Compagnia delle Indie: Come un'azienda travolse l'Impero Moghul PDF Stampa E-mail
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Venerdì 06 Marzo 2015 18:42

Il nuovo libro di William Dalrymple, sulla Compagnia delle Indie Orientali, s'intitolerà The Anarchy: How a Corporation Replaced the Mughal Empire, 1756-1803 e verrà pubblicato l'anno prossimo da Bloomsbury & Knopf. Nel frattempo, The Guardian ne ha anticipato un lungo estratto: eccolo tradotto.

Compagnia della Indie orientaliUna delle prime parole indiane ad entrare nel vocabolario inglese fu il termine colloquiale che in hindustani indicava la rapina e il saccheggio: Loot. Secondo l'Oxford English Dictionary, il termine era stato usato raramente al di fuori delle pianure dell'India settentrionale, prima del XVIII secolo, quando divenne improvvisamente d'uso comune in Gran Bretagna. Per comprendere come e perchè quel vocabolo attecchì e fiorì in una terra così distante dalla sua d'origine, basta visitare il Powis Castle, costruito nel XIII secolo dall'ultimo principe ereditario del Galles, Owain Gruffydd ap Gwenwynwyn, sul feudo ottenuto a cambio della cessione del suo scettro alla monarchia inglese. Ma il tesoro più spettacolare contenuto in quel maniero risale a conquiste e appropriazioni effettuate dagli Inglesi parecchi secoli dopo: salone dopo salone, il castello di Powis è infatti semplicemente stracolmo dei frutti del saccheggio operato in Hindustan dalla Compagnia delle Indie Orientali (EIC) nel XVIII secolo. In questa proprietà privata della campagna gallese, sono state accumulate più opere d'arte risalenti al periodo Moghul di quante siano esibite in alcun luogo in India, persino più di quante ne possa vantare il National Museum di Delhi. La collezione comprende hookah d'oro brunito e intarsiate di ebano, splendide daghe cesellate dalle impugnature incrostate di gemme, rubini rossi come sangue di piccione e smeraldi verdi come lucertole, sciabole talwar tempestate di topazi gialli, ornamenti di giada e avorio, arazzi in seta, statue di divinità e armature per elefanti.

La meraviglia suscitata da un simile tesoro è tale che, visitandolo la scorsa estate, quasi mi sfuggiva l'enorme dipinto che spiega come quelle ricchezze fossero giunte fino a lì. Il quadro è esposto in cima a una scalinata pannellata in quercia poco illuminata e per quanto non si tratti di un capolavoro, merita tuttavia uno studio ravvicinato: un gracile principe indiano, abbigliato in panni dorati, siede su di un trono sopraelevato e posto sotto a un baldacchino. Assistono alla scena, alla sua sinistra, ufficiali del suo esercito armati di scimitarre e lance, e alla sua destra un gruppo di gentiluomini incipriati e imparruccati. Il principe sta consegnando un documento a un Inglese leggermente sovrappeso e in abito rosso di gala con arie da statista. E' una scena dell'Agosto 1765, quando cioè il giovane imperatore moghul Shah Alam, esiliato da Delhi e sconfitto dalle truppe della Compagnia delle Indie Orientali, fu costretto a un atto che oggi definiremmo di privatizzazione coatta. Il documento che consegna è infatti l'ordine di dimissione dei suoi agenti delle tasse in Bengala, Bihar e Orissa e la loro sostituzione con un gruppo di mercanti inglesi nominati da Robert Clive, il nuovo governatore del Bengala e direttore generale della Compagnia, descritto in quel documento come “Il sommo e poderoso, il più nobile tra i più celebrati nobili, il comandante di quegli illustri guerrieri, nostri fedeli servitori e sinceri benefattori, meritevoli dei nostri regali favori, della Compagnia Inglese”. La riscossione delle tasse moghul veniva ceduta in quel momento a una potente multinazionale, che si garantiva il successo dell'operazione grazie alla protezione offertale dal suo esercito privato. Fu quello l'atto con cui la Compagnia cessò di essere un'impresa convenzionale, che commerciava in spezie e sete, per trasformarsi in un'entità del tutto inedita.

Nel giro di pochi anni, 250 impiegati spalleggiati da un esercito di 20mila uomini reclutati in loco divennero così gli effettivi governanti del Bengala e una impresa commerciale internazionale si trasformò in un'aggressiva potenza coloniale: utilizzando le proprie crescenti forze armate - circa 260mila uomini già nel 1806 - in meno di mezzo secolo la Compagnia conquistò e sottomise un intero continente. La prima conquista territoriale determinante iniziò in Bengala nel 1756; 47 anni dopo, il dominio della Compagnia si estendeva a Nord fino alla capitale moghul di Delhi, mentre quasi tutta l'India a Sud della stessa a quel punto era di fatto governata da un consiglio d'amministrazione con sede nella City di Londra. "Quale onore può mai esserci rimasto, quando siamo costretti a prendere ordini da una masnada di mercanti che non hanno ancora nemmeno imparato a lavarsi il fondoschiena?" chiede sconsolato Narayan Singh, ufficiale dell'esercito moghul poco dopo il 1765.

