiò unito alla dottrina buddhista, e si sviluppò in Cina nell'arte del Feng Shui.

Ma il più antico giardino propriamente detto che si conosca certamente è quello di Ciro il Grande, che nel V sec a.C. aveva costruito a Marvadasht, attuale Iran meridionale, un giardino a pianta geometrica con percorsi d'acqua in pietra e che incorporava tanto architettura quanto natura, canali e ombrosi padiglioni. Ed è noto il contatto che la cultura maurya e quella achemenide persiana ebbero.  

Quando la Persia abbracciò l'Islam, questo modello, sempre racchiuso da mura, venne acquisito e i suoi corsi d'acqua divennero simbolo dei 4 fiumi del paradiso coranico: acqua, vino, miele e latte. Perchè il giardino archetipo, il Paradiso deriva infatti il suo nome e il suo simbolismo dall'antico persiano Pardeiza, area racchiusa, e nacque probabilmente come rifugio ideale dalla durezza della natura circostante. Lo stile venne poi esporato in tutto il mondo islamico, dalla Spagna all'India, mentre la cultura europea nel frattempo prevedeva semplicemente la coltivazione agricola o di piante medicinali attorno ai monasteri. A partire dal XII secolo, l'India venne progressivamente occupata dunque da Arabi, Turchi e Mongoli. Venivano da Occidente, portando la nuova religione, nuove armi, nuove tecniche di costruzione e una nuova concezione del giardino. Si narra che quando Babur, l'imperatore moghul, si trasferì ad Agra dopo aver invaso una vasta zona del subcontinente indiano, non fu per niente soddisfatto della sua conquista. Era disgustato soprattutto dai giardini, così diversi da quelli ricchi di acqua corrente che aveva lasciato a Samarcanda. 

Parco del Taj MahalPer colmare questa lacuna, a suo giudizio più grave delle altre riscontrate, fece costruire spazi verdi organizzati come gli antichi char bagh persiani: vaste aree quadrate chiuse da un muro e divise in quattro parti uguali da due canali rettilinei incrociati ad angolo retto; ogni parte poi era attraversata da una fitta rete di canali più piccoli, sempre disposti a croce. Per ottenere gli effetti di movimento, l'acqua era spinta nei canali da un complicato sistema di ruote idrauliche, che però non riuscivano a produrre risultati molto spettacolari. Erano comunque spazi verdi magnifici, ordinati e armoniosi: metafore del paradiso descritto nel Corano, appunto. E così qualcuno di questi, alla morte del proprietario, venne dotato di un sontuoso mausoleo in marmo e trasformato in parco funebre, come sarà poi quello del Taj Mahal. Le tombe reali erano costruzioni innecessarie nell'India induista del ciclo continuo delle rinascite, e l'Islam delle origini ne aveva scoraggiato la costruzione, vista come  un'autocelebrazione contraria al principio coranico dell'uguaglianza di tutti gli uomini davanti a Dio. Comprensibilmente, nemmeno la secolare cultura nomade mongola le prevedeva. E' probabile che l'usanza di mausolei venisse ispirata dunque dalla costruzione degli Stupa buddhisti o forse ancora di più dalla Cina, dove gli imperatori da sempre si facevano costruire tombe in recinti protetti.

I giardini sognati da Babur furono costruiti dai suoi successori sulle rive del lago Dal, nel Kashmir, dove ogni estate si trasferiva la corte per sfuggire al caldo di Agra, e dove la pendenza del terreno consentiva finalmente all'acqua di fluire rapidamente nei canali senza l'aiuto di pompe. Nei giardini di piacere che abbellivano i raffinati palazzi moghul, il paesaggio circostante entrava filtrato dalla passione della dinastia per l'ordine e la simmetria. I prati himalayani pieni di narcisi, viole e rose che crescevano spontanei erano stati trasformati in parterre punteggiati da fiori, arbusti e alberi disposti con precisione geometrica. I laghi erano stati ridotti in vasche regolari. I corsi d'acqua naturali erano diventati canali di pietra rettilinei, ma per ricreare le increspature dei torrenti di montagna il loro fondo veniva scolpito con disegni geometrici in bassorilievo. La pendenza del terreno era stata formalizzata in una serie di terrazze digradanti tagliate da un canale che creava una sequenza di cascate dall'intricata coreografia: fogli sottili o spruzzi spumeggianti; per aumentarne il numero, la tradizionale forma quadrata dei giardini era stata allungata in un rettangolo. Sulle rive del lago Dal, vicino a Srinagar, sopravvivono alcuni di quei giardini di piacere moghul, come lo Shalimar, voluto dall'imperatore Jahangir nella prima metà del XVII secolo.

I giardini Moghul godono sempre di una aura romantica e poetica ma, sotto l'aspetto estetico, nascondono anche quello spirituale: se si sovrappongono due quadrati, la terra, in un circolo, l'eternità, e se ne uniscono gli angoli, si ottiene un ottagono: il numero otto e l'ottagono furono molto utilizzati dai moghul in balse, padiglioni e decorazioni, così come il cipresso, simbolo di morte e di vita nell'aldilà, o gli alberi da frutto che, con il loro ciclo stagionale, simbolizzano il corso della vita in sè.

Per saperne di più: Gardens of the Mughal Empire

 
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