L'India, la Storia e il Revisionismo Arancione PDF Stampa E-mail
L'attualità - L'India che cambia
Giovedì 04 Settembre 2014 20:10

"Everyone can have faith, but not everyone is a scholar", aveva commentato sconsolata lo scorso Marzo l'illustre storica Romila Thapar alla notizia della messa all'indice dei saggi di Wendy Doniger su inziativa di fanatici induisti, oggi promossi a figure istituzionali. Da allora, con l'avvento del governo arancione di Narendra Modi, la battaglia indiana tra fede e scienza, tra fatti e folklore, sembra infatti più che mai destinata a inasprirsi, con conseguenze difficili da immaginare.

orange-viewCon apparente ingenuità, poche settimane fa il capo supremo della RSS, Mohan Bhagwat, ha sostenuto che "Se gli abitanti dell'Inghilterra sono Inglesi, quelli della Francia sono Francesi e quelli degli Stati Uniti sono Statunitensi, allora anche tutti gli abitanti dell'Hindustan dovrebbero definirsi prima di tutto Hindu e come tali sostenere l'Hindutva, a prescindere dal loro credo di appartenenza". Il ministro Venkaiah Naidu aveva rincarato sostenendo che "L'essere Hindu è una questione culturale, non certo religiosa" e ai due ha fatto eco più recentemente anche una delle rare foglie di fico musulmane del governo Modi, l'apposita ministra per le Minoranze Najma Heptullah, ex-Congress, ribadendo che "Non c'è nulla di male nel definire Hindu tutti gli Indiani", salvo dichiarare poi di essere stata fraintesa, complice, a suo dire, un banale scambio di vocali: aveva detto HindI, ma curiosamente é stato invece riportato HindU. Comunque sia andata, i tre hanno sorvolato placidamente sul fatto che, se effettivamente il toponimo Hindustan venne coniato dai Persiani per indicare la regione geografica che a partire dal fiume Indo si estende a Est lungo la piana gangetica (come correttamente ricordato anche da Najma Heptullah) seppur terminando a Sud, al confine marcato dai monti Vindhya, furono poi proprio i Britannici ad estenderlo all'intero subcontinente indiano e a far derivare da esso i termini Hinduism e Hindu, col quale raggrupparono ai fini politici e amministrativi propri del colonialismo tutti gli adepti di quella vasta, maggioritaria, ma tuttavia assai variegata galassia di culti e credi là stratificatisi nei millenni. 

Coerentemente con la loro ampia diversificazione, e soprattutto con la millenaria impermeabilità delle gerarchie sociali che li caratterizzano, i seguaci di quei culti non avevano infatti mai avvertito precedentemente la necessità di coniarne uno collettivo in proprio, tendendo all'epoca a identificarsi primariamente secondo la propria Jati, clan o sottocasta d'appartenenza, piuttosto che in base al proprio credo o divinità di riferimento. Ma soprattutto perché nessun Brahmano, depositario del Sapere di quella cultura, avrebbe mai potuto nemmeno pensare di annoverare se stesso all'interno di un gruppo sociale che includesse anche le caste servili o addirittura gli Intoccabili, che invece agli occhi del Raj facevano chiaramente parte dello stesso insieme, seppur posizionandosi ai suoi margini estremi.

Rivendicare ora per l'intera popolazione indiana il termine Hindu, che i Britannici in seguito applicarono logicamente anche ai seguaci dello stesso genere di culti ovunque vivessero nel mondo - altre colonie e resto del Sudest asiatico - é solo un vecchio espediente già sfruttato in epoca pre-Indipendenza per rappresentare artificialmente un'altrimenti inaudita omologazione tra nazionalità e religione in India e propagandare così un'ancora più improbabile omogeneità del blocco induista a fini elettorali. In questo senso, lo sforzo della Destra si sta concentrando particolarmente sull'Uttar Pradesh, dove a breve si terranno importanti elezioni supplitive e dove il Bjp tenta così di sfondare definitivamente tra l'elettorato tradizionalmente legato ai partiti a base castale della regione, naturalmente a discapito dell'abbondante popolazione islamica locale. Uno degli strumenti ultimamente impiegati allo scopo di compattare temporaneamente le fila é infatti la martellante e incendiaria propaganda contro la presunta minaccia della Love Jihad, ipotesi di complotto musulmano che punterebbe alla conversione di massa delle giovani donne hindu per mezzo dell'arma letale del corteggiamento.