Si continua a ragionare su come gli Inglesi conquistarono l'India, ma quella fase storica nasconde una realtà ben più sinistra. Non fu infatti il governo britannico ad impossessarsi dell'India a partire dalla fine del XVIII secolo, ma un'azienda privata lasciata agire senza regole, con sede in un piccolo ufficio con 5 finestre a Londra, e diretta in India da uno squilibrato sociopatico, Robert Clive. D'altro canto, per molti versi la EIC fu effettivamente un modello di efficienza imprenditoriale, giacchè in 100 anni di storia contò al massimo con 35 impiegati fissi nel suo quartier generale londinese e nonostante lo staff ridotto all'osso riuscì in un'impresa senza precedenti, che ancora oggi rappresenta il maggior atto di violenza imprenditoriale messo a segno nella storia del mondo: la conquista militare, la sottomissione e poi il saccheggio di vastissimi territori dell'Asia meridionale. Nonostante tutto il potere esercitato oggi dalle più grandi multinazionali - siano esse ExxonMobil, Walmart o Google - le loro attività appaiono infatti quelle di bestioline addomesticate, rispetto ai devastanti appetiti territoriali espressi dalla militarizzata Compagnia delle Indie Orientali. E tuttavia, se la storia insegna qualcosa, è che nella stretta danza tra il potere statale e quello imprenditoriale, quest'ultimo può essere certamente regolamentato dal primo, ma farà comunque tutto quello che può per resistere ai regolamenti.

All'occorrenza, la EIC fece quanto poteva per mantenersi legalmente separata dal governo della madre patria: rivendicò furiosamente e con successo i propri diritti esclusivi sul documento firmato da Shah Alam - noto come il Diwani - escludendone dai benefici la Corona britannica, anche se il governo inglese aveva sostenuto enormi spese militari per proteggerne le acquisizioni in India. Ma i parlamentari che votarono a favore della EIC non erano esattamente neutrali: circa un quarto di loro era infatti azionista della Compagnia stessa, preoccupato dal crollo che la vittoria della causa da parte della Corona avrebbe potuto infliggere al valore dei loro titoli. Per la stessa ragione, l'esigenza di proteggere la Compagnia dalla concorrenza straniera divenne il punto focale della politica estera britannica. La transazione ritratta nel dipinto esposto a Powis ebbe conseguenze catastrofiche: oggi come allora, come tutte le compagnie per azioni, la EIC doveva rendere conto del suo operato solo ai suoi azionisti e in assenza di interesse per il buon governo della regione, o del suo benessere a lungo termine, il dominio della Compagnia si trasformò quindi rapidamente nel saccheggio sistematico del Bengala e nel continuo trasferimento verso Ovest delle ricchezze così acquisite.

La regione, già devastata dalle guerre, venne presto colpita anche dalla carestia del 1769 e poi ulteriormente vessata da una tassazione esorbitante. Gli esattori della Compagnia si macchiavano frequentemente di quelle che oggi chiameremmo violazioni dei Diritti Umani. Un ufficiale del vecchio regno moghul annotò nei suoi diari: "Gli Indiani venivano torturati affinchè consegnassero i loro tesori; città, paesi, villaggi, interi distretti e province vennero saccheggiati. Queste, le delizie e il credo dei dirigenti e dei loro funzionari". Le ricchezze del Bengala vennero drenate in massa verso la Gran Bretagna, mentre i suoi un tempo prosperi tessitori e artigiani venivano schiavizzati dai nuovi padroni e i mercati locali venivano inondati di mercanzie britanniche. Una parte di quel bottino finì direttamente nelle tasche di Clive, che tornò in patria con una fortuna personale di oltre 234mila Sterline, una cifra che all'epoca lo rese il più ricco self-made man d'Europa. Dopo la battaglia di Plassey del 1757 e la sua vittoria, ottenuta soprattutto grazie agli intrighi, alla corruzione e ai banchieri, più che alle prodezze militari, Clive trasferì al tesoro della EIC l'equivalente di non meno di 2,5 milioni di Sterline di allora razziate agli sconfitti; al cambio attuale, quasi 300 milioni, dei quali circa 23 finirono direttamente nelle sue tasche. Non si andò molto per il sottile: l'intero tesoro del Bengala venne caricato su di un centinaio di chiatte e trasportato lungo il Gange, dal palazzo del Nawab fino a Fort William, quartier generale della Compagnia a Calcutta. La ricostruzione del castello di Powis venne pagata con una parte di quel tesoro. (Nel 1587, Sir Edward Herbert aveva rilevato l'intera tenuta di Powis; due secoli dopo, il figlio primogenito di Robert Clive, Edward, ne sposò la assai indebitata discendente ed erede, Henrietta Herbert, entrando così i Clive in possesso di feudo, castello e titolo nel 1784, NdT). 

