La tentazione dell'occidente PDF Stampa E-mail

Dalle lotte religiose a Bollywood: un libro di Pankaj Mishra sul Paese che aspira alla modernità senza rinunciare all’anima. È il difficile equilibrio che cercano anche i vicini: Pakistan, Afghanistan e Tibet.

 

L’India sta diventando una moda, quasi un luogo comune, dalle ristampe di Kipling al «passaggio» (attingo al titolo del classico romanzo di Forster) di Prodi. Ma l’enigma di fondo, le contraddizioni, rimangono. Pochi giorni prima della visita del presidente del Consiglio, in una zona della campagna spesso desolata che io ben conosco, la polizia ha sparato su un gruppo di contadini che si opponevano all’esproprio dei loro terreni per la costruzione di uno stabilimento automobilistico: materia scottante per le crociate di Arundhati Roy. Allarghiamo la prospettiva, e parliamo di Pakistan, di Afghanistan, di Tibet. Lo fa da maestro uno dei maggiori scrittori di lingua inglese, Pankaj Mishra, sottilmente intrecciando acute riflessioni in chiave storica ed esperienza di osservatore sul campo. Il titolo del suo libro offre una precisa indicazione di percorso, La tentazione dell’Occidente (Guanda, pagg. 409, euro 18, traduzione di Federica Oddera). Il sottotitolo, India, Pakistan e dintorni: come essere moderni, chiarisce che cosa si debba intendere per «tentazione», vale a dire una ricerca insieme di identità e di modernità. Mi spiegava una volta un autorevole intellettuale indiano che conviene diffidare della distinzione tra passato e presente cara alla cultura occidentale quando si parla di India, dove il tempo storico quale sequenza è un principio ingannevole. Kipling lo sapeva bene.

È stato l’impero britannico a inoculare la «modernità» in India? Mishra ci invita a riflettere sulla figura del vero padre dell’indipendenza, Jawaharlal Nehru. Discendente di un’importante famiglia di bramini, figlio di un ricco e potente avvocato, con «le stesse affezioni esibite dai proprietari terrieri analfabeti di cui difendeva gli interessi in tribunale», Nehru padre mandò il figlio a studiare in Inghilterra, e ciò spiega perché, nella sua autobiografia, Nehru abbia dichiarato di sentirsi posseduto da una doppia personalità, una condizione denunciata «ferocemente», ad esempio, da Tagore a proposito di molta classe dirigente indiana. Ecco una faccia della modernità, della tentazione dell’Occidente. Ma, prima di Nehru, il Mahatma Gandhi aveva commesso forse l’unico, fatale errore della sua vita. Per affrettare l’indipendenza, aveva ceduto alle sollecitazioni del capo islamico indipendentista Jinnah, accettando la cosiddetta «Partition», con la nascita del Pakistan e i conflitti sanguinosi che ne seguirono. Ecco una prima, sostanziale spaccatura della «modernità», culminata nella vittoriosa guerra contro il Pakistan e la nascita del Bangladesh.

La democrazia si è rafforzata gradualmente in India, tra persistenti contraddizioni. Mishra traccia in due penetranti capitoli un paio di esemplari di modernità, o se volete di contaminazione. Uno riguarda Ayodya, la città di Rama, «la divinità più austera e virtuosa del pantheon induista» e ne sottolinea la singolare «modernità». L’altro racconta del fenomeno dirompente di Bollywood, capitale dell’industria cinematografica indiana, simbiosi di tradizionalismo indiano e di influenza occidentale. Accanto ci racconta della «guerra infinita» per il Kashmir e lui, indiano induista, si avventura a scoprire il Pakistan, per il quale «l’India ha sempre rappresentato il nemico per eccellenza». La tentazione occidentale non trova qui diritto di cittadinanza. «Sono tutti così fanatici qui!», gli dice l’amico pakistano Jamal, il quale, però, finirà per legarsi ai «combattenti senza volto», ad onta delle sue inclinazioni liberali.

Mishra ci spiega che l’Afghanistan stava cercando di aprirsi lentamente una strada per entrare nel mondo moderno. «Nel 1946 viene fondata l’Università a Kabul; nel ‘64 viene introdotta la costituzione democratica; dal ‘65 le donne possono assumere cariche pubbliche». Il ‘68 degli studenti a Kabul fu «non meno intenso e febbrile» che a Berkeley, alla Columbia, alla Sorbona. Poi l’invasione sovietica sconvolse tutto. Ora Mishra scopre quanto ardua rimanga la scommessa democratica, e registra l’impressione «di tanti afghani, che cercano di conquistarsi l’attenzione di un mondo facilmente distratto».

Cioè, dell’Occidente. E il Tibet, più che mai dimenticato? Per Mishra, i tibetani non si arrendono, non si adeguano. «Saranno forse in grado di dimostrare come la religione, di solito accusata di essere un “veleno”, e non solo da Mao, possa rivelarsi invece una fonte di identità culturale e di valori morali». Per questo, secondo lui, hanno resistito meglio dei cinesi alla manipolazione culturale. Magari dobbiamo fare i conti con la tentazione dell’Oriente, ad esempio quella propiziata nel Tramonto dell’Occidente di Oswald Spengler che incantò addirittura Rosenberg con tanto di adozione della svastica.

 di Claudio Gorlier da  La Stampa.it

 

valutazione4

 

Pankaj Mishra

La tentazione dell’Occidente


Ed. Guanda
Pgg. 409
Euro. 18

 

 
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