Ma, come ricorda la storica Charu Gupta, la teoria della Love Jihad in realtà é nuova solo nel bizzarro nome assegnatole, presentando infatti straordinarie similitudini con la campagna già lanciata dall'Arya Samaj e da altre organizzazioni revivaliste induiste negli Anni 20 del Novecento, quando a seguito dell'ondata di conversioni da parte dei Dalit ad altre religioni teoricamente meno discriminatorie, tra gli Hindu si diffuse un vero e proprio panico demografico. Molte donne nate arya sposavano uomini stranieri o musulmani, partorendo poi bambini gaubhakshak, assassini di mucche - si avvisava negli opuscoli diffusi all'epoca - facendo così diminuire gli Hindu del Paese: un fenomeno che andava interrotto con ogni mezzo. D'altronde, come riportato anche da Arundhati Roy ne Il Dottore e il Santo, già Swami Vivekananda aveva dichiarato vent'anni prima che "Ogni persona che abbandoni l'universo hindu non è solo un Hindu in meno, ma è anche un nemico in più". 

Di fatto, già all'indomani della vittoria ottenuta nel Maggio scorso dal Bjp grazie al 31% dei voti nazionali, Ashok Singha, a capo del Vishwa Hindu Parishad, aveva commentato: "Un'ampia fascia di popolazione sognava da tempo il ripristino della nostra perduta supremazia. Dopo Prithviraj Chauhan (re di Ajmer e Delhi, a capo della confederazione rajput sconfitta nel 1192 da Muhammad di Ghur nella II battaglia di Tarain) solo oggi l'Hindutva torna a riprendere saldamente in mano le redini dell'India". Il neo-premier Narendra Modi aveva ribadito il concetto poco dopo in uno dei suoi primi discorsi al Parlamento, riferendosi alla sua vittoria come a "Una riscossa giunta dopo 1.200 anni di schiavitù psicologica", buttando così nello stesso calderone 67 anni di Indipendenza e democrazia, i decenni di lotte che li avevano preceduti, 200 anni circa di dominio britannico, più altri 700 scarsi durante i quali Ghuridi, Ghaznavidi, Sultanati vari, Europei e Moghul avevano condiviso il potere di volta in volta e di regione in regione con la caratteristica miriade di regni variamente hindu e più o meno effimeri ed estesi in cui storicamente si è sempre frammentato il subcontinente indiano, se si eccettua il regno di Ashoka il Grande, che tuttavia mai ottenne il controllo dell'intero territorio e che per di più, evidentemente ignaro del concetto di Hindutva che più di due millenni dopo sarebbe stato spacciato come l'unica e immutabile essenza dell'impero che aveva conquistato, aveva pensato bene di convertirsi al Buddhismo.