Ma quel dipinto, che illustra la cessione del Diwani, è piuttosto fuorviante: l'autore, Benjamin West, non era mai stato in India e già all'epoca un critico inglese aveva notato che la moschea rappresentata sullo sfondo assomigliava un po' troppo "alla nostra venerabile cattedrale di St Paul". In realtà non si era infatti tenuta alcuna cerimonia pubblica per siglare l'atto: la cessione era avvenuta privatamente, nella tenda da campo di Clive, eretta per l'occasione nel cortile da parata dell'appena conquistato forte moghul di Allahabad. Il trono occupato da Shah Alam era la poltrona di Clive, semplicemente posizionata sul suo tavolo da pranzo e poi ricoperta da un lenzuolo di chintz. Solo in seguito i Britannici vollero dare solennità all'evento battezzandolo Trattato di Allahabad, per il quale Clive aveva dettato tutte le clausole, mentre al terrorizzato Shah Alam non era rimasto altro che accettarle. Come ebbe a commentare all'epoca lo storico moghul Sayyid Ghulam Husain Khan, "Un affare di dimensioni colossali, che non lasciava spazio a ripensamenti nè a scappatoie, che in qualsiasi altra circostanza avrebbe richiesto lo scambio di esperti ambasciatori e negoziatori, così come lunghe trattative con la Compagnia delle Indie, il Re d'Inghilterra ed esaustive discussioni tra ministri, venne concluso in meno tempo di quello normalmente richiesto dalla vendita di un asino, una bestia da soma o di un capo di bestiame." Quando il dipinto venne esibito alla Royal Academy, nel 1795, tutti i Britannici che avevano effettivamente presenziato all'evento erano comunque già morti e non poterono quindi segnalarne le incongruenze.

Clive, perseguitato da colleghi parlamentari invidiosi e messo unanimemente all'indice per corruzione, si suicidò nel 1774 sgozzandosi con un tagliacarte, mesi prima che il quadro fosse anche solo terminato. Venne sepolto in segreto una gelida notte di Novembre, in una cappella anonima di Morton Say, nello Shropshire. Diversi anni fa, alcuni operai scavandone il pavimento in legno si imbatterono nei suoi resti; dopo breve concerto, si decise di lasciarli dove stavano, marcando la sepoltura solo con una piccola e austera placca, che recita Primus In Indis.

Oggi, come ha ricordato il più recente ed informato critico della Compagnia delle Indie, Nick Robins, sul terreno ove sorgeva il suo quartier generale londinese, in Leadenhall Street, si erge l'edificio di vetro e metallo dei Lloyd disegnato da Richard Rogers e, a differenza della tomba di Robert Clive, nemmeno una piccola iscrizione ricorda che il luogo fu sede di quella che T.B. Macaulay definì "La più grande compagnia del mondo", certamente l'unica che potè competere coi Moghul nell'ottenimento del potere politico in vaste parti dell'Asia meridionale. Ma chiunque stesse cercando un monumento che ricordi l'eredità della Compagnia delle Indie, non deve fare altro che guardarsi attorno: nessuna impresa contemporanea ha potuto ripetere le brutalità allora commesse, ma certamente molte tra quelle là rappresentate hanno cercato di raggiungere il successo della Compagnia piegando il potere statale ai propri scopi.

Anche la gente di Allahabad ha scelto di dimenticare quell'episodio della storia. Il forte moghul in arenaria rossa ove la cessione venne estorta a Shah Alam - molto più grande di quelli generalmente visitati dai turisti a Lahore, Agra o Delhi - è ancora oggi zona militare vietata al pubblico; quando l'ho visitato, l'anno scorso, nè le guardie nè gli ufficiali sapevano qualcosa degli eventi che si erano consumati al suo interno; nessuna sentinella aveva mai sentito parlare della Compagnia, i cui cannoni ancora costellano quel cortile da parata dove venne eretta la tenda di Clive. Tutta la loro attenzione era centrata sul futuro e sull'accoglienza che il premier indiano Narendra Modi aveva appena ricevuto in America. Una delle guardie mi aveva mostrato orgogliosamente la prima pagina dell'edizione locale del Times of India, nella quale si riportava che Allahabad era stata citata dal premier durante i colloqui alla Casa Bianca col presidente Obama. Le sentinelle erano ottimiste: l'India si stava finalmente rialzando - dicevano - "Dopo 800 anni di schiavitù". I Moghul, la EIC e poi il Raj sono il passato, mentre Allahabad si appresta a prendere parte all'imminente resurrezione dell'India: "Presto saremo un grande Paese - mi disse uno di loro - e così anche la nostra Allahabad diventerà una grande città."

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Durante l'apogeo dell'epoca vittoriana, si respirava un forte senso di imbarazzo per gli opachi metodi mercantili coi quali i Britannici avevano fondato il Raj. Gli Inglesi vittoriani consideravano materiale utile per la Storia, motivazione fondamentale d'analisi e principale vettore di cambiamento nelle questioni umane, le politiche dello Stato-nazione e non quelle economiche delle imprese corrotte. Inoltre, amavano pensare al loro impero come designato per compiere una missione civilizzatrice: il tramite per un benevolo trasferimento di conoscenza, ferrovie e arte della civiltà dall'Ovest all'Est, in sostanza, e pertanto all'epoca si verificò una deliberata amnesia collettiva a proposito del saccheggio imprenditoriale che aveva aperto loro le porte del dominio dell'India.

