Firangis, gli stranieri nell'India pre-coloniale PDF Stampa E-mail
L'Arte, la storia e la cultura - Letture consigliate
Giovedì 29 Gennaio 2015 16:30

In The First Firangis: Remarkable Stories of Heroes, Healers, Charlatans, Courtesans & Other Foreigners Who Became Indian, Jonathan Gil Harris ripercorre la straordinaria avventura di quegli stranieri, principalmente Europei ma non solo, che giunsero in India in cerca di fortuna tra il XVI e il XVII secolo, per rimanervi, diventare Indiani e contemporaneamente contribuire a rafforzare il naturale pluralismo indiano.

The First FirangisFurono moltissimi gli stranieri che giunsero in Hindustan in epoca pre-coloniale, tra il XVI e il XVII secolo, partiti allora dalle terre natìe non per conquistare e convertire, depredare e governare, ma semplicemente per sfuggire alla fame e alla povertà, alla legge o alle persecuzioni sofferte nelle loro patrie d'origine. Buona parte dell'Europa a quell'epoca era economicamente arretrata, mentre l'economia globale era ancora dominata dagli Ottomani dell'impero turco, dalla Persia safavide, dall'Hindustan moghul e dalla Cina Ming e Qing, con uno sfarzo leggendario che probabilmente fece da richiamo per i molti Europei male in arnese che finirono così per stabilirsi in India.

La maggior parte di loro era costituita da comuni migranti spinti dalle necessità economiche e da mercanti e avventurieri in cerca di fortuna; alcuni erano invece criminali in fuga, mentre altri erano perseguitati per questioni religiose o di orientamento sessuale; altri ancora giunsero in Hindustan semplicemente come schiavi, servi o familiari al seguito, avendo quindi poco a che fare con la decisione di migrare in Oriente presa dai loro signori, padri o mariti, ma quasi tutti loro finirono comunque per entrare prima o poi a servizio di qualche padrone indiano, dovendo così assimilare rapidamente le lingue e i costumi locali e diventare Indiani a loro volta: mangiarono cibo indiano, vestirono abiti indiani, combatterono negli eserciti indiani, si convertirono alle religioni indiane e ne celebrarono i riti, ebbero amici e nemici indiani, si innamorarono di Indiani, ebbero figli indiani e, infine, inevitabilmente ebbero anche riti funebri indiani.

Ma diventare Indiani nel XVI e XVII secolo non significava certo assumere un'identità monolitica e univoca. Ciò che divennero quei migranti dipese infatti tanto dalla situazione ambientale quanto da quella geografica ed economica in cui si trovarono a doversi inserire. Diventare Indiani lungo la dolce e fronzuta costa del Konkan significava una cosa piuttosto differente dal diventarlo nelle terre flagellate dai tifoni e dominate da tigri e zanzare delle Sundarbans o ancora tra le aride colline dell'altopiano del Deccan, così come diventare Indiani tra i vicoli popolati da fachiri di Ajmer era molto diverso dal diventarlo in una lussuosa haveli di Agra o nell'harem moghul di Lahore. Ogni località prescelta causò dunque in quei migranti trasformazioni logicamente differenti, anche se tutte vantavano almeno un'importante caratteristica in comune: in forma maggiore o minore, e per ragioni diverse, erano tutti luoghi votati alla multiculturalità.

La costa del Konkan divenne il rifugio di moltissimi perseguitati religiosi, compresi gli Ebrei in fuga dall'Inquisizione iberica o i Cattolici avversati dai Protestanti inglesi; le Sundarbans offrirono covi e approdi sicuri per le ciurme di pirati formate da Bengalesi, Burmesi ed Europei; i sultanati del Deccan, governati da elites turche e persiane, attirarono ad Aurangabad, Ahmednagar, Bijapur o Hyderabad mercanti, medici e soldati dalle loro terre d'origine, ma anche schiavi Etiopi, o Habshis dall'Africa, mentre i Moghul, oltre a ospitare a corte nobili ed eruditi persiani e centroasiatici e ad assoldare regolarmente mercenari occidentali per i loro eserciti, richiamarono nelle loro capitali di Fatehpur Sikri, Agra, Lahore, Delhi e Ajmer anche artigiani e mercanti europei, nonchè religiosi cristiani di varia provenienza e confessione. 

Ognuno di questi centri richiedeva ai migranti di acquisire nuove abilità e abitudini, da un lato offrendo loro una nuova casa e una nuova vita, ma dall'altro obbligandoli anche a una radicale trasformazione attraverso il cibo, gli impieghi, il clima e le malattie indiane che inevitabilmente ne alterarono i corpi e ne forgiarono le competenze e la resistenza fisica. Coloro che si arruolarono negli eserciti locali spesso padroneggiavano l'uso delle armi da fuoco, tecnica bellica ancora nuova ma già di devastante efficacia e introdotta nel subcontinente indiano nel XVI secolo, ma dovettero a cambio cimentarsi con estenuanti manovre militari in un clima asfissiante e imparare a muoversi agilmente su terreni impervi quali il deserto del Rajasthan o le rocce del Deccan. Migranti bellicosi - come lo schiavo malacco Chinali, che si unì a una flotta del Malabar diventando il terrore dei Portoghesi - probabilmente giungevano in India già più che sperimentati, ma una volta in loco dovevano poi diventare esperti anche di correnti e approdi locali, di Monsoni e cicloni e adattare i loro corpi al flagello delle malattie tropicali. Quelli che si univano a confraternite religiose itineranti a Delhi o Ajmer, come fece per esempio l'eccentrico inglese Thomas Coryate, dovevano imparare anche a prostrarsi, a sfamarsi con un pugno di riso e lenticchie e a sopportare in ogni stagione le intemperie con quel poco o nulla che portavano addosso. Le donne straniere entrate negli harem moghul, come l'Armena Bibi Juliana Firangi, o la schiava portoghese divenuta cortigiana Juliana Dias da Costa, dovevano imparare nuove tecniche di canto, ballo, abbigliamento, gioco e seduzione, a seconda del rango e del ruolo assegnato loro dalla corte che le aveva accolte.