Il fatto é che quelli che possono sembrare banali strafalcioni dovuti a crassa ignoranza, enfatizzazioni da comizio o psicosi irresponsabilmente diffuse a fini elettorali, provengono pur sempre dai leader dei pilastri religiosi, politici e ideologici su cui si fonda la Destra al potere, dichiaratamente intenzionata a riscrivere da cima a fondo la storia dell'India in chiave nazionalista-induista. Il tentativo delle alte sfere di sdoganare la sovrapposizione dei termini Indiano e Induista (cosa che, senza voler essere irriverenti, sarebbe un po' come confondere milanista e milanese romano con romanista) assume per esempio tutta un'altra luce se affiancato ad affermazioni quali "La mappa dell'India dovrebbe includere anche il Pakistan, l'Afghanistan, il Nepal, il Bhutan, il Tibet, il Bangladesh, lo Sri Lanka e la Birmania, giacché tutte queste nazioni fanno parte di Akhand Bharat, l'India unita. Quella é l'India autentica, oggi artificialmente divisa, ma che può sempre essere riunificata". L'azzardato proclama non è frutto di una gaffe diplomatica o di retorica elettorale, ma è tratto da Tejomay Bharat, Shining India, di Dinanath Batra, che assieme ad altri testi analoghi, impreziositi dalle prefazioni firmate dal Premier Narendra Modi in persona, figura dal Giugno 2014 tra le letture consigliate e gratuitamente distribuite dal ministero locale agli studenti in età da scuola dell'obbligo del Gujarat, in quello che ha tutta l'aria di essere solo un primo esperimento effettuato in un laboratorio socio-politico peraltro già più che collaudato. Il loro autore, anziano maestro già Segretario Generale della Vidya Bharati, la rete scolastica gestita dalla RSS, é anche l'esimio responsabile delle petizioni che hanno costretto nel Marzo scorso l'indiana Penguin Book a ritirare e mandare al macero i saggi sull'Induismo di una studiosa come Wendy Doniger e di numerose altre iniziative censorie e revisioniste dello stesso tenore. 

Secondo quanto riportato dalla stampa, oltre agli azzardi geopolitici le opere di Batra conterrebbero anche numerose esortazioni al rifiuto di qualsiasi uso e costume occidentale - dall'Inglese alle torte e i regali di compleanno, per intenderci - e naturalmente l'elenco completo di miti e leggende da tempo diffusi come evidenze storiche volte a fomentare l'orgoglio nazionalista induista in chiave vittimista: "Pushpak Viman, il carro volante utilizzato dal Dio Rama, fu il primo aeroplano della storia del mondo - spiega Batra agli scolari gujarati - perché i nostri Rishi (i profeti della mitologia induista) furono veri e propri scienziati, le cui innovazioni nel campo della tecnologia, medicina e scienze ci sono poi state scippate dall'Occidente". Come dichiara, tra gli altri, lo storico Irfan Habib, naturalmente le affermazioni di Batra sarebbero solo risibili, se il contesto in cui vengono diffuse non fosse invece piuttosto preoccupante. Contemporaneamente alla gaffe commessa nei primissimi giorni di governo a proposito dell'uso prevalente della lingua Hindi, rivelatasi poi un boomerang per i suoi incauti promotori, il nuovo esecutivo ha infatti anche nominato a capo dell'Istituto Nazionale di Ricerche Storiche, ICHR, un altro curioso personaggio: Yellapragada Sudershan Rao, gentile insegnante di Storia in pensione, di casta brahmana, origine telugu e ferma fede nell'efficacia e legittimità del sistema castale, brevemente già membro della prestigiosa istituzione durante l'ultimo governo a targa Bjp, tra il 1998 e il 2004.

Se da un lato Rao risulta totalmente ignoto alla comunità scientifica internazionale per assenza di sue pubblicazioni accademiche riconosciute a qualsiasi titolo, dall'altro é invece piuttosto noto a livello nazionale per essere graniticamente convinto che tanto il Mahabharata quanto il Ramayana non siano affatto testi epico-religiosi, grandiosi monumenti culturali edificati in secoli e millenni di aggiunte, interpolazioni e interpretazioni regionali su di una originaria base mitologica, bensì accurate cronache di eventi storici indubitabilmente accaduti nel subcontinente indiano in epoche ben identificabili, durante le quali vissero e agirono esattamente come narrato i loro protagonisti. A suo dire - nonostante gli amplissimi studi in realtà già effettuati sulla materia da eruditi di ogni nazionalità in epoca moderna - solo a causa dell'impostazione marxista-nehruviana della storiografia indiana degli ultimi 70 anni nessuno si sarebbe ancora preso la briga di identificare come dovuto date e luoghi di quegli eventi. Il presupposto su cui si fonda la visione di Rao d'altronde é illuminante: "Basta con le evidenze archeologiche e documentali - ha dichiarato in un'intervista al periodico Outlook all'indomani della sua nomina - è ora di dare ascolto al folklore, alle memorie tramandate dalla popolazione: se la gente di Bhadrachalam (Andhra Pradesh) ricorda che il divino Rama abbia vissuto fra loro, come anche menzionato nel Ramayana, il fatto non può certo valere meno dell'assenza di prove concrete di quell'evento". 