SirThomasRoe-JahangirUn secondo quadro, commissionato nel 1927 per essere esposto nella House of Commons, mostra come la memoria ufficiale di quel processo fosse stata capovolta e sottilmente rielaborata. Si trova alla St Stephen's Hall, la monumentale area d'ingresso del parlamento, e mi capitò di notarlo per caso mentre aspettavo di incontrarvi un deputato. Fa parte di una serie intitolata The Building of Britain, che raffigura quelli che all'epoca venivano considerati gli eventi principali della storia britannica: Re Alfredo che sconfigge i Danesi nell'877, l'unione parlamentare di Inghilterra e Scozia nel 1707 e così via. L'immagine della serie che si riferisce all'India non mostra tuttavia quella stessa scena di Allahabad, ma un episodio precedente, nel quale ancora una volta appare un principe moghul seduto su di un trono sopraelevato e sormontato da un baldacchino. Anche quest'opera ritrae una scena di corte, con servitori che si inchinano e danno fiato alle trombe, e anche qui c'è un Inglese in piedi di fronte a un regnante locale, ma è chiaro che l'equilibrio tra i poteri questa volta è molto differente. Illustra l'arrivo di Sir Thomas Roe, l'ambasciatore inviato da Giacomo I nel 1614, quando l'impero Moghul viveva il suo apogeo. Jahangir aveva ereditato da suo padre Akbar uno dei due imperi più ricchi al mondo, col quale poteva rivaleggiare solo quello cinese dei Ming. I suoi territori si estendevano per quasi tutta l'India attuale, gli odierni Pakistan e Bangladesh e buona parte dell'Afghanistan, governava su una popolazione cinque volte maggiore di quella dell'impero Ottomano - circa un centinaio di milioni di anime - e le sue capitali erano le megalopoli dell'epoca.

Nel Paradiso Perduto di Milton, le grandi città moghul dell'era di Jahangir vengono mostrate ad Adamo come le meraviglie concepite dal Disegno Divino per il futuro dell'umanità. Non si esagerava: con i suoi 700mila abitanti, a quell'epoca Agra faceva apparire poco più che villaggi tutte le principali capitali europee, mentre la sola Lahore era più grande di Londra, Parigi, Lisbona, Madrid e Roma messe assieme. L'Hindustan a quel tempo produceva circa un quarto delle manifatture del mondo, mentre la Gran Bretagna contava solo per un misero 2 % del PIL globale e la Compagnia era ancora talmente piccola da poter essere diretta dalla magione del suo capo, Sir Thomas Smythe, e da 6 impiegati. Tuttavia, gestiva già 30 vascelli e possedeva un attracco sul Tamigi, a Deptford.
Il padre di Jahangir, Akbar, aveva flirtato per un po' con l'idea di civilizzare gli immigrati europei che giungevano in India, che descriveva come "una banda di selvaggi", ma aveva finito poi per abbandonare il progetto giudicandolo irrealizzabile. Jahangir, che aveva una passione per l'esotico e per la fauna rara, accolse Sir Thomas Roe con lo stesso entusiasmo che aveva riservato per il primo tacchino importato in India, interrogando a lungo l'ambasciatore a proposito della lontana e nebbiosa isola da cui proveniva, affinchè gli narrasse cose strane e meravigliose di quelle lande.

Secondo il comitato che aveva commissionato la serie di dipinti per la House of Commons, era dunque quello l'episodio che aveva segnato l'inizio del coinvolgimento britannico in India: due grandi Stati-Nazione che entravano in contatto diretto per la prima volta. Ma, in verità, le relazioni britanniche con l'India erano iniziate indirettamente ancora prima, e non per via diplomatica, ma proprio commerciale: il 24 Settembre del 1599, 80 mercanti e avventurieri si erano infatti riuniti alla Founders Hall di Londra, dove avevano concordato di presentare alla regina Elisabetta I una petizione per poter dare il via a una società commerciale. Un anno dopo, il Governatore e la Compagnia di Mercanti in commercio con le Indie Orientali, 218 uomini in tutto, avevano ricevuto il documento reale col quale si accordava loro il monopolio per 15 anni sui "Commerci con l'Oriente". Quel documento autorizzava la formazione di un tipo di impresa commerciale allora del tutto nuovo: non a conduzione familiare, come era al tempo la norma in quasi tutto il mondo, ma una compagnia per azioni, che poteva emettere titoli commerciabili sul libero mercato sottoscrivibili da un numero potenzialmente infinito di investitori, secondo un meccanismo che poteva quindi proporzionare capitali ben più importanti. La prima compagnia autorizzata di questo genere era stata la Muscovy Company, che aveva ottenuto licenza nel 1555, e 44 anni dopo la EIC ne aveva seguito le orme. Nel documento, non si faceva cenno della facoltà di acquisire possedimenti territoriali oltreoceano, ma di fatto si autorizzava la Compagnia a imbracciare le armi, se necessario. Sei anni prima dell'ambasciata di Roe, il 28 Agosto del 1608, era quindi sbarcato a Surat, odierno Gujarat, William Hawkins, primo capitano di un vascello della Compagnia a mettere piede sul suolo indiano. Lupo di mare avvinazzato, Hawkins si era poi diretto ad Agra, dove aveva accettato la moglie offertagli in dono dall'imperatore per poi semplicemente rientrarsene in patria con la stessa. Una versione della Storia sulla quale, evidentemente, il comitato che aveva commissionato i quadri per la House of Commons aveva preferito sorvolare.