Ma anche quando alla fine apparivano ormai del tutto integrati nel contesto indiano toccato loro in sorte, spesso l'alterità d'origine di questi migranti veniva comunque stigmatizzata in più modi dai locali e principalmente per mezzo del termine firangi destinato loro: una parola di ascendenza persiana, derivata a sua volta dall'Arabo medievale Farenji, e cioè francese, col quale si erano indicati in origine i Crociati, le cui armate in effetti furono spesso capeggiate dai Franchi, e che col tempo aveva finito per indicare genericamente gli Occidentali, anche se in realtà nell'India pre-coloniale i Firangi non furono sempre e soltanto gli Europei. Il termine venne infatti applicato anche ai migranti cristiani provenienti da regioni quali l'Armenia o la Georgia, ai nativi convertiti al Cristianesimo originari delle colonie asiatiche portoghesi quali Malacca o agli schiavi africani cristiani, ma vennero considerati a volte firangi anche gli Ebrei, se provenienti da regioni a maggioranza cristiana, e persino alcuni Musulmani, nel caso che avessero precedentemente servito un padrone cristiano.

In sostanza, prima dell'avvento del Raj Britannico, firangi era un termine di difficile definizione, non una semplice etichetta valida per qualsiasi straniero, ma piuttosto un termine impiegato per indicare coloro che, proveniendo da terre o contesti cristiani, si fossero definitivamente inseriti in quello indiano pur rimanendo percepiti al fondo come forestieri. In alcune circostanze, la sottile discriminazione causata dal credo e dalla nazionalità d'origine dei Firangi poteva causare anche disagio ed emarginazione, specialmente in contesto induista, ma in altre poteva invece portare a una straordinaria creatività. Molti, tra questi firangi di umili origini, apportarono infatti alla cultura locale innovazioni in campo scientifico, letterario, militare, artistico, artigianale, architettonico e spirituale, con un processo che certamente non avrebbe potuto verificarsi altrove se non in India, ma che nemmeno in India avrebbe potuto essere innescato se non grazie agli stranieri.

Il portoghese Garcia da Orta, cripto-Ebreo e medico personale del Sultano di Ahmednagar tra il 1540 e il 1550, scrisse per esempio un trattato piuttosto innovativo sulla medicina tropicale, unendo le sue conoscenze a quelle acquisite in India grazie all'osservazione delle pratiche indo-islamiche degli hakim locali. Il gesuita inglese Thomas Stephen, che si stabilì a Rachol, al confine tra Goa e Karnataka nei tardi Anni 70 del 1500, diventò noto come Patri Guru e compose in lingua locale il KristaPurana, poema di circa 11.000 stanze in stile tradizionale indiano sulla vita di Gesù Cristo. Lo schiavo russo divenuto ammiraglio col nome di Malik Ayaz ideò delle ingegnose fortificazioni atte a proteggere la città gujarati di Diu dai Portoghesi al principio del 1500. Mandu Firangi, misterioso pittore europeo che visse a Fatehpur Sikri e Lahore negli Anni 80 del 1500, combinò elementi di stile occidentale e moghul arrivando persino a produrre una versione bionda della coppia sacra Ram-Sita. Augustin Hiriart, gioielliere basco-francese al servizio dei Moghul ad Agra col nome di Hunarmand - Abilissimo - oltre a troni e gioielli creò numerose macchine belliche e congegni, tra i quali uno per domare a distanza gli elefanti selvaggi. Il mercante ebreo armeno Sa’id Sarmad Kashani divenne consigliere spirituale del principe Dara Shikoh dopo essere diventato un Sufi Qalandar ed essersi perdutamente innamorato del giovane hindu Abhai Chand, che da allora lo accompagnò nelle sue peregrinazioni e per il quale Sarmand compose 321 rubaiyyat in Persiano: un autentico manifesto omoerotico per il pluralismo religioso.

Oltre a trasformare se stessi, questi e molti altri Firangi contribuirono dunque a trasformare anche l'India in qualcosa di ben più complesso e plurale di quello che si tende a rivendicare oggi, costituendo di fatto un promemoria permanente per l'antica vocazione multiculturale dell'India, dove la presenza e l'influenza di stranieri e Occidentali in realtà è stata da sempre una tradizione fra le molte esistenti: d'altronde, anche Ashoka, l'imperatore che unificò buona parte dell'India quasi 2500 anni fa, aveva una nonna adottiva greco-persiana e fece scolpire i suoi celebri editti non solo nel nativo Pracrito, ma anche in Aramaico e in Greco.

Liberamente tratto e tradotto da OutlookIndia

 

Jonathan Gil Harris
The First Firangis: Remarkable Stories of Heroes, Healers, Charlatans, Courtesans & other Foreigners who Became Indian
Ed. Aleph Book Company (15 Febbraio 2015)
Pp. 334
Prezzo: $ 35.99

 
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