Il problema principale della nuova impostazione annunciata dal più importante istituto storiografico indiano, delle ansie di revisionismo e dei pregiudizi dettati dal desiderio di rivalsa contro invasori e colonizzatori di ogni epoca, non risiede tanto - o non solo - nel ridicolo planetario in cui rischia di sprofondare il Paese dando credito ufficiale alle teorie di ciarlatani di ogni risma, purché di comprovata fede induista, ma soprattutto nelle letali conseguenze che una simile dabbenaggine istituzionalizzata può provocare a livello popolare. Milioni di Indiani sono per esempio già fermamente convinti che un capolavoro universale come il Taj Mahal fosse in realtà un antico tempio shivaita, Tejo Maha Aalay, profanato dall'odioso musulmano che lo demolì e rielaborò fino a farne abusivamente l'incantevole complesso che conosciamo oggi. Chilometri di studi e articoli fondati sul nulla, dedicati nel tempo al sostegno della tesi, vengono oggi diffusi con rinnovata enfasi, come d'altronde già accaduto in passato a proposito della secentesca moschea Babri di Ayodhya, in Uttar Pradesh, finchè il santuario non venne effettivamente raso al suolo a mani nude da un'orda di fanatici, fomentati e diretti da coloro che oggi in buona parte governano il Paese, provocando poi anche una spaventosa scia di sangue, attentati e vendette che culminarono con la strage del Gujarat del 2002Tra i capostipiti e i principali punti di riferimento del revisionismo promosso dal governo Modi, svetta fulgido PN Oak, storico dilettante noto per essere stato tra i primi a rivendicare come certamente Hindu non solo il Taj Mahal e numerosissimi altri monumenti indiani eretti a partire dall'epoca medievale, ma anche il Cristianesimo e il Vaticano, l'Islam e la Kaaba, l'abbazia di Westminster e perché no, già che c'era persino Stonehenge. 

Analoghi fenomeni di mistificazione a scopo ideologico si possono osservare anche riguardo alla teoria della presunta natura autoctona indiana del popolo degli Arya, ancora sostenuta a spada tratta nonostante una recente mappatura del DNA nazionale, effettuata in origine a scopo medico-scientifico, abbia confermato ciò che antropologi, linguisti, storici e archeologi avevano intuito e affermato già da secoli basandosi unicamente sullo studio sistematico delle evidenze documentali disponibili, e cioè l'avvenuta penetrazione di popolazioni Arya provenienti da NordOvest in una terra già abitata da altre, di origine dravidica e tribale di varia genia, e certamente tutte precedute sin dalla notte dei tempi da popolazioni di cui gli ultimi rappresentanti risultano essere oggi i tribali delle isole Nicobar e Andamane: a voler essere pignoli, i più antichi e autentici Indiani esistenti, dunque. Eppure un esponente di spicco del Bjp, qual é Subramanian Swamy, ha recentemente sostenuto durante un seguitissimo dibattito televisivo che anche la già citata ministra Najma Heptullah, se sottoposta al test del DNA, risulterebbe dalle analisi inequivocabilmente hindu.