La rapida ascesa della EIC venne in seguito resa possibile dall'ugualmente rapido e catastrofico declino dei Moghul nel corso del XVIII sec. Fino al 1739, quando Clive aveva solo 14 anni, i Mughul governavano ancora un vasto impero che si estendeva da Kabul a Madras. Ma quell'anno il condottiero persiano Nadir Shah attraversò il Khyber Pass con una cavalleria di 150mila unità e sconfisse il milione e mezzo di uomini dell'armata moghul. Tre mesi dopo tornò in Persia, portando con sè il meglio dei tesori che i Moghul avevano accumulato durante due secoli di conquiste: una carovana di preziosi che comprendeva il magnifico Trono del Pavone di Shah Jahan, il più grande diamante al mondo, il Koh-i-Noor, così come suo fratello minore, il Darya Nur, e "700 elefanti, 4.000 cammelli e 12.000 cavalli, che trainavano tutti carri repleti d'oro, argento e pietre preziose", per un valore stimato nella valuta dell'epoca in oltre 87 milioni di Sterline. Un bottino svariate volte più ricco di quanto doveva ottenere in seguito Clive dalla sola e periferica provincia del Bengala.

La distruzione del potere moghul operata da Nadir Shah e la sottrazione dei fondi che lo finanziavano portarono rapidamente alla disintegrazione dell'impero. Quello stesso anno, La Compagnia Francese Des Indes cominciò a coniare monete in proprio e presto, senza che nessuno li fermasse, tanto i Francesi quanto gli Inglesi iniziarono anche ad arruolare e addestrare soldati locali e a militarizzare le proprie operazioni commerciali. In breve tempo, la EIC cominciò a dominare il mondo e, senza sforzo, finì per ribaltare la bilancia commerciale globale, che fino ad allora, dai tempi di Roma in poi, era stata caratterizzata dal flusso continuo di oro occidentale in viaggio verso l'Oriente. Trasportò oppio in Cina e quando necessario le mosse guerra per conquistare la base offshore di Hong Kong e così preservare il proprio monopolio sul narcotico, mentre spediva té cinese in Massachusetts, dove il suo arrivo e distruzione a Boston innescò la guerra d'indipendenza americana. Nel 1803, quando conquistò la capitale moghul di Delhi, aveva ormai addestrato un esercito privato di circa 260.000 uomini, due volte quelli dell'esercito britannico stesso, e schierava una potenza d'artiglieria superiore a quella di qualsiasi altra nazione asiatica. Era diventata ormai "Un impero dentro all'Impero", come ammise uno dei suoi dirigenti, che nel frattempo aveva anche creato una vasta e sofisticata rete amministrativa e burocratica, costruito la maggior parte della zona portuale londinese e controllava circa la metà dei commerci britannici. Non stupisce che a quel punto la EIC si autodefinisse "La più grande società di mercanti dell'universo".

E tuttavia, come molte multinazionali più recenti, presto la EIC si rivelò allo stesso tempo enormemente potente e incredibilmente vulnerabile alle incertezze economiche: solo 7 anni dopo la cessione del Diwani, quando il valore delle azioni della Compagnia si era duplicato dall'oggi al domani grazie all'acquisizione dei tesori del Bengala, la bolla esplose, proprio a causa del crollo delle entrate fiscali provocato nella regione dalle sue depredazioni e poi dalla carestia. La EIC si trovò improvvisamente indebitata per oltre 1,5 milione di Sterline e con un conto di tasse a sua volta non pagate alla Corona di circa un altro milione. Quando la notizia divenne pubblica, 30 banche crollarono una dopo l'altra da un capo all'altro dell'Europa e l'economia si fermò.

Secondo un copione che suona oggi terribilmente familiare, le attività iper-aggressive della Compagnia la portarono sul lastrico, fino a costringerla a chiedere un prestito al governo britannico. Il 15 Luglio del 1772, i manager della EIC chiesero alla Bank of England un prestito di 400.000 Sterline, e il giorno dopo tornarono per chiederne altre 300.000, ma la banca ne raggranellò solo 200.000. Venne Agosto, quando si cominciò a sussurrare che la EIC avrebbe potuto chiedere al governo un ulteriore prestito, questa volta per l'esorbitante cifra di 1 milione di Sterline. Il rapporto ufficiale, stilato l'anno seguente da Edmund Burke, prevedeva che i problemi economici della EIC avrebbero potuto potenzialmente "Trascinare verso insondabili abissi il governo, come una macina da mulino [...] Questa dannata compagnia, cresciuta come serpe in seno, potrebbe come minimo distruggere il Paese che l'ha nutrita". Ma, a differenza della Lehman Brothers, la EIC era davvero troppo grande per cadere. Fu così che, nel 1773, la prima e la più rampante multinazionale al mondo venne salvata dal primo mega-prestito statale della storia: il primo esempio di aiuti di Stato concessi a un'impresa privata a cambio del diritto di sindacare pesantemente nelle attività della stessa.

