La casa dei manghi blu PDF Stampa E-mail

Storia pubblica e privata di una famiglia indiana d’inizio secolo.

 

Non uno scrittore da poco, David Davidar, almeno dal punto vista strettamente editoriale, essendo il direttore esecutivo della Penguin Book indiana (curioso destino per uno che nasce botanico!). Due anni fa il Nostro decide di fare il salto della barricata ed ecco allora la saga possente e minuziosa de La casa dei manghi blu. Troppo facile? Neanche un po’.

Il corposo volume non concede al lettore alcuna scorciatoia e traccia con la dovizia di particolari tipica dei neofiti (e certo gusto ipererudito così comune negli anglo-indiani di ultima generazione, da Zadie Smith a Hari Kunzru) la lunga saga della famiglia Dorai, ricca e rilevante genìa di latifondisti, appartenenti all’alta casta degli Avadar ma convertiti al cristianesimo. Il patriarca Solomon deve lottare duramente per mantenere l’ordine pubblico nella sua città, Chevathar, dopo che lo stupro di una ragazza genera una violenta rivolta anti-casta. Pagherà un prezzo molto caro: l’amore di suo figlio Aaron, facinoroso e disadattato, alla testa della sommossa in nome di violenza e fama. Il secondogenito Daniel, invece, si dimostra molto più prudente e mite e pronto a prendersi cura della famiglia dopo aver raggiunto l’ambito ruolo di “vaidyan”, di medico, e fatto fortuna vendendo creme per schiarire la pelle. Il di lui figlio, Kannan, cede al potente richiamo dell’occupante inglese, si fa assumere in una compagnia del tè e lascia il paese natale alla ricerca spasmodica di “bianchitudine”.


Vanno e vengono i membri del clan Dorai, conoscono alterne fortune e sperimentano coraggiose lotte pubbliche (il massacro di Jallianwala Bagh, la marcia del sale di Gandhi) e private (il matrimonio d’amore tra Kannan e l’anglo-indiana Helen, pessimamente terminato quando le finanze di famiglia tracollano). Persi nel mondo, alla fine, i Dorai si lasciano sedurre dal richiamo sottile della nostalgia e dell’identità e intraprendono la via di “casa”.
Non stupisce che i più abbiano paragonato David Davidar al connazionale Vikram Seth: stesso gusto per la descrizione minuziosa, per l’affresco storico, la prolissità barocca, la sottigliezza di toni… I laboriosi commenti storici tradiscono una certa ansia di dimostrare la propria padronanza del mezzo letterario malgrado lo status di esordiente, e finiscono per appesantire una prosa altrimenti elegante (anche se la battaglia iniziale tra caste rivali ha una sorta di sorprendente grandezza mitologica). Meglio invece il gusto delicato nel riprendere l’intimità della vita familiare, la descrizione vivida e accattivante di fiori, frutti, sapori, odori, che crea una straniante e - supponiamo - involontaria disparità di accenti. Il vero talento di Davidar sta appunto qui: nel saper ricreare i suoni e le atmosfere della vita collettiva del villaggio (siamo in area tamil) attraverso, anzi malgrado la lingua inglese.


Il rapporto con l’essenza british d’altronde è un altro dei punti nodali - e poco risolti - della trama. Lo notava anche il serissimo quotidiano inglese Guardian ricordando come, al contrario di Hari Kunzru che gioca disinvoltamente con gli stereotipi di migrazione e appartenenza, Davidar rimanga ad essi ossequiosamente legato, non riuscendo ad andare oltre la dicotomia tra il richiamo del suolo natio (la sua è “gente che riesce a conoscere se stessa solo inginocchiandosi e prendendo in mano una manciata di terra”, giusto per dirla con Kunzru) e l’ambigua tentazione di rincorrere un superiore ideale coloniale a rischio della propria dignità culturale. Lui stesso in fondo risulta più poetico e disteso quando si arrende alle bellezze della natura indigena. Quei manghi blu, soprattutto, le cui infinite varietà il capostipite Solomon lascia ai posteri come orgogliosa eredità. E come perfetta metafora della casa, della famiglia e dell’eterno ritorno.

 

di Claudia Bonadonna,  dal sito Railibro

 

 Valutazione Guida India:

valutazione4

 

David Davidar

La casa dei manghi blu

Ed. Bompiani, 2002

Pgg. 552

Euro: 19,00

 
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