Ascesa e declino dell'Impero Sikh PDF Stampa E-mail
L'Arte, la storia e la cultura - Cenni di Storia

Dall'ecumenismo di Akbar alle persecuzioni di Aurangzeb, da Ranjit Sikh alla Partition: l'ascesa e il declino dell'Impero Sikh.

Maharaja Ranjit SinghNel XVI secolo, durante il regno dell grande imperatore moghul Akbar, dal punto di vista religioso l'India visse una parentesi dorata, grazie alla strada del sincretismo intrapresa dal sovrano; ai Sikh, stanziati nella regione del Punjab, l'imperatore concesse delle terre sulle quali sarebbe poi sorto il Tempio d'Oro di Amritsar. Ma la religione fondata da Guru Nanak, che aveva fuso i princìpi spiritualistici del monoteismo islamico con le credenze indù sul karman e la reincarnazione, oltre alla devozione mistica del movimento Bhakti, cominciò ad essere perseguitata dopo la morte di Akbar e in particolare dall'imperatore Aurangzeb, che impose loro conversioni forzate e tasse vessatorie, giungendo fino all'esecuzione pubblica del Nono Guru, Guru Tegh Bahadur, seguita da quella dei 4 figli del successore, Guru Gobind Singh, il quale quindi reagì militarizzando i seguaci con la fondazione della confraternita armata sikh, il Khalsa Panth.

Da società laica e pacifica, la comunità sikh si trasformò dunque parzialmente in setta guerriera, diventando nel corso del XVII una temibile potenza che potè far sentire la sua voce e il suo peso su successioni e dominazioni locali. Il successore di Aurangzeb, Bahadur Shah, di credo sufi, potè infatti contare sul decisivo appoggio delle milizie sikh all'ora di combattere e sconfiggere il fratello minore Azam Shah, che aveva cercato di usurpare il suo trono. Poi, lentamente, l'impero moghul si sgretolò frazionandosi in principati autonomi e possedimenti stranieri. Alla fine del XVIII secolo, il Punjab si trovò ad essere quindi governato da una confederazione di Sarbat Khalsa, principati e piccoli regni sikh associati, che vennero poi unificati nel 1801 nell'Impero del Punjab dal condottiero Ranjit Singh Deol, il quale riuscì a respingere gli Afghani, che da tempo incombevano sulla zona, e a sottomettere al suo dominio l'area fino a Lahore, Peshawar e agli attuali Afghanistan, Jammu-Kashmir e Himachal Pradesh

Incoronato maharaja nel 1801 e soprannominato Sher-e-Punjab, il Leone del Punjab, pur essendo un fervente sikh, patrocinatore dell'arricchimento estetico e architettonico dell'Harmandir Sahib di Amritsar, che acquisì allora l'appellativo di Tempio d'Oro, nonché costruttore di altri celebri santuari, Ranjit Singh non era però seguace del khalsa Panth; trasformò tuttavia le armate già presenti sui territori che andava conquistando in un poderoso esercito, confermando o assoldando allo scopo generali e comandanti anche stranieri - tra i quali il napoletano Paolo Avitabile - mentre il suo regno veniva dichiarato laico e nessuna discriminazione veniva esercitata nei confronti dei residenti o dei suoi soldati che, di fatto, erano in maggioranza musulmani e indù. Ma dopo la sua morte, avvenuta nel 1839, come già accaduto rispetto alla Confederazione Maratha, anche la successione nell'impero Sikh fu molto sofferta. Si intromise allora nelle dispute tra gli aspiranti al trono ancora una volta la britannica Compagnia delle Indie Orientaliche da tempo premeva ai confini dell'impero e che aveva nel frattempo incassato nella regione l'appoggio del piccolo regno indipendente di Patiala, ottenendo così nel 1846, dopo la Prima Guerra Anglo-Sikh, il controllo di tutte le terre comprese tra i fiumi Beas e Sutlej, oltre al Kashmir. In seguito alla Seconda Guerra Anglo-Sikh, nel 1849, l'intero territorio dell'Impero del Punjab fu poi sottomesso alla compagnia inglese, che completò così l'occupazione coloniale del Paese appropriandosi in seguito anche di numerosi e leggendari tesori sikh, primo fra tutti il celeberrimo diamante Koh i Noor.