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Forte-AllahabadAd Allahabad ho poi affittato una barchetta, sotto le mura della fortezza, e chiesto al barcaiolo di risalire il fiume: un bel momento, un'ora prima del tramonto, in quell'istante che gli Indiani settentrionali chiamano godhulibela - l'ora della polvere sollevata dal bestiame - mentre il sole luccicava sullo Yamuna come le gemme conservate al Powis Castle. Gli aironi zampettavano lungo gli argini oltrepassando i pellegrini intenti nelle loro abluzioni nei pressi della sacra confluenza, dove il Gange si unisce allo Yamuna. Bande di ragazzini pescavano a canna tra sadhu e pellegrini, occupati nella meno mistica attività della cattura del pesce-gatto. I parrocchetti volavano dai bastioni e i merli lanciavano i loro richiami serali. Per 40 minuti abbiamo navigato lentamente, mentre l'acqua dolcemente sciabordava contro i fianchi della barca, lungo il miglio e più di poderosi torrioni e bastioni del forte, ognuno dei quali ornato dagli splendidi chioschi, finiture e intagli tipici dello stile moghul. Sembrava impossibile che una sola società commerciale londinese, per quanto aggressiva e spietata, potesse aver conquistato un impero così magnificamente solido, così sicuro della propria forza, genialità e naturale senso estetico.
Gli storici suggeriscono diverse spiegazioni per l'accaduto: la disgregazione dell'India moghul in piccoli potentati in competizione fra loro, la supremazia bellica che la rivoluzione industriale aveva proporzionato alle potenze europee ecc. ecc., ma forse il nodo cruciale fu effettivamente il supporto goduto dalla EIC da parte del parlamento inglese. La relazione fra le due entità crebbe stabilmente durante il XVIII secolo e i Nababbi di ritorno, come Clive, usarono le ricchezze acquisite in India per comprare tanto i deputati quanto i seggi al parlamento, come nel famoso caso dei Rotten Boroughs. A cambio, il parlamento sostenne la Compagnia col potere dello Stato, come nel caso delle navi e delle armate resesi necessarie quando la Compagnia inglese e quella francese puntarono i propri cannoni una contro l'altra in terra indiana.

Mentre scivolavo in barca oltre le mura, pensavo al legame esistente tra le imprese e i politici dell'India di oggi, che ha prodotto ricchezze private comparabili a quelle accumulate allora da Clive e i suoi colleghi. Il Paese attualmente vanta il 6.9 % del migliaio circa di miliardari noti al mondo, nonostante il fatto che il PIL indiano rappresenti solo il 2.1 % di quello globale; la somma delle loro ricchezze è pari a circa il 10 % del PIL dell'India, mentre le analoghe statistiche riguardanti i miliardari cinesi portano a meno del 3 %. Ma soprattutto è importante notare che molte di quelle fortune sono il frutto della manipolazione del potere statale, accumulate grazie a influenze politiche che hanno proporzionato loro concessioni minerarie, flessibilità delle regole e protezione dalla concorrenza straniera.
Le multinazionali godono ancora di una pessima reputazione, in India, e con ragione: le molte migliaia di morti e malati cronici causati dal disastro chimico di Bhopal del 1984 non possono essere dimenticate facilmente. Il proprietario dell'impianto, la multinazionale americana Union Carbide, é riuscita a sfuggire fino ad ora al pagamento di qualsiasi ragionevole risarcimento alla popolazione colpita. Le maggiori società indiane, quali Reliance, Tata, DLF e Adani, si sono dimostrate molto più abili dei loro concorrenti stranieri nel riuscire ad influenzare le politiche statali e l'informazione. Oggi il maggior gruppo indiano nel campo dei Media fa capo alla Reliance e il suo proprietario, Mukesh Ambani, gode di una vicinanza col potere politico senza precedenti. 

Gli ultimi cinque anni di governo a guida Congress furono segnati da un'infinita serie di scandali di corruzione, che spaziarono dalle concessioni minerarie a quelle delle reti per la telefonia mobile cedute a prezzi irrisori. L'indignazione pubblica che questo provocò fu la causa principale della catastrofica disfatta del partito alle ultime elezioni, lo scorso Maggio, ma è piuttosto improbabile che anche i capitalisti senza freni del Paese ne debbano soffrire le conseguenze. Con una spesa stimata in circa 4.9 miliardi di $ - probabilmente la campagna elettorale più costosa della storia democratica, dopo quella delle presidenziali americane del 2012 - una marea di donazioni da parte delle imprese hanno portato al potere Narendra Modi. E' difficile ottenere numeri certi, ma si stima che il suo solo partito, il BJP, abbia speso direttamente almeno un miliardo di Dollari in propaganda elettorale sui Media. Delle donazioni ricevute, circa il 90 % proveniva da anonimi imprenditori, chissà a cambio di quali promesse. L'assoluto potere ottenuto dal governo Modi fa sì che quegli stessi imprenditori adesso potrebbero anche non essere in grado di ricavare tutto quello che avevano sperato, ma certamente verranno almeno premiati per i denari offerti allo scopo.

