Nipoti della mezzanotte PDF Stampa E-mail
L'Arte, la storia e la cultura - Letture consigliate
Sabato 12 Aprile 2008 01:00

Nuovi scrittori indiani: hanno 30 anni e un curriculum internazionale. Ma non chiedete loro di Rushdie: i suoi eredi sono bloggers, fans del rock underground e della tv satellitare.

 
di Mara Accettura da D La Repubblica delle Donne, N° 593 del 12 Aprile 2008

 

Affamati di realismo sociale, sono loro la vera chiave per interpretare i cambiamenti dell'India. Così gli editori fanno a gara per aggiudicarseli. Tempo fa Samrat Choudhury, giornalista dell' Hindustan Times e scrittore, è andato a cercare casa a Mumbai. Non sapeva cosa lo aspettasse. Così ha scritto in Caccia, il suo contributo all' antologia India: " La situazione degli alloggi è peggiorata a tal punto che ne risente persino la piccola borghesia. Perchè in una città con 19 milioni di abitanti, anche le baraccopoli oggi sono troppo care." Choudhury ha vagato nella giungla degli affitti, dal quartiere degli intoccabili a quello delle scimmie, ora abitato dalle star del cinema. Prima degli anni Novanta, racconta, l'eroe di Bollywood veniva dagli slum e si opponeva alla cementificazione della città. Ma oggi il governo ha annunciato un progetto per demolire Dharavi, la baraccopoli più grande di tutta l'Asia. "Se venisse girato un film adesso" ammette con amarezza "probabilmente i cattivi sarebbero forse quelli che si oppongono alla demolizione". L'India sta cambiando in maniera rapidissima tanto che " E' sempre più difficile per uno scrittore tenere il passo", dice Altaf Tyrewala, autore di Nessun  dio in vista. " In genere vado a scrivere in campagna, e quando riemergo dall'isolamento il mondo che ho lasciato è già mutato, e non mi ci raccapezzo più. Al posto del fruttivendolo trovo uno shopping mall, dove c'era la villetta ecco un grattacielo di 25 piani, che è la negazione di qualsiasi criterio estetico. E poi il traffico: a Mumbai sembra che tutti abbiano una macchina".

 

Se siete indiani o vantate qualche vaga ascendenza, è il vostro momento: i riflettori mediatici sono puntati sul subcontinente. " In India nascono ovunque piccole e agguerritissime case editrici ", spiega Gioia Guerzoni, traduttrice e talent scout. " Sono disposte a pagare anticipi molto alti, segno di un mercato letterario vivace, pronto a rischiare". Alle fiere si sussurrano i nomi delle prossime Arundhati Roy e si gareggia per aggiudicarsi i giovani Vikram Chandra, la chiave - anche assai monetizzabile - per catturare gli umori del Paese in cui convivono tradizioni millenarie e un consumismo sfrenato. In gergo li chiamano IWE, Indians Writing in English. Come Tyrewala, e anche Kiran Desai, Lavanya Sankaram, Rana Dasgupta.... O voci ancora più nuove, come Mridula Koshi, Tishani Doshi, Sonia Faleiro, Palash Krishna Mehrotra.

 

Trentenni, sono nati o hanno studiato all'estero, tra Regno Unito e America e parlano Hindi ( o una delle 22 lingue ufficiali ) spesso peggio dell' Inglese. Scrittori apolidi, cosmopoliti, globalizzati. Legati da un rapporto conflittuale con le origini. " Delhi mi ha scioccato " racconta Nirpal Singh Dhaliwal, autore di Turismo, un sikh nato a Londra: " Autostrade, negozi di lusso, cellulari. La povertà di massa che mi aveva sconvolto da bambino è senz'altro diminuita. Eppure, dopo qualche settimana che sei lì, rispunta la vecchia India. Vedevo sofferenza ovunque. E mentre i turisti occidentali intorno a me giravano il Paese con gli occhi spalancati per la meraviglia, io volevo soltanto scappare". Siete fuori strada a chiedergli di Vikram Seth o Salman Rushdie. Non scrivono alla maniera classica ( quasi austeniana ) del primo e sbadigliano ogni volta che gli si ricorda il realismo magico del secondo, che pure negli anni Ottanta ha definito i parametri del romanzo indiano contemporaneo con I figli della Mezzanotte.

