New York in coda per Amjad Ali Khan Stampa
L'Arte, la storia e la cultura - Musica

«Il raga nasce dalla fusione di amore e musica - spiega Amjad - Quando si suona qualsiasi tipo di musica, classica o popolare, antica o contemporanea, quello che conta è il cuore».

 

di Fiamma Arditi

Studenti, donne in sari, uomini con barbe sale e pepe, schiene dritte, curve, giacche slabbrate, visi bruni, sorrisi contagiosi: un pubblico variopinto ed energetico si affolla alle otto di sera davanti al Miller Theater della Columbia University. Broadway e sedicesima strada. In programma il concerto di Amjad Ali Khan, il grande maestro di Sarod e di ragas, la musica tradizionale del sud dell’Asia. Arriva da ottomila chilometri di distanza e risale a tremila anni fa. In India il maestro Khan è un mito, il Dalai Lama è uno dei suoi estimatori («quando Amjad suona trasmette una profonda umanità»), in Europa e Stati Uniti lo invitano continuamente, tant’è vero che a fine maggio da New Delhi tornerà in tournée a Chicago, Nashville, San Francisco insieme ai figli Amaan di trentadue anni e Ajaan di trenta, musicisti fin da piccolissimi anche loro. «Per me ci sono solo due tipi di musica - racconta il maestro nel camerino subito prima del concerto, - una è suono puro, l’altra è basata sulla letteratura, il testo, la storia. Si dice che la lingua crei le barriere. Bene, il suono puro non può separare, né fare male a nessuno». Questo suono allo stato originale, secondo il musicista indiano va al di là di qualsiasi definizione.

 

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