Lo scorso Settembre, il governatore della Banca Centrale d'India, Raghuram Rajan, tenne un discorso a Mumbai, nel quale espresse le sue preoccupazioni rispetto all'erosione dell'integrità del parlamento causata dal denaro delle imprese: "Anche se la nostra democrazia e la nostra economia sono diventate più vivaci - disse - una delle questioni principali dibattute durante le ultime elezioni è stata se per caso avessimo sostituito il socialismo clientelare del passato col capitalismo clientelare del presente, col quale si permette al ricco e al potente di ottenere terreni, risorse naturali e concessioni pubbliche a cambio di tangenti a politici venali. Uccidendo la trasparenza e la concorrenza, il capitalismo clientelare diventa dannoso per la libera impresa e la crescita economica: sostituire l'interesse privato a quello pubblico, è dannoso per la democrazia stessa."

La cosa interessante é che le preoccupazioni di Rajan sono le stesse emerse in Gran Bretagna più di 200 anni prima, quando la EIC era ormai diventata sinonimo di ricchezza ostentata e corruzione politica: "Cos'è oggi l'Inghilterra? - scrisse furioso Horace Walpole, militante dei Whigs - Una fogna di fortune indiane". Nel 1767, per ottenere l'estensione del diritto di governare il Bengala, la Compagnia si comprò l'opposizione parlamentare con 400.000 Sterline donate alla Corona. Alla fine la rabbia esplose il 13 Febbraio 1788, con la richiesta di impeachment per corruzione e saccheggio per il successore di Clive al governo del Bengala, Warren Hastings. Fu quella la volta che i Britannici giunsero più vicini a processare la EIC e lo fecero quando al timone si trovava uno dei loro migliori oratori: Edmund Burke. Burke, che guidò la pubblica accusa, attaccò il modo in cui i Nababbi di ritorno della Compagnia - o Nobs, come venivano chiamati distorcendo il termine urdu Nawab - acquisivano potere parlamentare non solo corrompendone i membri, affinchè votassero a favore dei loro interessi, ma anche impiegando il loro bottino indiano per entrare personalmente in Parlamento: "Oggi i Commons della Gran Bretagna processano i delinquenti dell'India - tuonò Burke, riferendosi a coloro che si erano illecitamente arricchiti nel subcontinente - Ma questi stessi delinquenti domani potrebbero diventare i Commons della Gran Bretagna".

Burke aveva già correttamente individuato allora ciò che anche oggi é una delle principali preoccupazioni delle moderne democrazie liberali: la capacità dell'economia senza scrupoli di corrompere i governi. Così come oggi le grandi imprese assumono politici in pensione per sfruttare i loro contatti e approfittare delle influenze da questi acquisite durante la loro carriera, così faceva anche allora la EIC: fu il caso, per esempio, di Lord Cornwallis, l'uomo che aveva gestito la perdita delle colonie britanniche d'America a favore di Washington, il quale venne reclutato dalla EIC per governare i suoi territori nel subcontinente indiano. Come scrisse un osservatore, "Tra tutte le condizioni umane possibili, quella di Governatore Generale dell'India britannica è forse la più straordinaria e anomala allo stesso tempo: un privato gentiluomo inglese, funzionario di una società per azioni, diventa il sovrano designato del più grande impero al mondo durante il suo breve mandato, in nome del quale governa su di un centinaio di milioni di uomini, mentre re e principi feudatari si inchinano al suo cospetto in segno di deferente e ammirata sottomissione. Nella storia del mondo non è mai esistito un altro impiego simile... "

Hastings evitò l'impeachment e il parlamento britannico riuscì a destituire la EIC solo a seguito della sollevazione del 1857, circa 90 anni dopo l'ottenimento del Diwani del Bengala e 60 dal processo intentato contro Hastings. Il 10 Maggio 1857, lo stesso esercito della EIC si ribellò infatti contro i suoi datori di lavoro, che riuscirono a soffocare la rivolta solo dopo 9 mesi di incertezze e dopo essersi distinti un'ultima volta in quello che probabilmente fu il più sanguinoso episodio di tutta la storia coloniale britannica: la carneficina per impiccagione o arma da fuoco di tutti i sospetti ribelli raccolti in un mercato che costeggiava il Gange. Quando è troppo, è troppo: lo stesso parlamento che aveva fatto così tanto per consentire alla EIC di raggiungere un potere inaudito, finì per annientare la sua stessa creatura e lo Stato britannico, preoccupato dai pericoli rappresentati dall'avidità e dall'incompetenza dell'impresa privata, riuscì a domare con successo la più vorace società commerciale della storia. Fu di nuovo tra le mura del forte di Allahabad che, nel 1859, l'allora Governatore Generale, Lord Canning, annunciò ufficialmente la nazionalizzazione di tutti i possedimenti della Compagnia, che passavano dunque sotto il controllo della Corona britannica. Da quel momento in poi, sarebbe stata la regina Vittoria a governare l'India, piuttosto che i funzionari della EIC.

La Compagnia delle Indie Orientali arrancò ancora per altri 15 anni nella sua nuova condizione amputata, chiudendo poi i battenti definitivamente nel 1874. Il suo Logo è oggi proprietà di un uomo d'affari d'origine gujarati, Sanjiv Mehta, che lo diffonde dalla zona West End di Londra commerciando in alimentari e merchandising di lusso. Nel frattempo, con un bell'esempio di simmetria storica e karmica, l'attuale inquilino del Powis Castle si è sposato con una signora bengalese e le foto del loro indianissimo matrimonio campeggiano nella sala da té del maniero: i discendenti ed eredi di Clive saranno dunque in futuro per metà Indiani.