 

No, i nipoti della Mezzanotte hanno un debole per l'esistenzialismo di Sartre e Camus, gli americani Dave Eggers e tutta la banda che ruota attorno a Mc Sweeneys, e il rock underground di Coldplay e Baby Shambles. Bloggano 24 ore su 24, adorano Bollywood, e messi davanti alle centinaia di canali satellitari che sono sbarcati nelle città, spaziano con gran disinvoltura dal Big Brother alle inchieste più hard di Al Jazeera. E per loro la Shining India propagandata sui media occidentali è una bella patacca luccicante. Anzi, ci tengono a smascherarla. Scrivendo microstorie arrabbiate e metropolitane che denunciano, con sguardo ironico, speculazioni immobiliari, ingiustizie sociali, ricatti sessuali, cinismo e sfruttamento. Come nel reportage - sempre nell'antologia appena pubblicata da ISBN,  India Bambini, di Annie Zaidi, sulle migliaia di bambini dimenticati, scomparsi dell'India o in Jeans di Mridula Koshi, dove il protagonista è un operaio che lavora in uno sweatshop. " Più il nostro Paese diventa globalizzato, più adotta gli stili di vita occidentali e i valori che ci sono dietro", interviene Lavanya Sankaram, autrice de Il Tappeto Rosso. " Un esempio? Da voi il culto dell' individuo è imperante, mentre da noi c'è, o almeno c'è stato finora, il culto del sacrificio per il bene comune. L'abbiamo visto quando Sonia Gandhi vinse le elezioni e poi, in mezzo a tante polemiche, lasciò il posto a un altro membro del partito."

 

Ma con quale cognizione di causa parlano scrittori occidentalizzati, che spesso risiedono altrove? A lanciare la provocazione sull'autenticità degli IWE, fu la stessa Arundhati Roy, quando, premiata per il Booker, dichiarò decisa :" Non faccio parte del gruppo. Sono cresciuta sulle rive di un fiume in Kerala. Ho trascorso ogni giorno della mia vita, da quando avevo tre anni, a pescare, camminare sempre da sola. Gli altri scrittori indiani sono molto urbani. E hanno vissuto o vivono all'estero". Da allora la stessa domanda serpeggia in molti circoli, compreso il Grinzane Cavour di quest'anno, dove si è svolto L'Odore dell'India. Non è una domanda peregrina, visto che la rinascita letteraria dell'India - da Rushdie a Gosh, a Mistry, oggi da Dhaliwal a Tyrewala - si deve quasi interamente alla diaspora. Amitav Gosh ha una risposta pronta: " Chiunque può definirsi indiano. Oggi l'India non è più solo un posto, ma un'enorme cultura transnazionale. Ha vissuto dislocandosi per secoli e ha esportato ovunque la sua popolazione. E questo è l'aspetto che mi affascina di più dell'essere indiano".

 

Tyrewala, che a New York ha fatto dal cassiere all'operatore di call center, aggiunge:" Quando sei abituato a vivere fra due culture, vedi le cose con due occhi. Poi sviluppi il terzo occhio, quello più evoluto, e puoi scegliere di testimoniare da insider o outsider". D'altra parte, consideriamo L'Ulisse di Joyce meno irlandese per essere stato scritto a Trieste?

Ad altri sostenitori della purezza, poi, non va giù che tutti scrivano in Inglese. Perchè la lingua dei colonialisti? Quella dei soldi, dei privilegi e della scalata sociale, parlata da una minoranza, il 2 % della popolazione? " Assolutamente no. Per me l'Inglese è una delle tante - cinquecento - lingue indiane ", si difende Sankaran. " Ma certo è un link tra persone che vivono spesso lontane, e non potrebbero comunicare altrimenti ".

"Sto a Bangalore. Come faccio a farmi capire in Kerala? In India ovunque tu vada, la gente conosce l'Inglese basic: water, bread, doctor... anche nei paesi più sperduti " dice Anita Nair, l'autrice di Cuccette per Signora. " E poi è una lingua con cui puoi giocare parecchio, malleabile come l'argilla".

Ma non sarà più difficile restituire in una lingua straniera le mille sfumature delle parlate locali? " E' una questione interessante. Nella mia testa il macellaio, il panettiere o il rifugiato di Nesun dio in vista, tutti analfabeti, parlavano Hindi, e io traducevo contemporaneamente sulla tastiera in Inglese. Il che ha dato al linguaggio un ritmo sgangherato, del tutto originale", spiega Tyrewala.

 

Claudio Gorlier, professore di Letteratura in inglese all'università di Torino, non si sorprende di certo: " L'indianità ha certe caratteristiche che non vengono mai perse, ovunque ci si trovi ", conclude. " I nuovi scrittori saranno minimalisti, educati all'estero, influenzati dalle nuove tecnologie, ma persino nella più breve delle loro storie si respira la loro tradizione millenaria, orale, dei grandi poemi epici". E se anche l'occidentalismo galoppa, lo fa comunque tra mille contraddizioni: " Sì, alla fine la loro cultura resiste. Come loro stessi dicono, gli indiani si possono conquistare, ma non civilizzare".

 

 
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