Nel Novecento, nonostante il notevolissimo apporto umano e militare offerto durante la Prima e la Seconda Guerra Mondiale al servizio della Corona britannica, il contributo dato dal popolo sikh anche alla lotta indiana per l'Indipendenza fu fondamentale: fu proprio a Lahore, attuale Pakistan, che il Pandit Nehru sventolò per la prima volta la bandiera dell'India indipendente. Ma allo scoccare dell'indipendenza, il 15 Agosto del 1947, proprio la grande area geografica del Punjab, così come a Est quella del Bengala, venne divisa a tavolino tra Pakistan e India dai nuovi confini; i disordini e gli eccidi erano cominciati già all'inizio di quell'anno e proseguirono fino ad autunno inoltrato, mentre ad ogni azione perpetrata contro i Sikh residenti nel futuro Pakistan musulmano seguiva una vendetta contro i Musulmani del Punjab indiano, sfociando in un'indicibile e mai del tutto riportata serie di massacri, che culminarono con l'esodo incrociato di svariate decine di milioni di profughi verso la nuova patria obbligata. Il calcolo approssimativo dei caduti superò il milione di morti, ma il prezzo pagato dal Punjab fu certamente tra i più salati del subcontinente indiano.

Il rancore punjabi per gli esiti della violentissima partizione imposta, che separò famiglie e sradicò la popolazione di un'enorme area, tardò molto a sopirsi. Nel 1984, grazie a una situazione di particolare instabilità politica, si scatenò così in Punjab un movimento indipendentista per l'autonomia politica della regione: la confederazione era molto ricca e unita, forte soprattutto nel Punjab orientale e nell'amministrazione statale a tutti i livelli; sulla scena politica aveva già fatto il suo ingresso Jarnail Singh Bhindranwale, un fanatico religioso con malcelate ambizioni politiche, che puntava alla costituzione del Khalistan, Stato indipendente confessionale sikh. Nel 1978 questi aveva fondato un apposito partito e aveva inaugurato in contemporanea la sua carriera di terrorista, organizzando le prime azioni violente contro una setta sikh eterodossa, i Nirankari, azioni che poi diventeranno veri e propri attacchi indiscriminati, fino a che nel 1983 Indira Gandhi pose la regione sotto diretto Governo del Presidente, attribuendo alle forze di polizia poteri straordinari. Il 2 Giugno del 1984, dopo alcune giornate di moti di piazza, il Tempio d'Oro di Amritsar, divenuto centro della resistenza dei guerriglieri guidati da Bhindranwale, fu violentemente attaccato dai militari indiani e poi occupato nel corso di una controversa e sanguinosa operazione, nota come Operazione Blue Star. 

Il brutale intervento militare provocò la morte di molte persone del tutto innocenti e la grave profanazione del Tempio d'Oro, massimo centro religioso sikh. Pochi mesi dopo, in rappresaglia, Indira Gandhi verrà assassinata per mano delle sue stesse guardie del corpo, anch'esse sikh, e indicibili violenze si scateneranno contro gli appartenenti alla comunità in tutto il Paese. A Nuova Delhi, in particolare, bande di indù inferociti si abbandonarono a gravissimi crimini, provocando la distruzione dei beni e delle vite di migliaia di cittadini sikh inermi. Le violenze, represse tardivamente con l'intrevento delle forze armate, non cessarono sotto la guida del nuovo leader, Rajiv Gandhi, che cercò di attuare un programma di maggiore tolleranza, seppur nella ferrea repressione del separatismo e del terrorismo sikh. Gli attentati che in seguito insanguinarono periodicamente l'India vennero considerati e rivendicati dai guerriglieri sikh come vendetta della grande strage del Tempio. Poi i riflettori si spensero sulle loro attività ormai sopite, per riaccendersi su quelle relative al terrorismo di altra matrice, interna ed internazionale. 

 
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