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East India CompanyOggi viviamo nuovamente in un mondo che suonerebbe familiare a Sir Thomas Roe, nel quale cioè le ricchezze dell'Occidente sono tornate a fluire verso Oriente, come sempre avevano fatto sin dall'epoca Romana e fino all'avvento della EIC. Quando un primo ministro inglese o un presidente francese visitano oggi l'India, non lo fanno più per dettare condizioni, come ai tempi di Clive, ma per negoziare tutto il negoziabile e per, come Roe, elemosinare affari e investimenti, accompagnati da amministratori delegati e massimi dirigenti dei loro principali gruppi imprenditoriali. Questi - una rivoluzionaria invenzione europea contemporanea del primo colonialismo, alla cui espansione quei gruppi contribuirono abbondantemente - hanno continuato a prosperare ben oltre il crollo dell'imperialismo europeo. Quando gli storici discutono dell'eredità del colonialismo britannico in India, in genere menzionano la democrazia, il primato della legge, le ferrovie, il té e il cricket; eppure è forse proprio l'idea della compagnia per azioni ad essere stato uno dei più importanti lasciti inglesi in India e forse quello che ha maggiormente trasformato, nel bene e nel male, l'intera Asia meridionale, certamente più del Comunismo, della Chiesa Protestante e forse anche della Democrazia stessa.

Compagnie e imprese ora occupano più tempo ed energia nella vita degli Indiani di qualunque altra istituzione, salvo la famiglia, e la cosa non dovrebbe sorprendere più di un tanto: come ha recentemente commentato Ira Jackson, ex direttore dell'Harvard’s Centre for Business and Government, i gruppi imprenditoriali e i loro dirigenti hanno oggi "Spodestato la politica e i politici dal ruolo di nuovi Gran Sacerdoti e oligarchi del nostro sistema". Senza darlo troppo a vedere, le Compagnie governano ancora oggi la vita di una significativa parte del genere umano. La questione, ormai vecchia di 300 anni, a proposito di come gestire i rischi derivati dal potere delle grandi imprese multinazionali, resta infatti ancora oggi inevasa: non è ben chiaro come uno Stato possa proteggere adeguatamente se stesso e i suoi cittadini dai loro eccessi. Come la bolla internazionale dei subprime e il crollo delle banche del 2007-2009 hanno recentemente dimostrato, così come possono forgiare i destini delle nazioni, le imprese private possono anche trascinare con sè nel baratro le loro economie. In totale, le banche europee e statunitensi persero più di un trilione di Dollari, a causa di titoli tossici tra il Gennaio 2007 e il Settembre 2009. Quello che Burke temeva sarebbe potuto capitare all'Inghilterra nel 1772 per colpa della EIC, di fatto accadde all'Islanda tra il 2008 e il 2011, quando il crollo di tutte e tre le sue principali banche commerciali a capitale privato portò il Paese sull'orlo della bancarotta. Un gruppo imprenditoriale potente può dunque ancora travolgere o rovesciare uno Stato, tanto efficacemente quanto fece nel 1765 la EIC in Bengala.

L'influenza delle imprese, con il loro mix letale di potere, denaro e impunità, diventa poi particolarmente forte e pericolosa nei Paesi fragili, dove la loro azione non viene sufficientemente o efficacemente regolamentata e dove il potere d'acquisto di un grande gruppo può facilmente superare o travolgere un governo scarsamente finanziato. Sembrerebbe essere stato questo il caso del governo del Congress, al potere in India fino all'anno scorso. Come abbiamo visto a Londra, l'industria dei Media può ancora farsi piegare dall'influenza di gruppi come la HSBC, mentre le fanfaronate di Sir Malcolm Rifkind (e Jack Straw, NdR), a proposito di poter fornire accesso alle ambasciate britanniche a beneficio degli imprenditori cinesi, mostrano come il legame tra business e politica continui ad essere forte come sempre.

La Compagnia delle Indie Orientali non esiste più e fortunatamente oggi non ne esiste alcuna replica esatta: Walmart, che in termini di fatturato è attualmente la più grande azienda al mondo, non conta tra i suoi asset una flotta di sottomarini nucleari, nè Facebook o Shell comandano alcun reggimento di Fanteria. Tuttavia, la EIC - la prima grande multinazionale e anche la prima ad operare senza freni - ha fornito un modello alle tante società per azioni di oggi. Le più potenti fra loro non hanno certo bisogno di eserciti privati, giacché per la protezione dei loro interessi o il loro salvataggio economico possono contare direttamente sui governi. Ma la vicenda della Compagnia delle Indie rimane il più terrificante monito offerto dalla storia a proposito delle potenzialità d'abuso delle multinazionali e degli insidiosi metodi attraverso i quali gli interessi dei loro azionisti riescano a coincidere con quelli degli Stati: 315 anni dopo la sua fondazione, la storia della EIC non è mai stata più attuale.

 
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