Nella Nuova India di Narendra Modi, sembra bastino dunque un paio di lenti arancioni per poter tramutare il patrimonio genetico in appartenenza religiosa, la nazionalità in fede, l'amore tra ragazzi in complotto e i miti in documentati eventi storici. Coerentemente con queste innovazioni, in occasione del 5 Settembre, Giornata nazionale dell'Insegnante, quest'anno le scuole di ogni ordine e grado hanno ricevuto istruzioni affinché facilitassero la visione in diretta televisiva del discorso che il premier ha deciso di rivolgere agli studenti: degno Maestro in capo del Paese che nel frattempo il suo governo rischia di far sprofondare nell'ignoranza e nel ridicolo.

30 Settembre:
Il dipartimento di Sanscrito dell'Università di Delhi, sotto la guida di Ramesh Bharadwaj, annuncia un nuovo progetto di ricerca volto a dimostrare che gli Arya erano autoctoni e che pertanto non effettuarono mai alcuna migrazione verso il subcontinente indiano. Le similitudini linguistiche e culturali riscontrate col mondo antico europeo non sarebbero dunque frutto di una preistorica radice comune fra i cosiddetti popoli nomadi indoeuropei, ma dovute all'irrefrenabile influenza esercitata nei millenni dalla cultura indiana sul resto del mondo. Il titolare del dipartimento di Storia dell'ateneo si dichiara tuttavia contrario: " E' un dibattito senza senso: sappiamo tutti che l'intera razza umana può tracciare le sue origini ancestrali nel continente africano. A che serve cercare di dimostrare che invece gli Arya erano autoctoni e non venuti da altrove?"
Lapidario anche DN Jha, luminare di Storia indiana antica e medievale:" Non ho nulla da dire a riguardo, se non che qualsiasi storico serio scarterebbe in partenza un simile progetto".

11 Dicembre:

Gustosa disputa in atto tra organizzazioni induiste a proposito dell'esatta datazione del Bhagavad Gita. Se la RSS ha infatti fissato da tempo la data della composizione del venerabile testo esattamente a 5.153 anni fa, rivendicando il ricorso a fatti storici per determinarla, altri prestigiosi enti religiosi ne hanno invece recentemente ridotto l'antichità di ben due anni: il Baghavad Gita sarebbe stato scritto nel 3.137 a.C. e NON nel 3.139 a.C., come invece sostenuto dagli storici della RSS.

Ma come si giunge a datazioni così precise? "Semplice - spiega Bal Mukund, segretario generale della affiliata RSS Itihas Sankalan Yojana - basta calcolarle in base alla ruota del tempo: il Kalyuga è iniziato il 18 Febbraio del 3102 a.C. e il Mahabharata comincia 36 anni prima del Kalyuga, verso la fine del Dwapar, cioè nel 3.139 a.C."
"Ogni anno umano corrisponde a un giorno degli Dei, un anno degli Dei corrisponde a 360 anni umani - precisa Prakash Sharma - Un ciclo di 4 Yugas - Sat, Treta, Dwapar e Kali - corrisponde a 12.000 anni degli Dei, pari a 4.320.000 anni umani così suddivisi: lo Satyuga dura 1.728.000 anni, il Treta ne dura 1.296.000, il Dwapar 864.000 e il Kalyuga 432.000".

Tocca sempre al professor DN Jha guastare la festa agli ultràs induisti: "La Gita non può certo essere datata in questa maniera", avverte, aggiungendo che, rispetto al Mahabharata, opera sviluppatasi durante secoli, si tratta certamente di un'interpolazione e che dunque, sebbene alcuni storici abbiano collocato l'origine del Mahabharata attorno al 900 a.C., è assai arduo stabilirne la datazione con certezza. Ma lo scaltro Sharma non ci sta: "Perché mai dovremmo seguire la cronologia occidentale per datare il Bhagavad Gita? Per datare i nostri testi dobbiamo utilizzare solo il nostro sistema". 

 

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